La struttura di una nebulosa planetaria dipende molto
dall'ambiente ove essa nasce e si sviluppa. In assenza di influenze esterne,
dovrebbero formarsi bolle di gas perfettamente sferiche, ma meno di 1/10 di
nebulose planetarie catalogate ha questa forma: quasi tutte presentano un
evidente asse di simmetria, che rivela l'azione di altre forze. Le nebulose
planetarie con una asimmetria modesta come NGC 3242 si dicono ellittiche; quelle
ad asimmetria marcata come NGC 650-1 (Il piccolo manubrio) e NGC 2346 vengono
definite a farfalla. Molte nebulose contengono anche due addensamenti brillanti
ai poli opposti della stella: è il caso di NGC 7009. Tutte queste nebulose possiedono una simmetria assiale,
ovvero constano di due metà simmetriche rispetto a un asse centrale.
Secondo quasi tutti i modelli teorici, le forme a simmetria assiale sarebbero il
risultato di una perdita di massa particolarmente rilevante nel piano
equatoriale della stella durante la fase del superevento. Bruce Balik
dell'Università di Washington ha sottolineato che i dati osservativi, secondo i
quali il gas si concentra nel piano equatoriale delle stelle, confermano nel
complesso questi modelli. Mark R. Morris dell'Università della California
A los Angeles ha avanzato l'ipotesi che le nebulose planetarie non sferiche
possono svilupparsi intorno a sistemi stellari doppi, Secondo la ua
teoria, durante la fase di gigante del ramo asintotico la stella progenitrice
crescerebbe fino a far traboccare il proprio involucro esterno sulla compagna,
dando origine a un disco di gas in rotazione intorno a quest'ultima. Si
formerebbero allora due getti di materia che si estendono in direzione
perpendicolare al disco (il meccanismo fisico alla base di quest'ultimo fenomeno
è tutt'altro che chiaro, ma si osservano spesso getti espulsi dai poli di stelle
circondate da un disco di materia). Sarebbero gli effetti mareali della compagna
a far concentrare il superevento nel piano orbitale del sistema. La materia
espulsa nei getti polari formerebbe poi addensamenti luminosi di gas allineati
in direzione perpendicolare al disco. La forma di una nebulosa planetaria può
essere influenzata anche dal suo moto attraverso il mezzo interstellare.
Quest'ultimo è estremamente rarefatto: la sua densità è di circa un atomo per cm
cubo nel piano galattico e scende bruscamente subito al di sopra e al di sotto
di esso. Mentre una stella e la nebulosa che la circonda si muovono nella Via
Lattea, il mezzo interstellare le lambisce a una velocità compresa tra 40 e 150
Km/s. La parte della nebulosa che fronteggia il flusso rallenta e viene
compressa nella direzione del moto; diventa quindi relativamente più densa e più
brillante della materia circostante. Laddove la materia della nebulosa incontra
il mezzo interstellare possono svilupparsi formazioni complesse. Nel caso della
nebulosa Elica, per esempio, sembra che un gas molto rarefatto sia stato
rimescolato e compresso un poco più avanti della nebulosa, lungo la direzione
del moto. Attualmente si conosce soltanto una decina di nebulose planetarie che
presentino tracce evidenti di interazione col mezzo interstellare.Se si
riuscisse ad ampliare questo esiguo campione gli astronomi avrebbero a
disposizione uno strumento prezioso per studiare la densità e altre
caratteristiche fisiche del mezzo interstellare. Numerose osservazioni hanno
dimostrato che le nebulose planetarie si espandono a una velocità compresa tra 5
e 100 km/s, con un valore medio di 20 km/s: in alcuni casi è possibile
confermare questi valori esaminando visivamente l'espansione della nebulosa.
Formulando una stima delle dimensioni della nebulosa e del rallentamento della
sua espansione se ne può calcolare l'età. I valori ricavati;
compresi tra alcune migliaia di anni e 30mila anni, hanno contribuito a porre
vincoli ai modelli di evoluzione delle nebulose planetarie e delle stelle che ne
occupano il centro.
