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Per i fisici sperimentali
e studiano la meccanica quantistica, il fantastico spesso si trasforma in
realtà. Un recente esempio emerge dallo studio del fenomeno noto come non
località, o <<azione a distanza>>, che mette in discussione uno dei principi
fondamentali della fisica: l'enunciato che nulla si muove più veloce della luce.
Un'apparente violazione di questo enunciato si ha quando una particella svanisce
di fronte a una parete, per riapparire istantaneamente dall'altra parte. Un
riferimento a
Lewis Carroll a questo
punto ci può aiutare. Quando Alice attraversa lo specchio, il suo movimento è in
un certo senso un'azione a distanza: il suo passaggio senza sforzo attraverso un
oggetto solido è istantaneo. Il comportamento della particella è altrettanto
strano: se cercassimo di calcolarne la velocità media, troveremmo che è
superiore alla velocità della luce. Come è possibile e ciò? Può una delle più
famose leggi della fisica moderna essere impunemente infranta? O c'è qualcosa di
errato nella meccanica quantistica o nell'idea stessa di una <<velocità di
attraversamento>>? Per rispondere a questi interrogativi, noi e altri scienziati
abbiamo recentemente condotto molti esperimenti ottici per studiare alcune
manifestazioni della non località quantistica. In particolare ci siamo
concentrati su tre dimostrazioni di effetti non locali. Nel primo caso facciamo
<<gareggiare>> due fotoni, uno dei quali deve attraversare una <<parete>>. Nel
secondo caso guardiamo come si registrano i tempi della gara, dimostrando che
ciascun fotone si muove simultaneamente lungo i due diversi percorsi. L'ultimo
esperimento rivela come il comportamento simultaneo di due fotoni gemelli sia
accoppiato, anche se i due sono così distanti che nessun segnale può avere il
tempo di andare dall'uno all'altro.
La distinzione tra
località e non località è connessa al concetto di traiettoria. Per esempio in un
mondo classico una palla da
croquet in moto ha una posizione definita in ogni istante. Se ciascun
momento viene colto in un'istantanea e le fotografie vengono unite, esse formano
una linea regolare e ininterrotta, o traiettoria, dalla mazza del giocatore a
l'archetto. In ciascun punto della traiettoria, la palla ha una velocità
definita, se è legata alla sua energia cinetica. Se si muove su un terreno
piatto, rotola fino al bersaglio, ma se comincia a risalire un dosso, la sua
energia cinetica si converte in energia potenziale; di conseguenza rallenta, per
poi arrestarsi e rotolare all'indietro. Nel gergo della fisica un dosso di
questo tipo è definito <<barriera>>, perché la palla non ha abbastanza energia
per oltrepassarlo e, classicamente, rotola sempre all'indietro. Così pure, se
Alice non fosse capace di colpire palle da croquet (o porcospini acciambellati,
come direbbe Carroll) con energia sufficiente per sfondare un muro di mattoni,
esse si limiterebbero a rimbalzare via. In meccanica quantistica,
questo concetto di traiettoria si incrina: la posizione di una particella, a
differenza di quella di una palla da croquet, non è descritta come un punto
matematico preciso; la particella è meglio rappresentata, invece, come un
pacchetto d'onda diffuso. Questo pacchetto può essere visto come il guscio di
una tartaruga, perché sale dal bordo anteriore sino a un'altezza massima e poi
si abbassa di nuovo fino al bordo posteriore. L'altezza dell'onda in una data
posizione di questo intervallo indica la probabilità che la particella occupi
quella posizione: più è alta una data parte del pacchetto d'onda, più è
probabile che la particella si trovi lì. La larghezza totale del pacchetto
rappresenta l'incertezza intrinseca della posizione della particella. Comunque,
quando la particella viene rivelata in un punto, l'intero pacchetto d'onda
sparisce. La meccanica quantistica non ci dice dov'era la particella prima di
quel momento.
Questa incertezza nella
posizione porta a una delle conseguenze più notevoli della meccanica
quantistica. Se i porcospini sono quantistici, allora l'incertezza della
posizione consente loro di avere una probabilità molto piccola, ma perfettamente
reale, di apparire dal lato opposto del muro. Questo processo noto come <<effetto tunnel>> e svolge una
funzione importante nella scienza e nella tecnologia. L'effetto tunnel è di
importanza centrale nella fusione nucleare, in certi dispositivi elettronici ad
alta velocità, nei microscopi a più alta risoluzione ed in alcune teorie
cosmologiche.
Nonostante il termine
<<tunnel>>, la barriera rimane sempre intatta. Infatti, se una particella fosse
all'interno della barriera, la sua energia cinetica sarebbe negativa. La
velocità è proporzionale alla radice quadrata dell'energia cinetica, e così nel
caso dell'effetto tunnel si deve estrarre la radice quadrata di un numero
negativo. È quindi impossibile attribuire una velocità reale alla particella
all'interno della barriera. Questo spiega perché, guardando l'orologio preso in
prestito dal coniglio bianco, il porcospino che ha attraversato il muro assume -
come la maggior parte dei fisici a partire dagli anni 30 - un'espressione
perplessa. Che tempo legge il porcospino? In altri termini, quanto tempo è
occorso per attraversare la barriera?
