La più forte impressione che un cosmonauta
riceve dallo spazio è quella dei vividi colori dei paesaggi, dei tramonti e
delle aurore: viste spettacolari che nessuna tecnica può riprodurre o simulare.
La fotografia e gli altri mezzi meccanici non rendono né la ricchezza cromatica
ne la complessità delle strutture superficiali che solo occhio nudo è in grado
di cogliere. La descrizione dei colori straordinariamente vividi ed esuberanti
delle formazioni e dei fenomeni naturali è da molti anni parte integrante del
programma spaziale sovietico. Fin dalle prime missioni spaziali abbiamo studiato
come differisca la visione cromatica da quella comune al suolo. Abbiamo anche
ottenuto importanti informazioni sulla terra che soltanto osservatori umani
possono ricavare. Con l'espressione <<coloristica spaziale>> si designa lo
studio della visione umana dei colori durante le missioni spaziali, la messa a
punto degli strumenti di misurazione, quella dei colorimetri visivi e automatici
del telerilevamento, lo studio degli attributi cromatici degli oggetti e dei
fenomeni naturali e lo studio degli spettri di radiazione e degli errori e nella
percezione delle caratteristiche spettrali.
Le ricerche presero il via all'inizio
degli anni 70 con il lancio delle prime stazioni orbitali con cosmonauti. Queste
stazioni, che consentivano missioni di lunga durata, diedero modo di effettuare
studi particolareggiati sulla visione dei colori e sulla percezione
dell'informazione visiva dava spazio. Anche in precedenza gli specialisti di
medicina aerospaziale avevano ottenuto dati sull'analisi visiva nel corso di
brevi voli spaziali. Gli esperimenti effettuati durante le missioni di Voskhod e
Sojuz (1965-1969) avevano accertato che durante le prime 24 h di volo, mentre
l'organismo si adattava alla microgravità, la lista degli astronauti diveniva
meno acuta e la visione cromatica subiva interessanti modifiche. Per esempio la
percezione soggettiva della luminosità dei colori diminuiva del 20-25%,
specialmente verso l'estremità rossa dello spettro. Ciò nonostante gli occhi
degli astronauti restavano strumenti importanti di osservazione delle
caratteristiche del nostro pianeta, perché occhio e cervello hanno proprietà che
i sistemi meccanici di telerilevamento non posseggono. La dote più sorprendente
dell'occhio è la capacità di rilevare e riconoscere configurazioni complesse
anche quando queste si presentano su uno sfondo confuso. Questa proprietà viene
detta : costanza della visione oculare.
Vi sono molti tipi di costanza, per
esempio quella della profondità relativa e dell'orientazione degli oggetti. La
costanza più significativa è quella della percezione dei colori, che si mantiene
anche quando lo spettro luminoso varia. Questa proprietà consente
all'osservatore di superare fenomeni di offuscamento, dovuti per esempio a
foschia atmosferica, a ombre e a chiazze di sole. È il vantaggio principale di
sistemi di telerilevamento basati sull'occhio umano. Sono numerosi fattori che
influiscono sulla qualità delle osservazioni visive compiute dallo spazio:
alcuni sono sottili, per esempio il tempo impiegato per ciascuna osservazione.
Dallo spazio l'occhio umano può facilmente distinguere autostrade, navi, strade,
foreste, radure e altri particolari della superficie.
Uno degli autori
(Vasjutin) ha tuttavia notato che l'individuazione dei particolari di un
paesaggio e degli oggetti più piccoli dipende molto dalla durata
dell'osservazione. All'occhio occorrono alcuni secondi per mettere a fuoco
piccoli particolari e se l'osservatore dirige lo sguardo verso un'altra zona
l'occhio non è più fuoco. Per esempio corrono da tre a 5 s per cominciare a
distinguere un sistema di solchi dovuti all'erosione in un terreno agricolo.
Cosmonauti che impiegano tempi diversi nella messa a fuoco di un particolare
prima di riferire le loro osservazioni a volte <<vedono>> cose diverse. La
metodologia per osservare tali formazioni è stata quindi modificata per tener
conto di questo effetto. Con gli anni si sono rese necessarie anche altre
modifiche. È fondamentale nelle osservazioni visive e dallo spazio, per esempio
in quelle colorimetriche, addestrare i cosmonauti a superare i loro stereotipi
cromatici, che si manifestano in una radicata indifferenza per l'informazione
cromatica. Inoltre è necessario educarli al separare, anche nelle complesse
condizioni del volo spaziale, le sensazioni cromatiche subconscie nelle tre
componenti: tonalità, saturazione (o intensità) e brillanza (o luminosità).
Anatolij N. Berezovoj, che seguì esperimenti di coloristica a bordo della
stazione orbitale Saljut-7 nel 1982, fu il primo a impadronirsi di questa
arte. Non tutti vi sono portati: ci vuole sì addestramento sia predisposizione.
