Nel corso di questo secolo, La fisica ha fatto ricorso a due
descrizioni della natura
radicalmente diverse tra loro: la fisica classica e la
fisica quantistica. La prima descrive il moto degli oggetti macroscopici, come
ruote, pulegge,pianeti e galassie. Descrive anche le relazioni continue, e in
genere prevedibili, di causa ed effetto quelle che legano la Terra ai satelliti
in orbita o come gli urti tra palle da biliardo. La fisica quantistica concerne
invece il mondo microscopico degli atomi, delle molecole, dei nuclei e delle
particelle fondamentali, il cui comportamento è descritto da leggi
probabilistiche che definiscono le transizioni tra vari livelli di energia e
regolano l'attraversamento delle barriere di energia per effetto tunnel. Poiché
la meccanica quantistica è la teoria fondamentale della natura, essa dovrebbe
comprendere anche la fisica classica; ovvero, se applicata ai fenomeni
macroscopici, la meccanica quantistica dovrebbe tendere a un limite coincidente
proprio con la meccanica classica. Fino a tempi recenti, però, la natura esatta
di questo passaggio non era stata spiegata esaurientemente. Ora questo traguardo
è a portata di mano: sono stati infatti costruiti sistemi atomici che, per brevi
periodi, si comportano secondo le leggi della meccanica classica. Questi sistemi
vengono realizzati eccitando gli atomi in modo di farli dilatare fino a 10mila
volte la loro dimensione di partenza. A questa scala è possibile individuare con
buona approssimazione la posizione di un elettrone (o almeno la sua orbita non
appare più come una nube sfocata che rappresenta solo la probabilità di trovare
l'elettrone in una regione relativamente limitata dello spazio). In effetti,
compiendo il proprio moto di rivoluzione intorno al nucleo, l'elettrone segue un
orbita ellittica, come quelle dei pianeti che ruotano intorno al Sole. Si può
apprezzare meglio quanto sia importante comprendere il limite classico di un
atomo se si tiene conto che la tecnologia moderna ha reso più sfumata la
demarcazione tra mondo macroscopico e mondo microscopico. Finora questi due
dominii erano ben separati: gli scienziati ricorrevano alla meccanica classica
per prevedere un eclissi di Luna, ma passavano ai calcoli quantistici allorché
si tratta di studiare il decadimento radioattivo. Oggi tuttavia in ingegneria
elettronica è normale realizzare chip di silicio che contengono transistori più
piccoli di un micrometro: le dimensioni di questi dispositivi sono pertanto
paragonabili a quelle delle grandi molecole. Nello stesso tempo, grazie ai
microscopi della nuova generazione, si possono vedere e addirittura manipolare
singoli atomi. Studiare il limite classico dell'atomo può quindi essere d'ausilio nel trovare il modo migliore
per utilizzare queste tecnologie.
Le profonde differenze tra il mondo quantistico e quello classico divennero
evidenti verso la fine del secolo scorso. Gli esperimenti di alcuni illustri
scienziati, come il fisico neozelandese Ernest Rutheford, che lavorò
all'università di Cambridge, dimostrarono che l'atomo è costituito da una carica
positiva puntiforme circondato da elettroni con carica negativa. Agli occhi di
di quei primi ricercatori questa struttura appariva simile a quella del sistema
solare, e in effetti, al pari dell'attrazione di gravità, la forza che lega gli
elettroni al nucleo, detta forza di Coulomb, decresce con il quadrato della
distanza. Questo semplice modello planetario non era però soddisfacente. In base
alla teoria elettromagnetica classica, una carica elettrica che percorra un
orbita chiusa deve irradiare energia; quindi un elettrone su un'orbita ellittica
dovrebbe perdere in un tempo brevissimo tutta la propria energia e ricadere sul
nucleo. Pertanto tutta la materia dovrebbe essere instabile. Inoltre la
radiazione emessa dall'elettrone nella sua caduta sul nucleo dovrebbe avere uno
spettro continuo, mentre gli esperimenti indicavano che gli elettroni emettono
radiazione in quantità di discrete e presentano uno spettro di righe discrete.
