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La struttura delle catene montuose

Il meccanismo di sostegno si basa sulla distribuzione del carico e sulla presenza di profonde radici crostali.

di Peter Molnar
 

Guardando le montagne per prima cosa si è colpiti dalla loro topografia: le dimensioni eccezionali, le forme scavate dai ghiacciai o dai corsi d'acqua, i pendii dolci e ricchi di vegetazione. Molti provano la stessa sensazione di timoroso rispetto che si ha davanti a certe costruzioni fatte dall'uomo come gli archi e le vetrate si innalzano in una cattedrale gotica. Eppure, mentre lo sguardo scorre da un punto all'altro di un paesaggio è facile dimenticare come siano necessarie forze immense non solo per erigere, ma anche per sostenere una catena montuosa. Tutte le catene montuose, così come le cattedrali, poggiano su fondamenta senza le quali crollerebbero. Se davanti a una montagna o a una cattedrale non ci si accontenta di provare solo ingenuo stupore, è utile conoscere i meccanismi invisibili che stanno dietro alla bellezza che noi vediamo. Ecco lo scopo di questo articolo: descrivere le strutture sottostanti -la tettonica, ossia l'architettura- delle catene montuose.

Due esempi diversi

Il richiamo all'architettura non è puramente retorico: le soluzioni che gli architetti hanno adottato per sostenere le costruzioni hanno infatti analogie nella struttura delle catene montuose. Un'alternativa consiste nel costruire su basamenti di roccia lapidea e rigida. Per esempio alcuni degli edifici più alti del mondo hanno le fondamenta sugli scisti di Manhattan, una formazione rocciosa che non ha più subito significativi processi termici o di deformazione (e quindi di indebolimento) dal Precambriano terminato circa 600 milioni di anni fa. Le montagne più alte del mondo, l'Himalaya, come grattacieli di Manhattan poggiano su uno spesso scudo di rocce lapidee precambriane al margine settentrionale del subcontinente indiano. Non è però necessario un basamento di rocce rigide per sostenere una grande struttura. Per esempio, io lavoro a Cambridge nel Massachusetts, in un edificio di 20 piani che si fonda su pali di 40 metri infissi nel riempimento artificiale e nella morena glaciale di quello che un tempo era un bacino di marea lungo il Charles River. In un certo senso l'edificio <<galleggia>> su depositi saturi d'acqua e sotto questo aspetto non è diverso da un grande battello. Anche le montagne possono essere sostenute dalla spinta idrostatica di materiale leggero che galleggia su su materiale più pesante. Ne è un esempio l'altopiano tibetano, a nord dell'Himalaya, che si estende quasi nella sua totalità al di sopra di 4500 metri. A differenza del substrato dell'Himalaya stesso, quello dell'altopiano sembra essere tenero e facilmente deformabile come il riempimento sottostante l'edificio in cui lavoro o l'acqua sotto una nave.

