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Le dimensioni della civiltà

Ode all'emarginato

Un aspetto, un dettaglio che può indurre a valutare una vita sotto una diversa dimensione che vale libertà o reclusione. Una sottilissima linea che corre su una terra di nessuno, un confine tra ordine e caos che può elevare la diseredità culturale.

di maximoRed 18 giugno 2008

Oh, recrimino, di non aver passato più di poche ore insieme alla vita  del ladro di due secoli or sono, il furfante che cammina gobbo e nascosto in se stesso. Quell’uomo che con viscida furberia rubava il “giornaliero” e si accantonava per spidocchiare il magro bottino all’ombra della sua  paura e dell’ignominia, suoi unici abiti.

 

Abbietto, analfabeta e puzzolente. Uomo allo stesso tempo, puro, libero, volante come l’idea arcaica.

Questi, non era come i ladri di oggi, che dietro professioni laccate da targhe e lauree acquistate, paventano proprietà professionali. Ma, forse non bisognerebbe nemmeno andare indietro di duecento anni, ne basterebbero solo una settantina o giù di lì… Quando il lavoro, la fame e la dispersione dell’anima iniziava a lasciare le proprie polveri nelle città avamposto o prolungamento delle infamie dei conquistadores e  conquérants, da Tangeri ad Adis Abeba alla Caienna… Cominciavno a mandare fetore d’occidente.

 

Loro, i barboni, i ladruncoli, meritano, quei giusti parassiti della civiltà industriale. Courtesy Le MondeLoro puzzano, di alcool e di piscio, storce il naso ai morti borghesi in giaccheccravatta. Di certo hanno una visione molto diversa, una dimensione da cui osservano inosservati, quale privilegio poter pensare senza render conto alle istituzioni ipocrite che fanno della civiltà baluardo dell’arrivismo.

A me non metterebbe paura, culturalmente, essere un reietto, ora saprebbe di panico puro restare senza automobile, senza casa o senza telefonino, io sono infetto, non da sporcizia di strada, ma da quella industriale.

La debita differenza tra l’Uomo e la pulizia, i profumi, le firme di falsi omosessuali venduti al mercato è palese. Ora io ho ben presenti i colletti bianchi con facce e capelli impomatati davanti a telecamere e microfoni che distribuiscono metafore e promesse di sviluppo democratico. Magari fossero abbietti e puzzolenti, rinvigorirebbe la loro umanità. Loro sono i prodotti delle proprie strategie che come cancro hanno consumato loro le speranze.

Questi, che con trapianto tricologico e cocaina, si presentano ad arringare idee ripulite, sempre le stesse. Eià, eià. Rispettano le leggi quando sono loro stessi a promulgarle. Seguono itinerari che tendono ad assomigliare al loro profilo lasciando le proprie ombre peccatrici a coprire le luci dell’uomo, come il fungo copre il Sole.

 

Beccaria:Cesare Beccaria

<<Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare? Che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? Egli  mi nega un soldo che gli cerco, e si scusa col domandarmi un travaglio che non conosce.  Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati di visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fra le innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie….>> 

 

 

Le leggi, si le leggi che impongono la civiltà son quelle dove non ruberai e non desidererai la donna d’altri, e cosa vogliamo togliere di più al clochard conclamato? Il furto della fame o quello di una donna impossibile? Lei si che allieterà finalmente uno squarcio di intimità che non è altro che una sfumatura di solitudine.

Quali leggi dovrà rispettare costui? Il reietto accetterà il compromesso che per noi è segno di debolezza, per lui un un’alzata di spalle. Conoscono la vergogna come amica, l’emarginazione come trofeo. Un filo conduttore al proprio stato. Accettarsi, riconoscersi reietto…

 

Jenet:Jean Jenet

 Avrei accettato forse – ma a prezzo di quale vergogna – di sentir marcio il mio animo sin nel profondo, in quanto così esso avrebbe esalato quel puzzo che costringe la gente a tapparsi il naso.

 

Ma perché disquisire sulla vergogna, sull’emarginazione…

Se la vergogna è per se stessi, dato che è un emozione intima, essa non è ceduta, ma è sentita solo da chi decide di averne, l’emarginazione, al contrario, è ingiunta ed è indipendente dalla volontà dell’emarginato. Queste due condizioni tendono a viaggiare assieme rendendo chi ne è “prostrato” su una dimensione differente dall’obiettivo civico e compensa una differenziazione per cui molte persone “inserite” si sentano inserite.

Badate bene, la vergogna del barbone non è come quella transitoria del civile cittadino, essa diviene conclamata e spalma le negazioni quotidiane, rendendo al miserabile una giustizia non scandalosa, per cui esso non avrà più bisogno di raffronti o specchi, dove l’immagine ormai emigrata nel sogno ha già assunto l’identità fravashi lontana come l’origine della luce. Il barbone è il santo senza terra ne legge, anacoreta irrazionale.

Quello che il civile riconosce in lui è solo miseria, quella condizione a cui si è affibbiato un solo significato: emarginazione. Ma quella miseria d’animo di cui è afflitto l’uomo moderno è ben diversa, è quella che conduce al l’inutilità della vita vissuta o all’eternità immotivata. Il falso traguardo, l’oblio o (la sconfitta) della “reinen Vernunftkantiana.

Viva la libertà del miserabondo, a volte vero nomade, a volte affamato come un pitecantropo che sa di essere l’anello della catena che non ne accetta altri.

 

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