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Alice, per una specie di "effetto tunnel", attraversa senza sforzo uno
specchio, come fanno i fotoni negli esperimenti di ottica quantistica. Lewis
Carroll sembra quasi avere anticipato uno spinoso problema della fisica del
nostro secolo, quello del tempo richiesto per l'attraversamento, chiedendo a sir
John Tenniel di disegnare una strana faccia sull'orologio nello specchio.
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Il Croquet nello
specchio mostra Alice che scaglia su un muro porcospini, stranamente somiglianti
al giovane Hesenberg. Classicamente, i porcospini ribalzano sempre indietro.
Scondo la meccanica quantistica, invece, esiste una piccola probabilità che un
porcospino appaia dall'altro lato del muro. L'enigma che si pone ai fisici è:
quanto tempo occorre per attraversare il muro? Il tempo di attraversamento viola
il limite alla velocità di Albert Einstein? |
Negli anni, si sono
compiuti vari tentativi per rispondere alla questione del tempo richiesto
dall'effetto tunnel, ma nessuno ha raccolto un consenso unanime. Usando fotoni
anziché porcospini, il nostro gruppo ha recentemente compiuto un esperimento che
fornisce una definizione concreta di questo tempo.
I fotoni sono le
particelle elementari di cui è costituita la radiazione; una comune lampada
emette oltre 100 miliardi di queste particelle in un miliardesimo di secondo.
Per il nostro esperimento non ne occorrono molti: abbiamo usato una sorgente di
luce che emette simultaneamente una coppia di fotoni. Ogni fotone si muove verso
un rivelatore differente. Si colloca una barriera sul percorso di uno dei due
fotoni, mentre all'altro si consente di propagarsi indisturbato. Il più delle
volte, il primo fotone rimbalza contro la barriera e va perduto; solo il suo
gemello viene rivelato. Occasionalmente, tuttavia, il primo fotone attraversa la
barriera ed entrambi i fotoni raggiungono i rispettivi rivelatori. In questa
situazione possiamo confrontare i loro istanti di arrivo e misurare così quanto
dura l'attraversamento della barriera. la funzione della barriera svolta da un
comune elemento ottico: uno specchio. Esso tuttavia è diverso dall'ordinaria
varietà casalinga (il cui rivestimento metallico assorbe fino al 15% della luce
incidente); gli specchi di laboratorio consistono in sottili strati alternati di
due tipi diversi di vetro trasparente, nei quali la luce si propaga a velocità
leggermente diverse. Questi strati agiscono come <<moderatori di velocità>>
periodici. Da soli farebbero poco più che rallentare la luce, ma presi insieme e
opportunamente distanziati, formano una regione in cui per la luce è
essenzialmente impossibile propagarsi. Un rivestimento a più strati dello
spessore di un micrometro riflette il 99% della luce incidente con l'energia per
la quale è stato progettato. Il nostro esperimento studia il rimanente 1% dei
fotoni, quelli che passano attraverso lo specchio.
In parecchi giorni di
raccolta dei dati più di un milione di fotoni hanno attraversato la barriera,
uno per volta. Abbiamo confrontato i tempi di arrivo dei fotoni che avevano
oltrepassato la barriera e di quelli che si erano mossi indisturbati alla
velocità della luce. (la velocità della luce è così grande che i dispositivi
elettronici convenzionali sono centinaia di migliaia di volte troppo lenti per
misurare i tempi di arrivo; la tecnica usata sarà descritta più avanti, come
secondo esempio di non località quantistica.) Un risultato sorprendente:
in media, i fotoni che avevano oltrepassato la barriera arrivavano prima degli
altri, il che implicava una velocità media di attraversamento pari a circa 1,7
volte quella della luce. Il risultato sembra contraddire il concetto classico di
causalità perché, secondo la relatività speciale di Einstein, nessun segnale può
muoversi più velocemente della luce. In caso contrario, gli effetti, dal punto
di vista di certi osservatori, potrebbero precedere le cause. Per esempio la
lampada potrebbe cominciare a illuminarsi prima della chiusura del circuito. La
situazione può essere definita con maggiore precisione. Se a un dato istante si
decidesse di cominciare a emettere fotoni verso uno specchio aprendo un
otturatore, e qualcun altro sedesse all'altro lato dello specchio cercando di
identificare i fotoni, quanto tempo passerebbe prima che l'altra persona sapesse
che l'otturatore è stato aperto? A prima vista, potrebbe sembrare che, in quanto
i fotoni attraversano la barriera più veloci della luce, l'altra persona
dovrebbe vedere la luce prima che un segnale in moto alla velocità limite
teorica abbia potuto raggiungerla, in violazione della concezione einsteniana
della causalità. Tale stato di cose sembra suggerire tutto un insieme di
tecnologie di comunicazione straordinarie, persino bizzarre. In realtà, le
implicazioni di effetti più veloci della luce condussero alcuni fisici, nella
prima parte del secolo, a proporre alternative all'interpretazione corrente
della meccanica quantistica. Esiste una via d'uscita da
questo paradosso? La risposta è affermativa, anche se ci priva della possibilità
eccitante di giocare con la causa e l'effetto. Finora abbiamo parlato della
velocità di attraversamento della barriera da parte dei fotoni in un contesto
classico, come se fosse una grandezza direttamente osservabile. Il principio di
indeterminazione di Heisenberg dice che non è così.