Chi non abbia occhi dotati di una
risoluzione spettrale sufficiente non può identificare oggetti con
caratteristiche superficiali variabili, come vegetazione, acqua, deserti e così
via. La gamma dei colori in natura è infinita. Perciò la vista di un cosmonauta
deve avere i massimi requisiti. Mentre a un guidatore basta distinguere soltanto
i tre colori del semaforo,1 cosmonauta deve essere in grado di distinguere
come minimo le tonalità principali di un colore, per esempio le diverse tonalità
di marrone che corrispondono ai diversi colori della sabbia dei deserti.
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Le formazioni
naturali cadono in una gamma cromatica piuttosto ristretta, come appare in
questo triangolo dei colori.
Le diverse regioni cromatiche sono basate su
osservazioni fatte in orbita. Benché ciascun oggetto terrestre abbia un colore
caratteristico, la sua classe si può dedurre facilmente dall'intervallo di
tonalità, saturazione e brillanza in cui è situato.
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Le condizioni d'osservazione a bordo di un
veicolo spaziale sono affatto insolite.
L'illuminazione solare di un paesaggio e
la scintillante atmosfera terrestre sono complesse e strane. Quando vanno nello
spazio, anche i piloti d'aereo più provetti sono colpiti dalla natura
straordinaria e dei paesaggi terrestri e dei loro colori unici. Inoltre la
velocità del veicolo rispetto alla terra modifica di continuo da fase
dell'illuminazione di un oggetto e del suo angolo visuale. Non solo il cielo
cambia colore secondo le condizioni atmosferiche e l'inclinazione del sole, ma
le fini sfumature del cielo danno informazioni sulla purezza e sul contenuto di
umidità dell'atmosfera. Spesso l'osservazione complicata da nubi troppo luminose
e dalla foschia atmosferica che fa velo. Il cosmonauta deve essere in grado di
distinguere questi parametri dalle loro manifestazioni cromatiche. Oltre che da
una buona vista e dall'allenamento, l'osservazione della terra dallo
spazio dipende da vari fattori tecnici. Quello più ovvio è l'orientazione del
veicolo durante l'osservazione: il veicolo deve sorvolare direttamente (o quasi)
l'area da osservare e gli oblò devono essere rivolti nella giusta direzione. Il
cosmonauta a pochissimo tempo per osservare una particolare zona del globo. In
un tempo che va dai 40 ai 60 s, mentre il veicolo si avvicina all'area
prescelta, l'osservatore deve individuare un obiettivo riconoscendone i punti di
riferimento caratteristici, preparare l'apparecchiatura di registrazione
puntandola verso l'obiettivo e poi annotare l'istante preciso di ogni ripresa.
Queste informazioni sono necessarie per poter in seguito usare i dati balistici
relativi all'orbita del veicolo in modo da determinare l'angolo, l'elevazione e
la distanza d'osservazione, oltre che l'angolo sotto il quale il sole illuminava
l'oggetto. Anche gli oblò della stazione devono possedere i requisiti ottici
elevati. Non devono distorcere nell'immagine dello spettro cromatico della luce
entrante. Ciò è particolarmente importante perché spesso i cosmonauti devono
osservare oggetti poco contrastati. Gli oblò delle stazioni spaziali sono di
quarzo, materiale che assorbe poca radiazione visibile, ma non lascia passare la
radiazione ultravioletta ad alta frequenza che potrebbe danneggiare l'occhio.
Dopo che il cosmonauta ha effettuato le osservazioni degli oggetti a terra,
queste devono essere trasmesse in una forma che permetta ad altri di ricostruire
e sfruttare ciò che il cosmonauta ha visto.
Accanto alla macchina fotografica, che
trasmette direttamente le informazioni sui colori (ma non ha la capacità di
discriminazione di colori e delle forme propria dell'osservatore umano) l'altro
strumento importante è stato finora l'atlante cromatico,1 insieme di campioni di
riferimento con cui si possono confrontare i colori osservati. Con l'adozione
del atlante cromatico, verso la fine degli anni 60, i cosmonauti passarono da
una discrezione gli impressionistica dei colori, basata su associazioni o su
contenuti emotivi, a un sistema di codificazione numerica basato su tonalità,
saturazione e brillanza. La codificazione numerica ha eliminato le incertezze
che prima caratterizzavano le osservazioni umane e ha anche eliminato certe
descrizioni alla buona, come: <<vedo un lago che ha il colore di un samovar>>, o
<<sono appena passato sopra il delta del fiume Sulak, i detriti alluvionali sono
color mattone>>, oppure <<vedo campi arati color topo>>. Con un atlante
cromatico basta riferire i numeri dei colori alla stazione terrestre, dove le
osservazioni possono essere ricostruite con l'ausilio di un atlante identico. Il
primo atlante cromatico, con 30 tonalità, fu usato nel 1968 da Georgi T.