Il rilevamento orografico dell'India

L'Himalaya e il vicino altopiano tibetano hanno dunque due tipi nettamente diversi di supporto (il che non esclude che entrambi possono intervenire nella stessa catena). In effetti è stato lo studio di quest'area compiuto più di 140 anni fa a far progredire la comprensione della struttura delle montagne. Autore di questo lavoro pionieristico furono il fotografo George Everest, l'arcidiacono di Calcutta J.H. Pratt, appassionato di scienze, e George B. Airy, eminente fisico matematico e astronomo reale d'Inghilterra. Il loro lavoro è di per sé un frammento affascinante di storia intellettuale. Nel decennio 1840-1850 Everest diresse il primo rilevamento topografico del subcontinente indiano, usando due metodi per misurare le distanze. Il primo consisteva nel misurare le piccole distanze con la tecnica tradizionale della triangolazione, arrivando alle distanze maggiori per passi successivi. Secondo consisteva nel determinare la posizione relativa di due punti molto distanti tra loro rispetto alla posizione di una stella di riferimento alla stessa ora del giorno. In linea di principio il due metodi avrebbero dovuto portare a risultati simili, ma in pratica vi erano delle grosse discrepanze. La più famosa tra queste riguardava la distanza fra le città di Kaliana e di Kalianpur rispettivamente a circa 100 e 700 km a sud della catena himalayana. Il rilevamento astronomico poneva le due città a una distanza inferiore ai 150 km alla distanza ricavata con il metodo della triangolazione. Everest suppose che la discrepanza fosse dovuta ad accumularsi degli errori di triangolazione, ma nel 1854 Pratt dimostrò che l'errore risiedeva invece nelle misurazioni astronomiche. Per determinare la posizione di una stella sulla sfera celeste gli studiosi dovevano conoscere esattamente le direzione dello zenit che era individuata da un filo a piombo. Pratt suggerì che l'attrazione gravitazionale esercitata dalla massa dell'Himalaya e dall'altopiano tibetano facesse deviare il filo a piombo verso nord e ciò in misura maggiore a Kaliana che non a Kalianpur poiché la prima era più vicina alle montagne. La differenza che ne derivava nelle direzioni misurate dello zenit avrebbe introdotto un errore nel calcolo della posizione relativa delle due città. Quando Pratt provò a determinare l'entità dell'errore valutando la massa dell'Himalaya e dell'altopiano tibetano, fece una scoperta sconcertante. I risultati indicavano che il peso di un filo a piombo sarebbe stato deviato di 28 s d'arco a Kaliana e 12 s d'arco a Kalianpur. La differenza di 16 s d'arco corrisponde di fatto a un errore di misurazione astronomica tre volte superiore al valore di 150 km osservato. Pratt concluse che la differenza reale della deviazione gravitazionale del filo a piombo era solo di circa 5 s d'arco, il che implicava una sovrastima della massa delle montagne: sotto l'Himalaya e il altopiano tibetano vi era una massa molto minore di quanto l'analisi della loro orografia suggerisse. In realtà, se Pratt avesse potuto disporre di carte topografiche accurate (le sue carte collocavano la maggior parte del Tibet poco oltre la metà dell'altitudine reale) avrebbe dedotto una massa <<mancante>> persino maggiore.

Crosta e mantello

Airy lesse il lavoro di Pratt nel suo studio a Londra. Dapprima l'idea della deficienza di massa lo sorprese, ma poi si rese conto che la superficie della Terra non è probabilmente abbastanza rigida per sostenere l'immensa massa delle montagne senza deformarsi in qualche modo. La deformazione porta a una carenza di massa al di sotto delle montagne che compensa l'eccesso di massa in superficie. Questo tipo di compensazione, generalmente dovuto al principio di Archimede, è nota come <<isostasia>>. Secondo l'interpretazione del isostasia data da Airy la leggera crosta rigida della terra galleggerebbe su un substrato più pesante, ma plastico e fluidoforme: il mantello. Il chimismo della crosta è attualmente ben conosciuto ed è dimostrato che la crosta è effettivamente più leggera del mantello. Sebbene entrambi gli strati siano costituiti soprattutto da ossigeno, silicio, magnesio e ferro, elementi relativamente pesanti, sono nel mantello molto più abbondanti. Al contrario maggiori frazioni di elementi relativamente leggeri come sodio, calcio, alluminio e potassio sono concentrate nella crosta. Ne consegue che la crosta e meno densa del mantello e, come pensava Airy, non è improbabile che la crosta galleggi sul mantello come la panna sul latte. Il limite tra crosta e mantello, sarebbe quindi molto netto. Pratt condivideva la teoria di Airy galleggiamento della crosta, ma i due studiosi erano in disaccordo sul meccanismo che era alla base della compensazione isostatica. Pratt pensava che la temperatura, e di conseguenza la densità, della crosta variasse da un posto all'altro. Dove è più calda e più leggera della media la crosta si innalzerebbe formando le montagne; dove è più fredda e densa si abbasserebbe formando vasti bassopiani. Airy riteneva invece che la densità della crosta fosse pressapoco uniforme, ma che variasse il suo spessore: la crosta sarebbe più densa sotto le montagne che non sotto i bassopiani; le montagne che noi vediamo sarebbero simili agli iceberg e come questi sono sorrette da radici profonde e invisibili.
quanto pesa una montagna