Il tempo di emissione di un fotone non è definito esattamente, né lo è la sua
esatta posizione o velocità. In realtà la posizione di un fotone è descritta più
correttamente da una distribuzione di probabilità a forma di campana (o di
guscio di tartaruga), la cui larghezza corrisponde all'indeterminazione della
posizione.
Un ritorno alla metafora
può aiutare a capire meglio. Il naso di ciascuna tartaruga supera la linea di
partenza al momento del <<via>>. La comparsa del naso oltre il traguardo segnala
il primo istante in cui esiste la possibilità di osservare un fotone. Nessun
segnale può essere mai ricevuto prima dell'arrivo del naso. Ma, a causa
dell'indeterminazione della posizione del fotone, vi è in media un breve ritardo
prima che il fotone tagli il traguardo; la maggior parte della tartaruga (dove è
più probabile che fotone sia rivelato) si trova dietro il naso.Per semplicità,
etichettiamo la distribuzione di probabilità del fotone che si muove
indisturbato verso il rivelatore come <<tartaruga 1>> e quella del fotoni che
attraversa la barriera come <<tartaruga 2>>. Quando la tartaruga 2 raggiunge la
barriera; si divide in due tartarughe più piccole: una viene riflessa verso la
partenza e l'altra attraversa la barriera. Le due tartarughe parziali
rappresentano insieme la distribuzione di probabilità di un fotone singolo.
Quando il fotone è rivelato in una posizione, l'altra tartaruga parziale
sparisce istantaneamente. La tartaruga riflessa è più grande di quella che
attraversa la barriera, semplicemente perché la probabilità di riflessione è più
grande di quella di trasmissione (si ricordi che lo specchio riflette un fotone
nel 99% dei casi).
Si osservi che la sommità
del guscio della tartaruga 2, che rappresenta la posizione più probabile del
fotone che oltrepassa la barriera, raggiunge il traguardo prima della sommità
del guscio della tartaruga 1. Ma il naso della tartaruga 2 non arriva prima di
quello della tartaruga 1. Poiché i nasi delle tartarughe si muovono alla
velocità della luce, il fotone che segnala l'apertura del otturatore non può
arrivare prima di quanto consentito dalla legge di causalità. In un tipico esperimento
il naso rappresenta una regione di probabilità così bassa che chiaramente il
fotone è osservato lì. La posizione del fotone, rivelato soltanto una volta, è
meglio prevista dalla posizione del picco. Pertanto, benché le tartarughe siano
<<naso a naso>> al traguardo, la sommità del guscio della tartaruga 2 precede
quella della tartaruga 1 (si ricordi che la tartaruga trasmessa è più piccola
della tartaruga 1). È dunque più probabile che un fotone che attraversa la
barriera arrivi prima di un fotone che si muove indisturbato alla velocità della
luce. Il nostro esperimento ha confermato questa previsione. Non riteniamo però che una
parte del pacchetto d'onda si muova più velocemente della luce; se mai il
pacchetto d'onda si <<ridistribuisce>> lungo il cammino, finché il picco che si
manifesta consiste principalmente in ciò che in origine si trovava davanti. In
nessun punto il pacchetto d'onda del fotone che oltrepassa la barriera è più
veloce del fotone che si propaga liberamente; nel 1982 Steven Chu della
Standford University e Stephen Wong, allora agli AT&T Bell Laboratories,
osservarono un effetto di <<ridistribuzione>> simile. Essi eseguirono un
esperimento con impulsi laser costituiti da molti fotoni e scoprirono che i
pochi fotoni che oltrepassavano un ostacolo arrivavano prima di quelli che
potevano muoversi liberamente. Si potrebbe supporre che solo ai pochi fotoni
iniziali di ciascun impulso fosse consentito l'attraversamento, senza bisogno di
invocare l'effetto di ridistribuzione; ma questa interpretazione non è possibile
nel nostro caso, perché noi studiamo un fotone alla volta. Al momento della
rivelazione, l'intero fotone <<balza>> spontaneamente nella porzione trasmessa
del pacchetto d'onda, battendo traguardo il suo gemello oltre metà delle volte.
Sebbene la ridistribuzione sembra giustificate le osservazioni, ci si continua a
chiedere perché essa si verifichi. Nessuno ha ancora trovato una spiegazione
fisica per l'effetto tunnel rapido. In effetti il problema sorse già negli anni
30, quando i fisici del calibro di Eugene Wigner
della Princeton University osservarono che la teoria dei quanti sembrava
comportare simili alte velocità di attraversamento. Alcuni assunsero che le
approssimazioni usate in quelle previsioni fossero scorrette, mentre altri
ritennero che la teoria fosse corretta, ma che richiedesse un'interpretazione
prudente. Alcuni ricercatori, in particolare Markus Buttiker e Rolf Landauer del
Thomas J. Watson Research Center della IBM, proposero che grandezze diverse dal
tempo d'arrivo del picco del pacchetto d'onda (per esempio l'angolo di cui ruota
una particella che giri su se stessa mentre attraversa la barriera) potrebbero
essere più adeguate per descrivere il tempo trascorso entro la barriera. Benché
la meccanica quantistica sia in grado di prevedere l'istante di arrivo medio
di una particella, essa è priva del concetto classico di traiettoria, senza il
quale il significato di tempo trascorso in una regione non è chiaro.