il fisico Niels Bohr risolse alcune di queste difficoltà aggiungendo al
modello <<planetario>> dell'atomo basato sulla fisica classica alcuni vincoli,
ricavati da una teoria sulla natura della radiazione che era stata formulata dal
fisico tedesco Max Plank: la radiazione emessa in unità discrete (la cui energia
dipende da un parametro fondamentale, h, detto
costante di Plank
. Niels Bohr conservò il concetto di orbita classica, ma postulò che
fossero permessi solo determinati valori discreti dell'energia e del momento
angolare e ogni stato di energia consentito a un elettrone associato al
nucleo era caratterizzato da un intero, detto numero quantico principale. Per
esempio, allo stato fondamentale corrispondeva il numero uno, al primo stato
eccitato corrispondeva il numero due e così via. Ulteriori numeri quantici
descrivevano il momento angolare della particella, che secondo la teoria di Bohr
si presentava solo i multipli interi della costante fondamentale di Plank. Gli
elettroni potevano passare da un orbita a un'altra per mezzo di <<salti
quantistici>>, ciascuno dei quali causa l'emissione di una particolare frequenza
luminosa, pari alla differenza di energia tra le due orbite divisa per la
costante di Plank.
Le frequenze calcolate in questo modo coincidevano
perfettamente con quelle osservate negli spettri discreti della luce emessa
dall'idrogeno. Oltre a ciò Bohr postulò una regola che definiva il limite
classico della sua teoria quantistica. Questa regola, denominata principio di
corrispondenza, asserisce che, per numeri quantici grandi, la teoria quantistica
deve tendere alla meccanica classica. Il limite corrisponde a situazioni fisiche
nelle quali l'azione classica e molto più grande della costante di Plank.
Pertanto si dice di solito il limite classico è la scala alla quale la costante
di Plank si annulla. Il principio di corrispondenza di Bohr è ancora un criterio
fondamentale per definire il limite classico della meccanica quantistica ma,
come vedremo, pur essendo necessario, esso non è sufficiente per ottenere il
comportamento classico. Il modello di Bohr-Rutheford spiegava bene le
caratteristiche dell'idrogeno, ma quando veniva applicato al comportamento di
atomi più complessi e alle proprietà delle molecole dava risultati incoerenti e
problematici. Il fisico tedesco Werner Heisenberg ipotizzò che, per compiere ulteriori progressi,
la teoria quantistica degli atomi avrebbe dovuto basarsi solo su grandezze
osservabili direttamente, come le righe spettrali già menzionate. In particolare
egli riteneva che certi concetti della fisica classica, come le orbite
elettroniche di Bohr e di Rutheford, dovessero essere totalmente abbandonati. Un
dì Werner Heisenberg scrisse all'eminente collega austriaco
Wolfgang Pauli che queste orbite non avevano il minimo
significato fisico, e in effetti la formulazione matriciale della meccanica
quantistica da lui proposta prescindeva completamente dalle orbite degli
elettroni. E gli spiegava la frequenza e ampiezza delle righe spettrali discrete
in termini della costante di Plank e di altre costanti fondamentali della
natura. Per via indipendente, il fisico austriaco Erwin Schrodinger riuscì a
ricavare una formulazione diversa ma equivalente. Seguendo le idee e fisico
francese Louis de Broglie, Schrodinger rappresentò un sistema fisico con
un'equazione d'onda le cui soluzioni fornivano la probabilità dei vari esiti
possibili dell'evoluzione del sistema. Mentre Heisenberg riteneva che le orbite
classiche non avessero diritto alla cittadinanza nella teoria quantistica e
dovessero essere abbandonate, Schrodinger era di parere diverso. Interessato fin
dall'inizio alla relazione che lega mondo microscopico e mondo macroscopico,
egli riteneva che la meccanica classica dovesse discendere dalla sua equazione
d'onda. Per prima cosa, Schrodinger studiò un sistema semplicissimo,
l'oscillatore armonico. Questo sistema, che corrisponde al moto oscillatorio di
un grave fissato all'estremità di una molla, non coincide esattamente con il
sistema costituito da un corpo orbitante, ma condivide una caratteristica
fondamentale con un orbita immersa in un potenziale coulombiano o
gravitazionale: la periodicità. Il corpo orbitante ripete il proprio moto a
ciascun ciclo (per esempio il periodo dell'orbita terrestre è uguale ad un
anno); così pure, il grave sospeso la molla ha un proprio ciclo, in quanto
compie un movimento completo di andata e ritorno in un periodo determinato.