(figura al lato) Il modo in cui le catene montuose sono sostenute viene spiegato con tre diversi meccanismi di compensazione isostatica. Nel XIX secolo J.H. Pratt e George B. Airy suggerirono che le montagne fossero sostenute esclusivamente dalla spinta idrostatica esercitata dalla crosta che galleggia sul mantello più denso; l'eccesso di massa delle catene montuose sarebbe allora compensato da una carenza di massa al di sotto delle catene. Secondo Pratt (in alto) la densità della crosta varierebbe lateralmente e le montagne si eleverebbero di più dove la densità è bassa (in grigio chiaro). Secondo Airy (al centro) la crosta avrebbe densità uniforme, ma il suo spessore sarebbe maggiore al di sotto delle catene montuose; come gli iceberg, le montagne avrebbero profonde radici di materiale in grado di esercitare una spinta idrostatica. Secondo Vening-Meinesz, tuttavia, la compensazione isostatica delle catene montuose avverrebbe su scala regionale e non locale (in basso). Il peso delle montagne fletterebbe la litosfera, uno strato molto rigido che include la crosta e parte del mantello e che si trova sopra l'astenosfera, che è plastica e fluidoforme. La flessione della litosfera distribuirebbe il carico su un'ampia regione. Le montagne sarebbero più elevate quando la litosfera al di sotto di esse è molto spessa perché in tal caso si fletterebbe meno di una litosfera sottile (linee tratteggiate).

Le indagini sismiche condotte negli ultimi decenni hanno confermato, come aveva previsto Airy, e lo spessore della crosta varia in maniera sostanziale. La crosta continentale è spessa in media da 30 a 40 km, ma lo spessore sotto le montagne raggiunge anche 75 km. Le radici crostali compensano l'eccesso di massa delle montagne spostando rocce più pesanti del mantello. Al contrario, la crosta sotto gli oceani profondi ha uno spessore di appena 6 km compensando così la bassa densità dell'acqua. I movimenti delle rocce indotti dalla gravità mantengono la terra più o meno in equilibrio isostatico; in altri termini, la massa di una colonna immaginaria che attraversasi la terra è più o meno identica tanto se in superficie vi è una catena montuosa, quanto se vi è un fondale oceanico.

Litosfera e astenosfera

Nonostante tali conferme la teoria isostatica di Airy non è del tutto corretta. All'inizio del secolo, ancora prima di trovare una conferma che lo spessore della crosta varia, i sismologi avevano scoperto che il mantello, come la crosta, è solido e non liquido. Pertanto, l'immagine della terra che galleggia sul mantello è una semplificazione eccessiva e lo stesso è vero per la teoria di Airy. Negli anni 30 il geofisico Felix A. Vening-Meinesz suggerì che la compensazione isostatica di un rilievo orografico avrebbe dovuto aver luogo su una scala regionale e non su una scala locale e avrebbe dovuto comportare più della semplice formazione di radici crostali. (nei casi limite questo è ovvio: la crosta non penetra per centinaia di metri nel mantello sotto l'Empire State Building.) Vening Meinesz ipotizzava che un grosso carico come una catena montuosa potesse flettere lo strato rigido superiore della terra, ossia la litosfera. La litosfera generalmente comprende non solo la crosta, ma anche la parte superiore del mantello e giace su uno strato plastico e fluidoforme, l'astenosfera. In prima approssimazione e la litosfera può essere considerata elastica e sotto le catene montuose e si incurva verso il basso distribuendo così il peso della catena su una vasta regione. La flessione della litosfera crea una depressione parallela alla catena stessa. Da ciò risulta che la massa in eccesso delle montagne è compensata in parte dalla carenza di massa che esiste nella depressione e non solo dalla carenza di massa che si ha proprio al di sotto della catena montuosa. Oggi è noto che la litosfera non è uno strato ininterrotto, ma consiste di circa 20 zolle. I movimenti delle zolle sull'astenosfera sono all'origine della formazione dei bacini oceanici, delle catene montuose e di altri fenomeni che vanno complessivamente sotto il nome di tettonica delle zolle. Sebbene la descrizione di tali movimenti orizzontali in genere consideri le zolle come entità rigide e non elastiche, ciò non contraddice l'ipotesi di Vening-Meinesz sulla flessione elastica della litosfera in presenza di un carico orografico. Una zolla litosferica è simile a un asse di legno: un tavolo si muove rigidamente quando è spinto sul pavimento, ma si può inarcare al centro quando gli si mette sopra un peso. L'astenosfera oppone una resistenza idrostatica alla flessione della litosfera; questa però non galleggia sull'astenosfera. Contrariamente al limite tra crosta e mantello, quello tra litosfera e astenosfera non è di tipo chimico e la differenza di densità attraverso di esso è quindi irrilevante. La spinta idrostatica esercitata dall'astenosfera deriva dal fatto che questa è molto più viscosa dello strato d'aria o d'cqua soprastante la litosfera.Più che per composizione, litosfera e astenosfera differiscono per temperatura: la litosfera è più fredda e ciò ne spiega la rigidità. Nella litosfera la temperatura aumenta rapidamente con la profondità raggiungendo un livello di circa 1300° al confine con l'astenosfera. Il confine non è così netto come quello chimico tra crosta il mantello e non c'è accordo tra gli studiosi su come definirlo. Una cosa è chiara: lo spessore della litosfera, come quello della crosta, varia da 10 a più di 150 chilometri. Quanto più stessa è una tavola di legno, tanto maggiore sarà il carico che essa può sopportare e lo stesso vale per la litosfera. Una zolla spessa e più resistente di una sottile e si flette meno sotto il peso di una catena montuosa. Di conseguenza, a parità di condizioni,1 catena montuosa dovrebbe innalzarsi maggiormente se si trova su una zolla di grande spessore che non su una zolla sottile. Tuttavia, possono esistere montagne elevate su una zolla sottile se sono sostenute, come Airy supponeva, da profonde radici crostali. I meccanismi isostatici ipotizzati da Airy e da Vening-Meinesz non si escludono a vicenda. Anzi è stato scoperto che una catena montuosa può essere sostenuta da un substrato rigido di litosfera spessa, da radici profonde di crosta leggera (come un'imbarcazione) o dalla combinazione di entrambi i meccanismi. L'importanza relativa dei meccanismi varia da una catena all'altra.