Un indizio per spiegare
l'effetto tunnel rapido proviene da una particolare caratteristica del fenomeno.
Secondo la teoria, un aumento della larghezza della barriera non prolunga il
tempo necessario al pacchetto d'onda per attraversarla. Questa osservazione può
essere compresa a grandi linee servendosi del principio di indeterminazione. In
particolare, più breve è il tempo dedicato allo studio di un fotone, minore è la
precisione ottenibile nella determinazione della sua energia. Anche se un fotone
diretto verso una barriera non ha abbastanza energia per attraversarla, in un
certo senso esiste inizialmente un breve periodo durante il quale l'energia
della particella è indeterminata. Durante questo tempo è come se fotone potesse
prendere provvisoriamente a prestito abbastanza energia in più per oltrepassare
la barriera. La durata di questo periodo dipende solamente dall'energia presa a
prestito, non dalla larghezza della barriera. Non ha importanza quanto questa
diventi larga: il tempo di transito attraverso di essa rimane lo stesso. Per una
barriera abbastanza larga, la velocità apparente di attraversamento supererebbe
la velocità della luce. >
Ovviamente, perché le
misurazioni abbiano senso, le tartarughe devono percorrere esattamente la stessa
distanza: occorre che la pista di gara sia diritta affinché nessuna tartaruga
abbia il vantaggio della corsia interna. A quel punto,una volta piazzata la
barriera in uno dei due percorsi, ogni ritardo o anticipo può essere attribuito
soltanto all'effetto tunnel quantistico. Un modo per preparare due percorsi
uguali sarebbe quello di determinare il tempo impiegato da un fotone per andare
dalla sorgente al rivelatore lungo ciascun percorso. Una volta che i tempi
fossero uguali, sapremo che anche i percorsi sono uguali. Ma per eseguire questa
misurazione con un cronometro convenzionale ne occorrerebbe uno le cui lancette
e ruotassero quasi un miliardo di un miliardo di volte al minuto. Per fortuna
Leonard Mandel e collaboratori dell'Università di Rochester hanno messo a punto
una tecnica di interferenza e permette di cronometrare i nostri fotoni. Il cronometro quantistico
di Mandel si basa su un elemento ottico chiamato divisore fascio. Questo
dispositivo trasmette metà dei fotoni che vi incidono e riflette l'altra metà.
La pista di gara è preparata in modo tale che i pacchetti d'onda dei due fotoni
siano liberati nello stesso istante sulla linea di partenza e si avvicinino al
valore di fascio da lati opposti. Per ciascuna coppia di fotoni, ci sono quattro
possibilità: entrambi i fotoni potrebbero passare attraverso divisore di fascio;
entrambi potrebbero rimbalzare sul divisore di fascio; entrambi potrebbero
allontanarsi insieme da un lato; entrambi potrebbero allontanarsi insieme
dall'altro lato. Le prime due possibilità (che i fotoni siano entrambi trasmessi
o entrambi riflessi) rientrano nella categoria delle cosiddette <<rivelazioni in
coincidenza>>. Ogni fotone raggiunge un rivelatore diverso (collocato su ciascun
lato del divisore di fascio), ed entrambi i rivelatori segnalano l'evento, con
una differenza inferiore a un miliardesimo di secondo. Purtroppo questa
risoluzione temporale è pari circa al tempo che i fotoni impiegano per compiere
l'intero percorso e quindi è di gran lunga troppo grossolana per essere utile.
In che modo allora il divisore fascio e i rivelatori servono nella preparazione
della pista di gara? Semplicemente modificando la lunghezza di uno dei due
percorsi finché tutte le rivelazioni in coincidenza spariscono. In questo modo
facciamo sì che i fotoni raggiungano il divisore di fascio nello stesso momento,
rendendo davvero uguali le due corsie della pista. Bisogna ammettere che questa
affermazione suona singolare: dopo tutto, percorsi di uguale lunghezza
sembrerebbero comportare arrivi in coincidenza ai due rivelatori. Perché
l'assenza di tali eventi dovrebbe costituire il segnale desiderato? La ragione sta nel modo in
cui le particelle interagiscono l'una con l'altra in meccanica quantistica.
Tutte le particelle in natura sono bosoni o fermioni. I fermioni identici
(elettroni, per esempio) obbediscono al principio d'esclusione di Pauli, che
vieta ogni coppia di essi di trovarsi nello stesso posto nel medesimo istante.
Al contrario i bosoni (come i fotoni) amano stare insieme. Questa preferenza
porta alla rivelazione di un minor numero di coincidenze (nessuna, in un
esperimento ideale) di quante ce ne sarebbero sei i fotoni agissero
indipendentemente o arrivassero al divisore di fascio in istanti diversi. Perciò, per essere sicuri
che la gara tra i fotoni sia equa, si regola la lunghezza di uno dei percorsi.
