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La polvere cosmica La Via Lattea contiene nubi di particelle che potrebbero rivelarsi di fondamentale importanza per comprendere l'origine delle stelle di: Ulf Borgeest. articolo apparso su Le Scienze nr 336 |
| Ancora all'inizio del ventesimo secolo la maggior parte degli astronomi credeva che lo spazio interstellare fosse vuoto. Nel 1904, però Johannes Franz Hrtmann (1865-1936) dell'osservatorio di Potsdam scoprì nello spettro del sistema binario stretto Delta Orionis righe di assorbimento che non potevano essere di origine stellare; dovevano invece essere causate da gas interposto fra la Terra e l'oggetto. Fu Edward Emerson Barnard (1857-1923) a riconoscere infine che le regioni povere di stelle della via lattea non sono affatto prive di materia, ma sono formate da nubi di gas contenenti una quantità relativamente alta di particelle di polvere, che assorbono la luce delle stelle situate al di là di esse. Molte di queste nubi oscure interstellari coprono aree di cielo relativamente grandi e hanno forme irregolari; ce ne sono però anche parecchie dalla forma molto compatta e arrotondata. Bart J. Bok ( 1906-1983 ) fu il primo a ipotizzare, nel 1942, che questi <<globuli>> potessero essere stadi preliminari della formazione di protostelle: avendo un interno relativamente freddo -dato che la radiazione delle stelle vicine non può penetrare in profondità dentro di essi- possono contrarsi per effetto della gravitazione, ammirando così la formazione stellare. Da un tale conglomerato di gas e polvere ebbe origine e il Sole, 4, 6 miliardi di anni fa. A1 distanza di oltre 30.000 anni luce dal centro della Via Lattea c'era una nube formata principalmente da idrogeno ed elio; alla temperatura di pochi Kelvin del suo interno, gli elementi più pesanti erano condensati in gran parte in granuli di polvere: particelle di carbonio simile alla fuliggine, e silicati, cristalli d'acqua e di ammoniaca. A causa della loro scarsa energia termica, le particelle di gas e polvere non offrivano resistenza alla gravitazione, che tendeva ad addentare sempre più la materia. Quanto più il collasso progrediva tanto più cresceva la densità, e tanto più l'energia gravitazionale si convertiva in calore. Infine, dopo alcune decine di migliaia di anni, il processo era progredito a tal punto che nella regione centrale della nube densità e temperatura avevano raggiunto valori critici, in corrispondenza dei quali i nuclei di idrogeno cominciarono a fondersi in elio, e il bagliore della fusione annunciò la nascita di una nuova stella. Questo evento si ripete ancor oggi in molti punti della nostra Via Lattea. Esso non è tuttavia osservabile direttamente in quanto le dense nubi di polvere ci impediscono la visione delle protostelle. Solo le moderne tecniche di osservazione permettono agli astronomi di farsi un'idea di ciò che accade poco dopo la nascita delle stelle. Si conoscono così gli oggetti giovani che già risplendono, ma che sono ancora avvolti da un involucro di polvere e circumstellare ed espellono ponderosi getti di materia nello spazio cosmico. Alla fine della loro evoluzione, inoltre, le stelle si liberano di una parte della loro massa. Questo gas è arricchito da elementi pesanti, prodotti per fusione nucleare o sintetizzati nel corso delle precedenti esplosioni di supernova ed entrati a far parte della materia che formò queste stelle; in seguito gli elementi pesanti si aggregano parzialmente in polvere, e rimangono perciò a disposizione per una nuova generazione di stelle. La polvere svolge così un ruolo importante nel ciclo materiale della via lattea e nell'evoluzione dei miliardi e miliardi di altre galassie. Anche gli elementi da cui è formata la Terra hanno partecipato più volte a questo scambio ciclico tra stelle e materia interstellare. Del resto la polvere cosmica determina anche in modo diretto l'immagine che abbiamo dell'universo: le nubi oscure non ci nascondono solo molte stelle e il centro lattico, ma anche una parte considerevole delle galassie lontane e quindi dell'universo primordiale. Così la maggior parte dei quasar, che sono fra i corpi celesti visibili più lontani e che hanno quindi avuto origine nelle prime fasi dell'evoluzione dell'universo, è celata da sciami di galassie ricche di polvere. Le differenze d'aspetto di queste cosiddette nebulose dipendono principalmente dalla loro origine e dalla loro densità, come pure dal modo in cui la materia in esse contenuta emette luce, viene illuminata da altre sorgenti di radiazione o nasconde queste ultime. Guardando verso la bellissima costellazione di Orione (foto qui sotto) Le loro immagini, di risoluzione senza precedentiforniscono nuove informazioni sulla nascita dei sistemi planetari. Innanzitutto nell'infrarosso si vedono molte più stelle che nel visibile, dato che