astenosfera e litosfera

La litosfera e l'astenosfera sono qui rappresentate in due sezioni, una delle quali è esagerata in senso verticale (in alto) e l'altra no (in basso). Litosfera e astenosfera sono caratterizzate da temperature differenti: la prima è più fredda, e quindi più rigida, dell'altra. Contrariamente a quanto avviene per il confine chimico tra crosta e mantello, il confine tra litosfera e astenosfera non è netto (lo si può collocare intorno a 1300 gradi Celsius).  Lo spessore della litosfera varia in misura notevole. Al di sotto delle dorsali medio-oceaniche, dove la nuova litosfera si forma per risalita di materiale caldo dall'astenosfera, essa è molto sottile. Al di sotto degli scudi continentali, formati da crosta che non ha subito processi termici per 600 milioni di anni o più, lo spessore della litosfera non risulta essere molto grande. Per esempio sotto l'altopiano del Tibet il confine termico tra litosfera e astenosfera cade entro la crosta e non nel mantello. La crosata sotto il Tibet è calda e plastica.

Himalaya e Tibet

Per stabilire qual è il meccanismo predominante nel caso dell'Himalaya e dell'altopiano del Tibet è necessario considerare prima di tutto come si sono formati quei rilievi. Intorno a 70 milioni di anni fa l'India e le rocce che ora formano la catena himalayana erano circa 8000 km più a sud della loro attuale posizione e si muovevano verso nord dall'Antartide verso l'Asia su una vasta zolla costituita soprattutto da litosfera oceanica. Il Tibet meridionale era a quel tempo sulle coste meridionali dell'Asia circa 2000 km più a sud della sua attuale posizione. Quando la zolla indiana e quella euroasiatica entrarono in collisione la litosfera oceanica al nord del continente indiano fu piegata verso il basso e spinta sotto il Tibet, in modo molto simile a quanto avviene ora alle zolle sottostanti l'oceano Pacifico, le quali vengono spinte sotto il Giappone, le Aleutine e l'America meridionale. (E' questo il processo di subduzione.) E' come se la zolla indiana fosse un nastro trasportatore che scorre attorno a una bobina situata sotto il Tibet meridionale. In un qualche momento compreso tra 55 e 40 milioni di anni fa il continente indiano stesso si incontrò con le coste meridionali dell'Asia e a quel punto il nastro trasportatore cominciò a incepparsi; la velocità della zolla indiana passò da un valore di 10-20 cm all'anno a 5 km all'anno (la velocità alla quale l'India sta tuttora aprendosi un varco nell'Eurasia). Mentre l'India con forza enorme si insinuava sotto il Tibet, il margine settentrionale del subcontinente fu lacerato da una faglia inclinata verso nord. La crosta sottostante il piano di faglia continuò sprofondare verso nord, ma un lembo di piattaforma continentale e di crosta profonda soprastante il piano di faglia fu raschiato dal subcontinente in movimento e risospinto in superficie. Tra 20 e 10 milioni di anni fa il processo si è ripetuto: la prima faglia divenne inattiva e se ne formò una seconda a un livello più profondo. un secondo lembo di crosta indiana fu spinto sul subcontinente provocando il sollevamento del primo lembo. I residui erosi di questi due lembi di crosta indiana antica affiorarono attualmente sull'Himalaya e costituiscono il grosso della catena. Il grande peso dell'Himalaya piega verso il basso la zolla indiana a sud della catena. Nell'arco di milioni di anni i sedimenti erosi dalle montagne hanno colmato la depressione che ne era derivata formando le vaste pianure dei fiumi Gange e Indo. I risultati delle indagini sismiche delle perforazioni fatte dalla Oil and Natural Gas Commission of India hanno confermato la presenza della depressione nel basamento precambriano al di sotto dei sedimenti. Il basamento è uniformemente inclinato in direzione delle montagne e raggiunge una profondità di circa 5 km sul fronte, mentre 200-300 km a sud del fronte, al limite della depressione, il basamento affiora in superficie. Se si considera il grande peso dell'Himalaya, la depressione non è molto profonda. La zolla indiana non si flette molto perché è particolarmente spessa e rigida. Non si può determinare