Esaminando gli spettri alterati dello spostamento Doppler si è
scoperto inoltre che dalla stella centrale di molte nebulose planetarie spira un
flusso di gas, o <<vento>>, ad alta velocità. I venti stellari danno
origine a un profilo spettrale caratteristico perché gli atomi possono assorbire
alle stesse lunghezze d'onda alle quali le emettono, e quindi gli atomi
interposti lungo la linea di vista assorbono in parte la luce della stella prima
che questa giunga alla Terra, dando origine a una riga scura (in assorbimento)
nello spettro. Dato che questi atomi si muovono si trovano in quella parte
del vento che si muove verso la Terra, le righe in assorbimento risultano
spostate a una lunghezza d'onda inferiore. Degli altri atomi, che non sono
proiettati sull'immagine della stella centrale, si vede la radiazione in
emissione e non in assorbimento. Gli atomi emittenti si muovono in
tutte le direzioni e quindi presentano uno spostamento Doppler complessivo
nullo. Ne consegue che lo spettro della stella contiene una riga in
emissione, ma anche una riga in assorbimento dello stesso atomo, a lunghezza
d'onda leggermente inferiore. La lunghezza d'onda alla quale appare
la riga di assorbimento (o più esattamente, la differenza di lunghezza d'onda
tra le due righe) consente di valutare la velocità del vento: si sono misurati
venti molto veloci, che si muovono anche a 4000 km/s. L'intensità delle
righe in assorbimento e in emissione può essere a sua volta utilizzata per
ridurre la densità del vento e quindi la velocità alla quale la stella perde
massa, ma questo metodo è in via di miglioramenti. Le osservazioni
spettroscopiche hanno rilevato anche la composizione delle nebulose planetarie.
Ciascun atomo infatti, produce una configurazione caratteristica di righe
spettrali che si può osservare e confrontare con gli spettri misurati in
laboratorio. All'inizio però, le emissioni delle nebulose planetarie
parvero misteriose: nel 1866 l'astronomo britannico William Huggins scoprì che
molte di esse mostrano tre righe spettrali di intensità particolarmente
elevata, due delle quali non corrispondevano ad alcuna emissione allora
conosciuta. Huggins attribuì queste righe a un nuovo elemento
ipotetico che chiamò (e non poteva fare diversamente) "Nebulio" . Nel
1927 però Ira S. Bowen della Calif. Inst. of Technology, capì che le misteriose
righe erano dovute in realtà a ioni (cioè atomi privi di alcuni dei propri
elettroni) , e identificò lo ione responsabile dell'emissione nell'ossigeno
ionizzato 2 volte (privo cioè dei due elettroni) che è estremamente instabile
sulla Terra, ma è in grado di sopravvivere a lungo nel vuoto quasi totale dello
spazio. La lunghezza d'onda delle righe in
emissione identifica in maniera univoca, sia l'elemento sia il numero degli
elettroni mancanti, cioè lo stato di ionizzazione. Quasi tutta la
radiazione proveniente dalle nebulose planetarie è emessa da ioni che vengono
eccitati da collisioni o dalla radiazione emessa dalla stella calda, oppure che
ricatturano elettroni liberi. Lawrence H. Haller della università di
L.Angeles, James Kaler della univ. Illinois e molti altri hanno esaminato le
righe in emissione per determinare l'abbondanza relativa delle varie specie
atomiche delle nebulose planetarie, usando telescopi ottici e satelliti
International ultraviolet explorer in funzione dal 1978. La
massa delle nebulose planetarie è costituita peri 70% da idrogeno e 28% da elio,
il restante: carbonio, azoto, ossigeno e in maniera ancora inferiore: neon,
zolfo, sodio, argo e cloro, questi più pesanti dei primi due. Si
ritiene che molti di questi elementi vengano sintetizzati nelle reazioni
termonucleari che si verificano nelle regioni centrali delle stelle; la loro
presenza in una nebulosa induce quindi a ritenere che siano stati in qualche
modo <<estratti>> dal nucleo della stella. Le nebulose planetarie non
presentano tracce di fenomeni violenti, quindi la materia deve essere stata
trasportata per convezione, il processo turbolento che trasferisce materia e
energia attraverso la stella. Dalla abbondanza relativa di elementi
pesanti si ricava che la materia che costituisce la nebulosa planetaria deve
essere stata estratta dal nucleo ricco di elio e trasportata verso gli strati
esterni della stella; il forte vento emesso dall'astro ha poi disperso questi
strati. l'analisi della composizione delle nebulose planetarie
rivela alcuni parametri indicativi dei processi verificatisi nella progenitrice,
sopratutto l'efficienza e la profondità della convezione al suo interno.
L'intensità delle varie righe spettrali rivela anche la temperatura e la densità
delle nebulose planetarie. Si ricava che la temperatura meda è di norma intorno
ai 10mila Kelvin, mentre la densità varia da alcuni atomi per cm cubo al centro
e alla periferia estrema ben 100mila atomi per cm cubo. Densità simili
sono di gran lunga superiori a quelle della materia interstellare. ( le nebulose
planetarie sono comunque decisamente <<vuote>> secondo i criteri terrestri. Le
nebulose più piccole tendono ad avere densità relativamente elevate. Infine:
raffinando progressivamente gli studi sulle nebulose planetarie, gli scienziati
scopriranno nuove informazioni su una gamma di ambienti spaziali, dagli ammassi
globulari al nostro Sole che attende la propria gloria finale tra 5 miliardi di
anni.
quelli della via lattea
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