Facendo questo, la frequenza delle rivelazioni in coincidenza segue un
avvallamento il cui minimo corrisponde all'istante in cui i fotoni impiegano
esattamente lo stesso tempo per raggiungere il divisore di fascio. La larghezza
dell'avvallamento (che è il fattore limitante nella risoluzione del nostro
esperimento) corrisponde alle dimensioni dei pacchetti d'onda fotonici:
tipicamente, circa la distanza che la luce percorre in pochi centesimi di
bilionesimo di secondo.
Solo dopo aver constatato
che le lunghezze dei due percorsi erano uguali abbiamo installato la barriera e
iniziato la gara. Abbiamo scoperto allora che la frequenza delle coincidenze non
era più al minimo: ciò implicava che uno dei due fotoni stava raggiungendo il
divisore di fascio prima dell'altro. Per ristabilire il minimo, abbiamo dovuto
allungare il percorso compiuto dal fotone che passava attraverso la barriera.
Questa correzione indica che i fotoni impiegano meno tempo ad attraversare la
barriera che a muoversi nell'aria. Benché avessimo progettato percorsi per i
fotoni di un dispositivo con un medico intelligente, avrebbe dovuto essere
difficile condurre la competizione: il fatto stesso che la prova si sia potuta
effettuare costituisce una seconda convalida del principio di non località,
senza il quale cortometraggio preciso della gara sarebbe stato impossibile. Per
determinare con la massima precisione il tempo di emissione di un fotone, si
preferirebbe ovviamente che i pacchetti d'onda dei fotoni fossero più corti
possibile. Il principio di indeterminazione tuttavia afferma che più
accuratamente si determina il tempo di emissione di un fotone, maggiore è
l'indeterminazione che si deve accettare nella conoscenza della sua energia. A
causa del principio di indeterminazione, dovrebbe emergere nei nostri
esperimenti un fondamentale controbilanciamento dell'effetto: i colori che
costituiscono un fotone dovrebbero disperdersi in un qualunque tipo di vetro,
allargando il pacchetto d'onda e riducendo la precisione del cronometraggio. La
dispersione deriva dal fatto che colori diversi viaggiano nel vetro e velocità
differenti: la luce blu in generale si muove più lentamente di quella rossa. Un
esempio familiare di dispersione è la decomposizione della luce bianca nei suoi
colori costituenti per mezzo di un prisma. Quando un breve impulso di radiazione
si muove in un mezzo dispersivo (la barriera stessa o uno degli elementi
in vetro usati per guidare la luce), i colori vicini al rosso si spostano in
avanti, e quelli vicini al blu restano indietro. Un semplice calcolo mostra che
la lunghezza dei nostri impulsi di fotoni si quadruplicherebbe passando
attraverso paio di centimetri di vetro. La presenza di un simile allargamento
avrebbe dovuto rendere quasi impossibile dire quale tartaruga avesse tagliato
per primo il traguardo. È notevole invece che l'allargamento dell'impulso
fotonico non abbia degradato la precisione delle cronometraggio. Sta qui il
nostro secondo esempio di non località quantistica: entrambi i fotoni gemelli
devono necessariamente seguire ambedue i percorsi nello stesso tempo, e quasi
per magia ciò annulla i potenziali errori di cronometraggio. Per comprendere questo
effetto di cancellazione, è necessario esaminare una proprietà speciale delle
nostre coppie di fotoni. Esse si generano in quel processo che i fisici chiamano
<<suddivisione parametrica spontanea>>. Il processo si verifica quando un fotone
si propaga in un cristallo che ha proprietà ottiche non lineari. Questo
cristallo può assorbire un singolo fotone ed emettere al suo posto una coppia di
altri fotoni, ciascuno con circa metà dell'energia del genitore (e questo è il
significato del termine <<suddivisione>>). Un fotone ultravioletto per esempio
ne produrrebbe due infrarossi. I 2 fotoni sono emessi simultaneamente, e la
somma delle loro energie eguaglia esattamente l'energia del fotone genitore. In
altri termini, i colori dei fotoni della coppia sono correlati: se uno è
leggermente più blu (e quindi si muove più lentamente nel vetro), allora l'altro
deve essere leggermente più rosso (e propagarsi più rapidamente). Si potrebbe
pensare che le differenze tra i due fotoni così creati possano influenzare
l'esito della gara: una tartaruga potrebbe essere più in forma dell'altra.
Invece, a causa della non località, ogni discrepanza tra i due si rivela
irrilevante. Il punto chiave sta nel fatto che nessuno dei due rivelatori a
alcuna possibilità di identificare quale fotone abbia seguito quale percorso.
Uno qualunque dei due fotoni potrebbe avere oltrepassato la barriera. Il fatto
che ci siano due o più possibilità o esistenti che conducono allo stesso esito
finale porta a quello che viene definito <<effetto di interferenza>>. Ciascun
fotone segue entrambi i percorsi simultaneamente, e queste due possibilità
interferiscono l'una con l'altra, ossia la possibilità che il fotone che ha
attraversato il vetro fosse più rosso (più veloce) interferisce con la
possibilità che fosse il più blu (più lento). Come conseguenza, la differenza
tra le velocità si bilancia, e gli effetti della dispersione si annullano.
L'allargamento dispersivo dei singoli impulsi fotonici non è più un fattore
rilevante. Se la natura agisse localmente, ci riuscirebbe molto difficile
eseguire una qualunque misurazione. Il solo modo per descrivere ciò che succede
è di affermare che ciascun gemello procede sia lungo il percorso con la barriera
sia lungo quello libero, situazione che esemplifica la non località.