Dalla teoria dell'oscillatore armonico che egli stesso aveva formulato,
Schrodinger fu in grado di ricavare il comportamento classico costruendo una
soluzione della sua equazione che consisteva in una somma di soluzioni aventi
valori di energia di discreti. L'andamento pratico di queste soluzioni è in
sostanza quello di onde sinusoidali di frequenze diverse. Sovrapponendo queste
onde si otteneva un <<pacchetto d'onde gaussiano>> dal caratteristico andamento
a campana. La proprietà più rimarchevole di questo pacchetto d'onde era che esso
rimaneva localizzato intorno a un centro che manifestava comportamento periodico
classico. Schrodinger non riuscì tuttavia a ricavare un analogo moto classico
per i casi più complessi, per esempio il moto di un elettrone nell'atomo di
idrogeno. A prima vista fornire una descrizione a pacchetto d'onde classico di
un elettrone associato a un atomo non sembra difficile: si potrebbero scegliere
anche in questo caso opportuni stati energetici dell'atomo, trovare le loro
soluzioni ondulatorie e infine sovrapporle. Il problema sta nel modo in cui gli
stati energetici sono effettivamente separati. Un teorema dovuto a un matematico
francese Jean Btptiste Fourier stabilisce che solo livelli
energetici tra loro e equidistanti possono combinare e ricavare stato coerente
che manifesti un moto periodico. Tuttavia, in un atomo, stati energetici
adiacenti non sono equidistanti: per esempio: l'energia che separa lo stato
fondamentale dal primo stato eccitato e enorme rispetto agli intervalli
energetici corrispondenti a numeri quantici molto elevati: il primo intervallo è
un milione di volte più grande di quello che separa gli stati energetici
corrispondenti ai numeri quantici 100 e 101. Come conseguenza, un pacchetto
d'onde costituito da una sovrapposizione di stati prossimi allo stato
fondamentale si disperde subito dopo essersi formato. Appare quindi evidente che
non è possibile costruire un atomo classico a partire da stati del genere. Come
notò Bohr, il segreto per realizzare la corrispondenza classica consiste nello
sfruttare gli stati di alta energia, che corrispondono a numeri quantici grandi.
L'energia che separa stati adiacenti è proporzionale all'inverso del cubo del
numero quantico principale: ciò comporta che per numeri quantici elevati gli
intervalli energetici tra stati adiacenti sono quasi uguali. In questo caso la
localizzazione spaziale dovrebbe mantenersi per un certo tempo, consentendo al
centro del pacchetto d'onde di seguire un'evoluzione classica. Di conseguenza,
quanto più grandi sono i numeri quantici usati, tanto più facile dovrebbe essere
ricavare un atomo classico relativamente stabile. Fino a poco tempo fa non
esistevano dispositivi sperimentali che consentissero di verificare questa
ipotesi creando in laboratorio una sovrapposizione di strati atomici eccitati.
La soluzione è stata fornita dalla costruzione di laser in grado di emettere
impulsi luminosi brevi e potenti. Ricorrendo a questi dispositivi, verso la fine
degli anni 80 si sono potuti costruire i primi pacchetti d'onde localizzati
all'interno di atomi, tra i gruppi di ricerca che hanno avuto successo in questa
impresa ricordiamo il nostro all'università di Rochester, quello di Ben van
Linden van de Heuvell e colleghi all'istituto FOM di fisica atomica e molecolare
di Amsterdam e quello di Paul Ewart e collaboratori all'università di Oxford. In
un tipico esperimento un brevissimo impulso di luce laser ultravioletta, della
durata di 20 picosecondi 20 milionesimi di miliardesimo di secondo), colpisce un
fascio di atomi di potassio in una camera a vuoto. Si usa il potassio perché
assorbe con facilità l'energia del laser e, come l'idrogeno ha un solo elettrone
disponibile per un legame. Ogni impulso eccita un elettrone e facendolo passare
dallo stato fondamentale a più stati elevatissimi. Ne risulta un pacchetto
d'onde localizzato a una distanza di circa un micrometro dal nucleo. Impulsi
laser dell'ordine di picosecondi sono essenziali perché essendo così brevi hanno
uno spettro di frequenze larghissimo. L'ampiezza dello spettro di questi impulsi
coerenti è proporzionale al reciproco della loro durata; quindi per avere uno
spettro abbastanza ampio da abbracciare molti livelli impulso deve essere
brevissimo. I metodi spettroscopici tradizionali si servono di impulsi lunghi,