in gran parte esse sono molto giovani e ancora racchiuse nelle nubi di polvere da cui hanno avuto origine. È tuttavia sensazionale l'osservazione che metà circa delle stelle che si trovano davanti alla nebulosa brillante sono circondate da dischi oscuri; le masse stimate fanno supporre che questi dischi siano precursori di sistemi planetari. In altre zone della nebulosa di Orione sono riconoscibili getti di gas luminoso, un fenomeno direttamente connesso con la prima fase di formazione della stella e del disco di polvere. È presumibile che getti molto compatti possano avere origine e solo in un forte campo magnetico, intensificatosi durante il collasso gravitazionale della nube di polvere. Il getti di materia contrapposti giacciono lungo l'asse di rotazione di un vortice di gas e polvere che circonda la giovane stella; in seguito i dischi protoplanetari. I primi getti di questo genere furono scoperti negli anni 50, indipendentemente, dall'astronomo americano George Herbig e dal suo collega messicano Gulliermo Haro. Negli oggetti di questo tipo presenti nella nebulosa di Orione le protostelle sono ancora nascoste da dense nubi di gas e di polvere, mentre nell'oggetto di Herbig-Haro HH 30, nella costellazione del Toro -che dista da noi sono 450 a.l.- nulla impedisce la vista del vortice in forma di disco, che appare quasi esattamente di taglio (foto) Si delinea il probabile precursore di un sistema planetario, mentre la stella giovane nascosta eccita con la sua radiazione gli strati esterni del disco, che cominciano a risplendere. Questa regione dello spettro elettromagnetico non è però accessibile dalla Terra in quanto viene assorbito dall'atmosfera. Misurazioni del genere sono diventate possibili solo grazie all'uso di strumenti appositamente raffreddati e schermati portati nello spazio, per esempio in orbita circumterrestre. Il satellite IRAS (Infrared Astronomical Satellite), entrato in attività già nel 1983, ha eseguito una stimare il contenuto complessivo di polvere delle galassie. Hanno allora compiuto l'importante scoperta che la galassia spirale NGC 2997 contiene circa 10 volte più polvere di quanto si ritenesse in precedenza sulla base delle fotografie eseguite da IRAS nell'infrarosso lontano. Da allora il gruppo di ricerca ha applicato questo metodo ha galassie di tipi differenti; i risultati sono stati in generale comparabili, cosa che ha suscitato grande animazione fra gli astronomi. Non è tuttavia ancora possibile prevedere quali conseguenze scientifiche ne risulteranno. Alcuni miliardi di anni dopo il Big bang l'universo era molto più piccolo di quanto non sia oggi, e le galassie erano molto più fittamente ammassate. Le linee di vista verso le galassie estremamente lontane -e quindi verso l'universo primordiale- sono tutte disturbate da oggetti più vicini. Può darsi dunque che la polvere della galassie in primo piano nasconda il quasar più remoti. All'idea di Ostriker si opponeva finora solo la tesi che la quantità di polvere contenuta nelle galassie, ritenuta da tutti modesta, non sembrava in grado di svolgere una tale azione di filtro. Questa situazione è però mutata con le osservazioni di NGC 2997 e di altre galassie. La congettura di Ostriker si concilia inoltre con una scoperta compiuta da un gruppo di astronomi australiani diretto da Rachel Webster dell'Università di Melbourne. I ricercatori hanno analizzato la luminosità ottica e il colore di un campione di quasar individuato con il radiotelescopio di Parkes nel Nuovo Galles del Sud. Metà degli oggetti di questo campione irradia una luce sorprendentemente rossa, anche se il quasar in generale sono noti per emettere radiazioni e soprattutto nel blu. In particolare, appaiono arrossati di quasar meno luminosi, ossia quelli che non erano stati in precedenza studiati in modo sufficientemente approfondito. Ovviamente quasar situati dietro galassie ricche di polvere presenterebbero lo stesso aspetto. Finora non è certo se sia questa la vera causa dell'arrossamento della luce dei quasar: potrebbe trattarsi anche di un'anomalia presente nelle sorgenti stesse. Del resto rimarrebbe ancora da chiarire se la polvere -ammesso che essa sia la causa di questo effetto- si trova in galassie in primo piano o nella galassia madre del quasar. Il modello di Ostriker ha bisogno di ulteriore sostegno empirico. Il riconoscimento che le galassie studiate da Block e colleghi contengono abbastanza polvere per poter arrossare fortemente i quasar situati al di là di esse non è sufficiente come conferma, poiché queste galassie sono relativamente vicine e quindi evolute. Nell'universo primordiale la quantità di polvere poteva essere ben minore. Il metodo di Block, inoltre, non è applicabile galassie lontane parecchi miliardi di anni luce, le quali appaiono appena visibili come macchioline diffuse di debole luminosità.