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| La dispersione della luce avviene perché i colori si muovono a velocità
diversa. Un impulso di luce, attraversando un vetro, si allarga in un pacchetto
d'onda variopinto: i colori verso il rosso si portano in avanti, quelli verso il
blu restano indietro. |
Finora abbiamo discusso
due risultati non locali dei nostri esperimenti quantistici. Il primo è la
misurazione del tempo di attraversamento della barriera, che richiede che i due
fotoni inizino la gara esattamente nello stesso istante. Il secondo è la
cancellazione dell'effetto di dispersione, che si basa su una correlazione
precisa tra le energie dei due fotoni in gara. In altri termini si dice che i
fotoni sono correlati in energia (<<cosa fanno>>) e in tempo (<<quando fanno>>).
Il nostro esempio finale di non località è in realtà una combinazione dei primi
due. In particolare un fotone <<reagisce>> istantaneamente ciò che fa il suo
gemello, per quanto grande sia la distanza tra i due. I lettori avveduti
potrebbero protestare a questo punto, affermando che il principio di
indeterminazione di Heisenberg vieta la specificazione esatta e simultanea del
tempo e dell'energia. È per una particella singola avrebbero ben ragione. Per
due particelle tuttavia la meccanica quantistica ci consente di definire
simultaneamente la differenza tra i loro tempi di emissione e la somma
delle loro energie, anche se né il tempo né l'energia relativi a una particella
sono specificati. Questo fatto condusse Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen
a concludere che la meccanica quantistica è una teoria incompleta. Nel
1935 essi formularono un esperimento ideale per dimostrare quelli che ritenevano
essere i difetti della meccanica quantistica. In base a quest'ultima - fecero
presente i fisici dissenzienti - le due particelle prodotte da un processo come
la suddivisione dovrebbero essere accoppiate. Si supponga per esempio di
misurare l'istante di emissione di una particella. A causa della stretta
correlazione temporale, si potrebbe prevedere con certezza l'istante di
emissione dell'altra particella senza disturbarla in alcun modo. Si potrebbe
anche misurare direttamente l'energia della seconda particella e dedurne
l'energia della prima. Con questo artificio sarebbe perciò possibile determinare
con esattezza tanto l'energia quanto il tempo di emissione di ciascuna
particella, violando di fatto il principio di indeterminazione. Come è possibile
comprendere la correlazione e risolvere questo paradosso? Ci sono fondamentalmente
due opzioni. La prima è che esista ciò che Einstein denominò azione a distanza
<<tramite fantasmi>> (Spukhafte Fernwirkungen). In questo scenario la
soluzione sta tutta nella descrizione quantistica delle particelle. A nessun
fotone si associa un'energia o un tempo particolari fino a quando non si esegua
per esempio una misurazione dell'energia. A quel punto si osserva soltanto
un'energia. Poiché le energie dei due fotoni si sommano a definire l'energia del
fotone genitore, l'energia precedentemente indeterminata del fotone gemello, che
non è stata misurata, deve istantaneamente portarsi al valore richiesto della
conservazione dell'energia. Questo <<collasso>> non locale si verificherebbe
indipendentemente dalla distanza percorsa dal secondo fotone. Il principio di
indeterminazione non è violato perché è possibile specificare solo una o l'altra
variabile: la misurazione dell'energia perturba il sistema, introducendo
istantaneamente una nuova indeterminazione nel tempo.
Ovviamente non si dovrebbe
accettare un modello non locale così bizzarro se esistesse un modo più semplice
per comprendere le correlazioni. Una spiegazione più intuitiva che i fotoni
gemelli lascino la sorgente a tempi definiti e correlati e che abbiano energie
definite e correlate. Il fatto che la meccanica quantistica non sappia
specificare simultaneamente queste proprietà indicherebbe allora semplicemente
che la teoria è incompleta.
Einstein, Podolsky e Rosen
sostennero la seconda spiegazione. Secondo loro non vi era assolutamente nulla
di non locale nelle correlazioni osservate tra coppie di particelle, perché le
proprietà di ciascuna particella sono determinate al momento dell'emissione. La
meccanica quantistica sarebbe corretta soltanto come teoria probabilistica, una
sorta sociologia dei fotoni, e non potrebbe descrivere completamente tutte le
singole particelle. Si potrebbe immaginare che ci sia una teoria soggiacente in
grado di prevedere risultati specifici di tutte le misurazioni possibili e di
dimostrare che le particelle agiscono localmente. Siffatta teoria dovrebbe
essere fondata su alcune variabili nascoste non ancora individuate. Nel 1964
John S. Bell del CERN formulò un teorema che dimostra come il ricorso a
variabili locali nascoste fornisca sempre previsioni diverse da quelle della
meccanica quantistica.
>Da allora i risultati
sperimentali hanno suffragato la rappresentazione non locale (quantistica) e
contraddetto quella intuitiva di Einstein, Podolsky e Rosen. Il merito per il
lavoro pionieristico svolto spetta in gran parte ai gruppi guidati da John
Clauser dell'Università della California a Berkeley e da Alain Aspect, ora
all'istituto di ottica di Orsey, che negli anni 70 e i primi anni 80 esaminarono
le correlazioni tra le polarizzazioni dei fotoni. Lavori più recenti di John G.