con precisione quanto sia spessa questa o altre zolle, ma facendo delle semplificazioni si può calcolare lo spessore relativo delle varie zolle. Così, H. Lyon-Caen dell'Università di Parigi ha dimostrato che la zolla indiana ha uno spessore che supera di oltre due volte quello della zona del Pacifico al di sotto delle isole Hawaii. La resistenza lo spessore della litosfera indiana sono la causa principale dell'altezza dei picchi himalayani, i quali sicuramente non sono sostenuti da profonde radici crostali, come suggeriva Airy. Lo spessore della crosta di sotto dell'Himalaya è di soli 55 chilometri che sono più dei 35-40 km osservati sotto il resto dell'India, ma molto meno degli '80 km che sarebbero necessari per sostenere le montagne unicamente tramite la spinta idrostatica crostale. La catena himalayana è il classico esempio a cui non si può applicare il concetto di Airy sulla compensazione isostatica locale, mentre si adatta alla teoria di Vening_Meinesz sulla compensazione a livello regionale che avviene tramite la flessione della litosfera. D'altra parte l'altopiano del Tibet e si adegua alla concezione di Airy. L'altopiano si estende al Nord delle montagne per centinaia di chilometri e solo in alcune vallate periferiche la sua altezza scende al di sotto dei 4500 metri. Gli studi sismici compiuti da Wang-Ping Chen dell'università dell'Illinois a Urbana-Champaign e da Barbara Romanowicz dell'Università di Parigi indicano che la crosta tibetana è spessa circa 65-70 km, più quindi della crosta sottostante i picchi himalayani. Il peso di questo elevato altopiano è compensato soprattutto dalla spinta idrostatica esercitata dalla sua profonda radice crostale, come Airy aveva proposto un secolo e mezzo fa.

Altre catene

Altre catene montuose e altri altopiani elevati presentano la dicotomia strutturale di esibita dall'Himalaya e dal Tibet. Nelle Alpi i frequenti piegamenti degli strati rocciosi sono la prova che esse si sono formate, quasi nella stessa maniera dell'Himalaya, da materiale crostale che era stato raschiato dal margine meridionale dell'Europa ed è sovrascorso in direzione nord sulla zolla europea quando questa entrò in collisione con la punta italiana della zolla africana. Il bacino molassico nella Svizzera nord-occidentale è analogo alle pianure dell'Indo e del Gange: colmato da detriti erosi dalle Alpi, la sua presenza e almeno in parte dovuta all'infossamento della zolla europea sotto il peso delle montagne. Garry D. Karner, dell'università di Durham, e Anthony B. Watts del Lamont-Doherty Geological Observatory della Columbia University hanno dimostrato che la zolla europea ha uno spessore inferiore alla metà di quello della zolla indiana. La differenza contribuisce probabilmente a spiegare perché le montagne himalayane sono altre quasi due volte quelle alpine. L'Himalaya poggia su un basamento più rigido. Anche le Montagne Rocciose del Canada poggiano su una zolla litosferica infossata, ma come esattamente si siano formate è ancora materia di dibattito. È accertato tuttavia che le Montagne Rocciose canadesi consistono di lembi di rocce sedimentarie staccate una dopo l'altra dalle rocce del basamento sottostante e spinte verso est e l'una sull'altra. Un'esplorazione dettagliata dell'area ha mostrato che le rocce del basamento, parte dello scudo canadese precambriano, si immergono dolcemente verso ovest sotto le montagne. Questa immersione nella litosfera indica che il peso delle montagne è compensato a livello regionale, come Vening_Meinesz pensava. Sebbene si siano formate in tutt'altra maniera, le isole Hawaii forniscono un altro esempio di compensazione regionale. Le isole sono di origine vulcanica e si sono formate da magma fuso che, risalendo dall'astenosfera sottostante attraverso la litosfera del Pacifico, si è riversato sul fondo oceanico. I picchi che si sono formati sono altissimi: il Mauna Kea su Hawaii si eleva a 4200 m sul livello del mare e a circa 9000 m sul fondo oceanico circostante. Il peso delle isole fa incurvare di qualche centinaio di metri verso il basso la zolla del Pacifico creando un <<fossato>> attorno alle isole.