ai quali corrisponde una banda di frequenze e stretta, e perciò eccitano solo un
ristretto numero di stati. Negli esperimenti da noi condotti il numero quantico
eccitato aveva un valore medio di 85, e gli strati sovrapposti erano circa
cinque. Controllavamo le caratteristiche del nostro pacchetto d'onde misurando
come veniva assorbita l'energia di un secondo impulso laser emesso subito dopo
il primo. Il pacchetto di onde assorbe la massima energia al perigeo della sua
orbita, dove anzi l'energia assorbita è sufficiente a strappare l'elettrone all'
atomo, cioè a ionizzarlo. Quindi per rilevare l'orbita dell'elettrone era
sufficiente contare il numero di atomi che venivano ionizzati al variare
nell'intervallo tra il primo e secondo impulso laser. I segnali di ionizzazione
corrispondono all'oscillazione attesa del pacchetto nel suo passaggio periodico
per il perigeo dell'orbita. Con questo metodo si eccitano orbite di energia e
momento angolare abbastanza ben definiti, ma non si sceglie l'orientazione delle
orbite. Lo stato del pacchetto di onde si presenta invece sottoforma di un
insieme statistico di orbite classiche. I membri dell'insieme hanno tutti lo
stesso raggio e la stessa eccentricità, ma sono distribuiti secondo tutte le
orientazione possibili nello spazio. Questa sovrapposizione ed è localizzata
solo nella dimensione radiale: in un istante particolare la sua distanza dal
nucleo è più o meno determinata, entro i limiti imposti dal principio di
indeterminazione di Heisenberg. A questo oggetto è stato perciò dato il nome di
pacchetto donde radiale. Il moto del pacchetto d'onde radiale contiene molti
elementi classici. Il pacchetto d'onde si sposta dal nucleo verso il bordo di
un'orbita classica e poi torna indietro. Il periodo di questa oscillazione è
proprio quello di un elettrone che segua un'orbita ellittica classica intorno al
nucleo. Inoltre nel suo moto il pacchetto d'onde ha la velocità minima
all'apogeo e la massima al perigeo, come accade per le comete e gli altri corpi
celesti che girano intorno al Sole.
Costruendo un pacchetto d'onde radiale abbiamo generato uno stato che manifesta
forti caratteristiche classiche. Il nostro scopo, tuttavia, era quello di
costruire un atomo classico, e sotto questo profilo il pacchetto donde radiale
presenta un inconveniente. Nonostante il periodo orbitale classico delle sue
oscillazioni, il pacchetto segue una traiettoria planetaria solo in senso
statistico. Le orbite seguite da un elettrone in un pacchetto d'onde costruito
in questo modo sono orientate secondo tutti gli angoli dello spazio. In effetti
le particelle si muovono dentro un guscio sferico che circonda il nucleo (si
veda l'illustrazione sotto). È evidente che la situazione è diversa da quella di
un sistema planetario, nel quale l'asse maggiore dell'ellisse che descrive il
moto di un pianeta è più o meno fisso nello spazio. Oltre a ciò, nel propagarsi
radialmente, il pacchetto d'onde si diffonde e si allarga, e questo
comportamento è analogo a quello classico di un pianeta che si frantumi mentre
percorre la sua orbita. Jean-Claude Gay, Dominique Delande e Antoine Bommier
dell'Ecole Normale Superieure di Parigi e uno degli autori (Nauemberg)
hanno recentemente proposto un modello specifico e in particolare come si debba
costruire un pacchetto d'onde avente una particolare orientazione nello spazio.
Abbiamo scoperto che per i numeri quantici grandi esiste una soluzione
dell'equazione di Schrodinger che equivale a <<uno stato stazionario
ellittico>>. Si tratta di uno stato insolito. A uno stato atomico ordinario
corrispondono un valore discreto di energia e una serie di momenti angolari. Lo
stato stazionario ellittico, invece, consiste in una sovrapposizione lineare ben
definita di questi strati atomici ordinari e incentrata in un intervallo di
momenti angolari. L'ampiezza nell'intervallo è determinata dall'eccentricità
della corrispondente orbita ellittica. Il quadrato del modulo della funzione
d'onda fornisce la probabilità di trovare l'elettrone in una determinata
posizione. Graficamente questa probabilità è rappresentata come un rigonfiamento
sul orbita e costituisce il valore massimo del quadrato del modulo della
funzione d'onda.
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