la cui radiazione giunge fino a noi dopo aver certamente attraversato galassie a spirale. Nello spettro di tali sorgenti una certa righe di assorbimento, denominata riga Lyman-alfa dell'idrogeno, è particolarmente larga e attenuata: ciò dipende dal fatto che una galassia in primo piano assorbe la luce del quasar in un determinato intervallo di lunghezze d'onda. Dall'intensità della riga si può ricavare il contenuto di gas della galassia. Particolarmente importante è il fatto che lo spettro del quasar mostra righe di assorbimento molto più sottili di elementi pesanti che sono presenti nel gas della galassia; in tal modo si può misurare direttamente l'arricchimento in questi elementi e stimare il contenuto di polvere delle galassie. I valori così ottenuti per diverse galassie lontane variano considerevolmente fra loro, ma è degno di nota il fatto che il grado di arricchimento in elementi pesanti e in media solo 10 volte inferiore rispetto a quello delle galassie vicine. Si osservano dunque chiaramente diverse tappe dell'evoluzione chimica di questi sistemi stellari. Poiché il campione studiato contiene solo galassie che si trovano casualmente davanti a quasar e le relative linee di vista si possono considerare rappresentative dell'universo nel suo insieme, pare che in questa conclusione statistica si possa escludere un errore; così in ogni caso pensava finora la maggior parte dei cosmologi. È probabile, però, che vi sia ugualmente un effetto preferenziale, legato al fatto che i quasar nei cui spettri si cercavano tracce della sovrapposizione di galassie lontane erano otticamente accessibili. Contrariamente al lavoro di Rachel Webster e colleghi, che avevano tratto il loro campione di quasar da una rassegna radio completa del cielo, le ricerche spettrali si fondavano su sorgenti che erano state individuate con telescopi ottici. La differenza fondamentale tra i due tipi di osservazione risiede nel fatto che la polvere non assorbe radiazione nelle frequenze radio. Di conseguenza un campione di quasar scoperti nelle onde radio fornirà le linee di vista che sono rappresentative dell'universo nel suo insieme per quanto riguarda la quantità di polvere presente, mentre un campione scelto nel visibile presenterà un numero molto superiore alla media di linee di vista sgombera da polvere. Un esempio può chiarire l'importanza di questo effetto preferenziale. Supponiamo che metà delle linee di vista e verso quasar lontani attraversi esattamente una galassia, la quale arrossa così fortemente il quasar situato dietro di essa da ridurne la luminosità nel visibile a metà di quella che si avrebbe se non vi fosse sovrapposizione. Poniamo che l'altra metà delle linee di vista sia invece sgombra da polvere: in una campione radioastronomico di quasar, un oggetto su due risulterebbe arrossato nel visibile, in conformità con i risultati dei ricercatori australiani. Per quanto riguarda il campione dei quasar scoperti con telescopi ottici, supponiamo per semplicità che essi appaiano tutti all'osservatore con la stessa luminosità apparente. Le sorgenti arrossate dovrebbero quindi emettere una quantità doppia di luce. Ma il numero osservato di quasar dipende fortemente dalla loro luminosità intrinseca: al raddoppiare della luminosità i quasar diventano 10 volte più rari. Ne segue che solo una linea di vista su 20 del campione ottico dovrebbe corrispondere a un quasar arrossato. L'universo apparirebbe quindi in media troppo povero di polvere di un fattore 10. (l'esempio è scelto in modo tale da ottenere il risultato fornito dalle osservazioni). Le ricerche spettrali si possono quindi interpretare nel senso che già pochi miliardi di anni dopo il big bang dei galassie contenevano una quantità di polvere paragonabile all'attuale; tuttavia gli astronomi, dati gli effetti legati alla scelta del campione, hanno analizzato soprattutto, degli spettri dei quasar, tracce di galassie relativamente povere di polvere. Come evitare questo effetto di distorsione? Esaminando spettroscopicamente campioni di quasar individuati nelle onde radio. Tra questi ci saranno anche sorgenti deboli nel visibile, fotografabili solo con esposizioni di ore e ore. In questo modo si chiarirà pure se le galassie in primo piano siano responsabili dell'arrossamento di alcuni quasar. Vale la pena di investire in queste ricerche: solo così si potrà capire quantitativamente l'evoluzione chimica dell'universo. |