rocce sedimentarie

Le rocce sedimentarie inclinate e piegate dell'altopiano andino indicano che si è formato per accorciamento della crosta. L'immagine è ripresa da est della Cordillera Blanca in direzione sud-est. Gli strati a pieghe di calcare, arenaria e argilloscisti sono stati spinti gli uni contro gli altri da est a ovest. Anche le rocce delle cime innevate sullo sfondo, che fanno parte della cordigliera occidentale, sono a pieghe.
 

Immediatamente oltre il fossato la zolla è leggermente inarcata verso l'alto poiché il astenosfera oppone resistenza alla flessione della litosfera. Mentre gli altri, le Montagne Rocciose canadesi e le isole Hawaii hanno fondamenta simili a quelle dell'Himalaya, le Ande, le montagne più elevate dell'emisfero occidentale, sono molto più simili al Tibet. Sembra che il peso della catena sia sopportato da una radice crostale in grado di fornire la spinta idrostatica e la cui profondità arriva anche a 70 km. In realtà la crosta andina è al centro di un dibattito su uno dei maggiori problemi irrisolti riguardo la formazione delle montagne: come la crosta si inspessisca al di sotto di molte catene montuose. Vi sono due risposte accettabili. In primo luogo, la crosta può essere inspessita dal magma vulcanico che risale dal mantello e si raffredda nella crosta formando intrusioni di granito e di altre rocce ignee. Inoltre,1 blocco di crosta può inspessirsi se viene compresso da forze orizzontali che ne provocano l'accorciamento. Nelle Ande sono attivi entrambi processi: il problema sta nel determinare quale meccanismo contribuisca maggiormente a tale inspessimento. La cordigliera occidentale nelle Ande è un tipico esempio di arco vulcanico che solitamente si forma sopra una zona di subduzione dove una zolla immerge sotto un'altra. A mano a mano che la zolla di Nazca, sulla quale si trova la crosta del Pacifico, si immerge nell'astenosfera, si riscalda e il magma fuso, o della zolla stessa o della soprastante astenosfera, risale nella crosta della zolla sudamericana che le scorre sopra formando vulcani e intrusioni granitiche. Per questo motivo le rocce delle Ande occidentali e delle pianure costiere del Perù e del Cile sono prevalentemente vulcaniche, mentre la maggior parte delle rocce degli elevati altopiani centrali e della cordigliera orientale non sono vulcaniche, ma principalmente sedimentarie, piegate e spinte l'una sopra l'altra. Il legamento e sovrascorrimento forniscono la prova che la crosta in quelle regioni subisce un accorciamento in direzione perpendicolare alla catena. L'accorciamento continua oggi sul versante orientale delle Ande. I sismogrammi, analizzati da D.S. Chinn e B. Isacks della Cornell Unversity, da G. Suarez dell'Università autonoma nazionale del Messico e da W. Stauder della St. Louis University, indicano che i terremoti sul versante orientale avvengono lungo le faglie dove lo scudo continentale brasiliano viene spinto sotto le montagne in direzione ovest. La velocità di sottoscorrimento è di soli pochi millimetri all'anno, ma può essere stata più elevata in passato. Da ciò ho dedotto, insieme con Suarez, Lyon-Caen e B. Clark Burchfiel del MIT, che è questo accorciamento, e non il vulcanismo, la causa dell'elevato spessore della crosta al di sotto della cordigliera orientale lo spessore aumenta a mano a mano e le Ande vengono compresse dalla spinta verso est della zolla di Nazca e da quella verso ovest e dello scudo brasiliano.