Rarity e Paul R. Tapster del Royal Signals and Radar Estabilishment in
Inghilterra hanno indagato le correlazioni tra le quantità di moto di fotoni
gemelli. Il nostro gruppo si è spinto un po' più avanti in questo senso.
Seguendo l'idea proposta nel 1989 da James D. Franson della Johns Hopkins
University, abbiamo deciso di condurre un esperimento per verificare se un
modello a variabili locali nascoste, anziché la meccanica quantistica, potesse
spiegare le correlazioni tra energie e i tempi. Nel nostro esperimento
fotoni gemelli provenienti dal cristallo dove ha luogo la suddivisione vengono
inviati separatamente a interferometri identici. Ciascun interferometro è
progettato sostanzialmente come una autostrada con una deviazione opzionale. Il
fotone può seguire un percorso breve e andare direttamente dalla sorgente alla
sua destinazione, oppure può scegliere la via alternativa più lunga (la cui
lunghezza può essere regolata) deviando attraverso l'area di servizio prima di
continuare per la sua strada.
Si osservi ora che cosa
succede quando inviamo i membri di una coppia di fotoni attraverso questi
interferometri. Ciascun fotone sceglie a caso il percorso lungo (passa per la
deviazione) o quello più corto e diretto. Dopo aver seguito una delle due
strade, il fotone può lasciare il proprio interferometro scegliendo tra le due
aperture, una designata <<su>> e l'altra <<giù>>. Abbiamo osservato che ciascuna
particella aveva la medesima probabilità di uscire attraverso l'apertura <<su>>
o quella <<giù>>. Si potrebbe dunque supporre intuitivamente che la scelta di un
fotone a favore di un'uscita non fosse correlata alla scelta che il suo gemello
eseguiva all'altro interferometro; ma questo è falso. Vi sono invece forti
correlazione tra le vie d'uscita che ciascun fotone sceglie quando abbandona il
proprio interferometro. Per certe lunghezze della deviazione, per esempio, ogni
qualvolta il fotone di sinistra lascia interferometro attraverso l'apertura
<<su>>, la medesima via d'uscita viene scelta anche dal suo gemello di destra. Si potrebbe sospettare che
questa correlazione sia stabilita fin dall'inizio, come quando si nasconde una
pedina Bianca in un pugno e una nera nell'altro. Poiché i colori sono ben
definiti in partenza, non ci meravigliamo di sapere che, quando troviamo una
pedina Bianca in una mano, l'altra pedina deve essere certamente nera.
Un interferometro per fotoni gemelli (a) cronometra in
modo preciso i fotoni in gara. Questi ultimi vengono creati in un cristallo per
<<suddivisione parametrica spontanea>> e guidati da specchi verso un divisore di
fascio. Se un fotone arriva al divisore di fascio prima dell'altro (a causa
della barriera), entrambi i rivelatori daranno un segnale in circa metà delle
gare. Esistono due casi che portano a tali coincidenze: i fotoni sono entrambi
trasmessi (b) o entrambi riflessi (c)
A parte il
tempo di arrivo, non c'è modo di determinare quale fotone abbia seguito quale
percorso: uno qualunque potrebbe avere attraversato la barriera (questa non
località in realtà è ciò che consente il funzionamento dell'interferometro). Se
i fotoni arrivano contemporaneamente al divisore di fascio, per ragioni
quantistiche si allontaneranno nella stessa direzione, e pertanto i due
rivelatori non daranno segnale in coincidenza. Nelle due possibilità illustrate
si ha allora interferenza distruttiva.
Una correlazione
precostituita però non può spiegare le reali circostanze del nostro esperimento,
che sono molto più strane: cambiando la lunghezza del percorso in ciascuno dei
due interferometri, possiamo controllare la natura delle correlazioni. Possiamo
passare senza soluzione di continuità da una situazione in cui fotoni escono
sempre dalle aperture uguali (entrambi usano quelle <<su>> o quelle <<più>>) dei
propri rispettivi interferometri, a una in cui riescono sempre dalle aperture
opposte. In linea di principio una simile correlazione esisterebbe anche se
regolassimo la lunghezza del percorso dopo che i fotoni hanno lasciato la
sorgente. In altri termini, prima di entrare nel interferometro nessun fotone sa
quale strada percorrerà, ma uscendone ciascuno conosce istantaneamente (non
localmente) di che cosa ha fatto il suo gemello, e si comporta di conseguenza.