Il collasso delle montagne

La spinta idrostatica della radice crostale sopporta il peso delle montagne; sembra però che le forze orizzontali che hanno generato la radice contribuiscano in modo più diretto. Esse sostengono le Ande ed evitano che la catena si espanda e collassi. Per ironia della sorte la conferma di questa teoria deriva in parte dall'osservazione che questi <<contrafforti>> iniziano a cedere. Mentre la crosta sui versanti della catena viene compressa, in alcune regioni delle alte Ande e in fase di distensione. Né un esempio La Cordillera Blanca,1 catena occidentale che include l'Huascaran, il picco più alto del Perù. La catena delimitata sul versante occidentale da una ripida faglia parallela al suo andamento; a ovest della faglia la crosta si è abbassata allontanandosi dalla catena. Questo tipo di faglia lungo la quale un blocco di crosta si abbassa rispetto a un altro viene chiamata faglia normale, o diretta, ed è una chiara indicazione che la crosta è in trazione. L'analogia da me fatta all'inizio tra una catena montuosa e una cattedrale gotica può contribuire a far capire il significato delle faglie normali nelle Ande. I picchi e gli elevati altopiani andini, il tetto dell'emisfero occidentale, sono simili al soffitto a volte di una cattedrale. Le volte esercitano spinte verso l'esterno che tendono ad allontanare i muri tra di loro. (Nel caso di una cattedrale la spinta non è dovuta solo alla gravità, ma anche al carico del vento.) Gli architetti gotici per evitare che i soffitti crollassero costruivano grandi archi rampanti (contrafforti) che si opponevano alle forze che spingevano i muri verso l'esterno. Un altro modo per risolvere il problema, forse preferito da un architetto moderno, sarebbe quello di tendere cavi di acciaio tra i muri opposti: questi avrebbero resistenza a trazione sufficiente a non far allontanare i muri. In un certo senso la zolla di Nazca e lo scudo brasiliano sono i contrafforti delle Ande: la spinta orizzontale che esercitano sui versanti della catena contribuisce a sostenere i picchi e gli altopiani elevati. La presenza di faglie normali nelle alte Ande suggerisce che le forze orizzontali di sostegno non sono più sufficienti per svolgere la loro azione in modo soddisfacente, né le rocce che costituiscono le montagne sono abbastanza resistenti per fungere da cavi di acciaio. Sebbene la crosta sia ancora in fase di compressione sul versante orientale, nelle alte Ande e in fase di trazione: il tetto sta crollando. Forse la catena nel suo insieme sta entrando in uno stato di collasso e alla fine la porterà a crollare completamente sotto il suo stesso peso. Se le Ande collassassero, probabilmente non sarebbero le prime montagne subire questo destino. Molti ricercatori, me compreso, pensano che le Ande costituiscano l'analogo moderno di una catena montuosa che dominava gli Stati Uniti occidentali in un periodo compreso tra 80 e 30 milioni di anni fa quando più a est si stavano innalzando le Montagne Rocciose. A quel tempo una zolla litosferica al di sotto dell'oceano Pacifico orientale convergevano verso la zolla nordamericana e la litosfera oceanica veniva subdotta così come oggi viene subdotta all'America meridionale la zolla di Nazca. Tra circa 30 e 10 milioni di anni fa la subduzione all'America settentrionale si fermò e di conseguenza le forze orizzontali che avevano accorciato e inspessito la crosta di sotto delle catene montuose sarebbero diminuite o addirittura scomparse. Accaduto questo, la crosta avrebbe cominciato a espandersi. Vi sono infatti, parecchi indici di distensione crostale nella Basin and Range Province a ovest delle Montagne Rocciose, fra l'Utah centrale e la sierra Nevada: i bacini, alternate a catene inclinate, sono limitati da faglie normali come quella a ovest della Cordillera Blanca. A mano a mano che la crosta si espandeva, blocchi di crosta si sono ammassati lungo le faglie normali formando bacini. Secondo questa teoria la Basin and Range Province è ciò che rimane di un'ampia catena di montagne e di altopiani elevati che collassarono allorché vennero a mancare le forze orizzontali che sostenevano la catena. Un giorno le Ande potrebbero apparire come la Basin and Range Province. Anche il Tibet potrebbe essere in fase di collasso. Sebbene la pressione esercitata dal movimento verso nord e dell'India contro il resto dell'Asia sembri sufficiente a evitare una distensione del Tibet in direzione nord-sud, non si riscontrano sul versante orientale dell'altopiano contrafforti analoghi. Perché le Ande e il Tibet sono così predisposti al collasso? Il fatto è che sono sostenuti soprattutto da profonde radici crostali. La resistenza nelle rocce postali diminuisce rapidamente con l'aumentare della temperatura e quindi della profondità, probabilmente più rapidamente della resistenza delle rocce del mantello. La crosta spessa tende dunque essere debole. Le radici crostali delle Ande e del Tibet sarebbero deboli e fluidoformi e, non essendo trattenute da forze di sostegno orizzontali, tenderebbero a espandersi: sono queste forze a consentire la profondità delle radici e l'elevazione degli altopiani. P. Tapponier dell'Università di Parigi e io abbiamo ipotizzato che gli altipiani possono essere considerati dei manometri: io sono sottoposti a pressioni orizzontali, maggiore è il loro livello. L'Himalaya, le Alpi e le montagne rocciose, per contro, sono sostenute principalmente da una litosfera rigida e stessa costituita da crosta e da mantello relativamente freddi.