Per studiare queste correlazioni controlliamo quanto spesso i fotoni emergano da
ciascun interferometro nello stesso istante e diano luogo a un conteggio in
coincidenza tra i rivelatori posti in corrispondenza delle aperture di uscita
<<su>> dei due interferometri. La variazione della lunghezza di una delle
deviazioni non cambia il conteggio di ciascun singolo rivelatore, ma influisce
sulla frequenza dei conteggi in coincidenza, segnalando il comportamento
correlato di ciascuna coppia di fotoni. Questa variazione produce <<frange>> che
ricordano le bande luminose e scure del tradizionale interferometro a due
fenditure che mostra la natura ondulatoria delle particelle. Nel nostro
esperimento le frange implicano un peculiare effetto di interferenza. Come
abbiamo già anticipato, interferenza può essere espressa come risultato di due o
più possibilità indistinguibili e coesistenti che portano allo stesso risultato
finale (si ricordi il nostro secondo esempio di non località, in cui ciascun
fotone si muove simultaneamente lungo due differenti percorsi producendo
interferenza). Nel caso in esame, ci sono due modi possibili perché si verifichi
un conteggio in coincidenza: o entrambi i fotoni hanno intrapreso il percorso
diretto, oppure entrambi hanno scelto quello più lungo (nei casi in cui un
fotone segue il percorso lungo e l'altro quello breve, i tempi di arrivo sono
diversi e pertanto l'interferenza non ha luogo: questi conteggi vengono scartati
elettronicamente). La coesistenza di queste due possibilità indica una
situazione senza senso nella visione classica; perché ciascun fotone arriva al
rivelatore nello stesso momento dopo aver percorso tanto il percorso lungo
quanto quello breve, ciascun fotone è stato emesso <<due volte>>: una volta per
il percorso breve e una per quello lungo.
Per comprendere ciò, si
consideri l'analogia in cui noi stessi abbiamo il ruolo di uno dei rivelatori.
Si immagini di ricevere una lettera di un amico da un altro continente. Si sa
che la lettera è arrivata o per aereo o per nave, il che implica che la
spedizione sia avvenuta una settimana fa (per aereo) o un mese fa (per nave).
Perché esista un effetto di interferenza, quell'unica lettera dovrebbe essere
stata spedita in entrambi i momenti. Naturalmente dal punto di vista classico
questa eventualità è assurda. Nei nostri esperimenti però l'osservazione delle
frange di interferenza implica che ciascun fotone gemello possiede due tempi
indistinguibili di emissione dal cristallo: il fotone ad due compleanni. Di più: la forma esatta
delle frange di interferenza può essere usata per distinguere tra la meccanica
quantistica e ogni concepibile teoria locale a variabili nascoste (in cui per
esempio ciascun fotone potrebbe nascere con un'energia definita o sapendo già
quale uscita a scegliere). Secondo i vincoli imposti dal teorema di Bell,
nessuna teoria a variabili nascoste può prevedere frange sinusoidali
caratterizzate da un <<contrasto>> maggiore del 71%; ciò significa
che la differenza di intensità tra le bande scure e quelle luminose e non può
superare un certo limite. I nostri dati tuttavia mostrano frange con un
contrasto di circa il 90%. Se si fanno alcune ragionevoli assunzioni
supplementari, si può concludere da questi dati che la rappresentazione
intuitiva, locale, realistica proposta da Einstein e dai suoi collaboratori è
scorretta: è impossibile spiegare risultati osservati senza prendere atto che il
risultato della misurazione eseguita su un lato dipende non localmente dal
risultato di quella compiuta sull'altro lato. È dunque in pericolo la teoria
della relatività di Einstein ? Sorprendentemente no, perché non c'è modo di usare
le correlazioni tra particelle per inviare un segnale più veloce della luce. La
ragione consiste nel fatto che è un risultato casuale che un fotone raggiunga il
rivelatore o usi invece l'apertura di uscita <<giù>>. Solo confrontando le
registrazioni apparentemente casuali dei conteggi dei due rivelatori, e riunendo
necessariamente i nostri dati, possiamo apprezzare le correlazioni non locali. I
principi di causalità rimangono inviolati. Gli appassionati di fantascienza
potrebbero essere dispiaciuti di apprendere che la comunicazione più veloce
della luce sembri tuttora impossibile. Ma diversi scienziati hanno cercato di
sfruttare al meglio la situazione proponendo di usare la casualità delle
correlazioni per costruire vari schemi di cifratura. I codici prodotti da questi
sistemi di crittografia quantistica sarebbero completamente inviolabili.
Abbiamo quindi osservato
la non località in tre esempi diversi. Prima di tutto, nel processo di
attraversamento di una barriera, un fotone è in qualche modo capace di percepire
il lato opposto della barriera e di attraversarla nel medesimo lasso di tempo
qualunque sia lo spessore della barriera stessa. Inoltre, negli esperimenti ad
alta risoluzione temporale, la cancellazione della dispersione dipende dal fatto
che ognuno dei due fotoni si sia propagato lungo entrambi i percorsi
nell'interferometro. Infine, nell'ultimo esperimento discusso,1 correlazione non
locale dell'energia e del tempo tra due fotoni è evidenziata dal comportamento
accoppiato di fotoni che hanno lasciato gli interferometri. Sebbene nei nostri
esperimenti fotoni fossero separati solo da qualche metro, la meccanica
quantistica prevede che le correlazioni debbano essere osservate
indipendentemente da quanto distanti siano i due interferometri. In qualche modo la natura
è stata abbastanza abile da evitare qualsiasi contraddizione con il concetto di
causalità, perché non è assolutamente possibile usare alcuno degli effetti
descritti per inviare segnali più veloci della luce. La tenue coesistenza della
relatività, che è locale, e della meccanica quantistica, che è non locale, ha
per ora resistito a un'altra tempesta.
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