La dinamica

Alcune catene montuose sono come dei manometri, altre sono come carichi su zolle elastiche, anche se è necessario specificare che le analogie per quanto vadano bene sono sempre semplificazioni in dettaglio che, valutate, rivelano sempre i loro limiti. Karner e Watts hanno dimostrato che il peso delle Alpi non è sufficiente a flettere la zolla europea così come lo è sotto il bacino molassico; quindi vi deve essere qualche altra forza che tira verso il basso la zolla. Anche a vari e spinta verso l'alto. La profondità del fondo oceanico in un'ampia area attorno al <<fossato>> hawaiiano è di soli circa 4500 m, mentre circa 1000 km più a nord o più a sud la profondità dell'oceano è di circa 5500 m. Queste anomalie dimostrano che il semplice modello di una zolla che si flette sotto il peso delle montagne è incompleto. Quello che va considerato è la dinamica delle zolle, delle forze che fanno collidere i continenti, che accorciano la crosta e che spingono enormi lembi di crosta sui margini di zolle rigide. Può darsi che sotto altre catene montuose ne sia una discesa di materiale relativamente freddo sotto l'Himalaya la zolla indiana, priva di lembi di crosta che formano le montagne, potrebbe essere in fase di sprofondamento nell'astenosfera. Il materiale della parte superiore della zolla è significativamente più freddo e quindi più intenso nell'astenosfera, cosicché potrebbe affondare. Il peso del materiale che affonda potrebbe contribuire a tirare verso il basso la zolla. Allo stesso tempo, come abbiamo sostenuto Lyon-Caen e io, da porzione della zona immediatamente dietro il bordo frontale verrebbe giudicata verso l'alto contribuendo a far rilevare le montagne.

La misurazione della gravità

Come si può determinare la dinamica del mantello e stabilire in particolare se sotto le catene montuose e presente del materiale denso che affonda? Un primo metodo consiste nel misurare le variazioni del campo gravitazionale terrestre. Questo dovrebbe essere leggermente più elevato sopra le regioni della Terra che ricoprono materiale di denso. Sfortunatamente le differenze di gravità causate dalle variazioni di densità nel mantello sono modeste, probabilmente inferiori allo 0,01% del valore medio di 9,8 metri per secondo quadrato. Nelle regioni montuose sono mascherate delle differenze molto più ampie dovute alla topografia. Per correggere gli effetti della topografia bisognerebbe avere mappe estremamente accurate che per aree geografiche come l'Himalaya non sono disponibili. La soluzione probabilmente consiste nel misurare la gravità dai satelliti. Rilevando le perturbazioni si possono cartografare il campo gravitazionale e le variazioni di densità. Quando saranno disponibili con maggiore precisione queste misurazioni si sarà fatto un importante passo avanti nella comprensione delle montagne non tanto come strutture statiche, ma come strutture che crescono e muoiono, ossia come elementi di una Terra in evoluzione.
 

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