Beregovoj a bordo della Sojuz 3 per misurare i colori dell'alba nello spazio. La
saturazione e la brillanza dell'aurora tuttavia erano tali che quel piccolo
Atlante non era sufficiente per descriverle. Nel 1974 i cosmonauti della Saljut
4 usarono un atlante con i colori del mare realizzato dagli oceanografi per
conformarsi alla scala Forel, che è basata su un insieme normalizzato di 23
soluzioni chimiche i cui colori vanno dal blu al marrone. Nel 1977 cosmonauti
della Saljut 6 collaudarono un atlante con circa 300 tonalità. I dati ricavati
impiegando nello spazio questi primi atlanti cromatici dimostrarono che per
descrivere con precisione gli oggetti era necessaria una varietà di colori molto
maggiore. Non era possibile racchiudere la natura in così pochi i campioni. Nel
1982 i cosmonauti a bordo della Saljut 7 portarono con sé l'ATS-1000, un atlante
approntato nel 1970 da Elena N. Justova dell' Istituto sovietico di metrologia
Mendeleev. I risultati riportati in questo articolo sono stati quasi tutti
ottenuti con questo atlante. L'atlante cromatico ATS-1000 contiene 1000 campioni
di cui tonalità, saturazione e brillanza sono state misurate con precisione.
Quanto alla tonalità, la precisione dei
campioni è di circa 5 nm, vicino al valore di soglia per la discriminazione
cromatica. Nonostante gli inconvenienti (è voluminoso e un po' difficile da
usare davanti all'oblò) e la successiva messa a punto di tutta una
serie di colorimetri per telerilevamento, l'ATS-1000 resta uno strumento
inestimabile e spesso soccorre in casi inattesi. Per esempio si è
dimostrato importante per il successo dell'esperimento con
l'<<elettrotopografo>> effettuato a bordo della Saljut 7 da Aleksandr P.
Aleksandrov e Vladimir A. Ljakhov nel 1983.
Tra il 1980 e il 1983 alcuni scienziati
del Centro Statale Priroda (natura) costruirono lo Tsvet-1 (colore-1), un
colorimetro visivo portatile basato su una macchina fotografica reflex a lente
semplice. Il colorimetro contiene una cassetta asportabile con colori campione
che possono essere osservati attraverso il mirino dell'apparecchio. L'operatore
punta il mirino su un oggetto naturale i poi gira 3 manopole per selezionare un
colore campione che coincida per tonalità, saturazione e brillanza. Poi
fotografa l'oggetto che registra le letture cromatiche. Questi dati sono
ritrasmessi a terra durante il periodo di comunicazione successivo. Lo Tsvet-1
fu usato per la prima volta nello spazio nel 1983 a bordo della Saljut 7. Il
colorimetro visivo consente maggiore precisione dell'atlante. Questo poi è
difficile da usare al oblò perché la luce esterna lo colpisce impedendo il
cosmonauta di confrontare con sicurezza i toni. Nello stesso periodo venne anche
costruito lo Tsvet-2 colorimetro fotoelettrico automatico che fu utilizzato per
le ricerche condotte da aerei, i cui voli erano programmati in modo da
coincidere con le osservazioni orbitali. I collaudatori di questo dispositivo lo
impiegarono all'inizio per studiare i colori dell'oceano. L'oceano sembrava
infatti prestarsi particolarmente bene perché è vasto e si modifica poco durante
un volo. Dopo avere effettuato numerosi esperimenti a bordo di aerei, i
ricercatori rimasero sconcertati nello scoprire che l'oceano presentava
un'infinita varietà di colori: anche nella stessa zona la superficie appariva
diversa in istanti diversi. Le prime osservazioni visuali strumentali e
sistematiche della terra furono effettuate a bordo della Saljut 6 da Georgij
Grecko, Vladimir Kovalenok e Valerij Rjumin, i primi astronauti e rimanere a
lungo nello spazio.
Compiere osservazioni del genere non era
stato possibile prima e che occorrono da due a tre settimane perché la vista di
una persona si adatti alle condizioni orbitali e l'occhio riesca a cogliere i
più minuti particolari di un paesaggio. Essi osservarono enormi onde solitarie
lunghe 100 km, le tracce superficiali lasciate sull'acqua dai tifoni (che danno
un'idea precisa delle dimensioni dell'uragano) e alcune tra le formazioni
caratteristiche del fondo oceanico. Nel 1984 Leonid D. Kizim, Vladimir A.
Solov'ev e Oleg Ju. At'kov, terzo equipaggio della Saljut 7, studiarono i colori
dell'Oceano Pacifico; il rilievo fu compiuto in due settimane, mentre impiegando
navi sarebbero occorsi da cinque a 10 anni. Inoltre le misurazioni superficiali
fatte con la scala Forel e un disco bianco calato in mare avrebbero fornito solo
un numero limitato di gradazioni cromatiche. Le prime osservazioni sistematiche
dell'oceano dallo spazio furono condotte da Kovalenok nel 1978, durante la sua
seconda missione a bordo della Saljut 6. Egli invitò alcuni oceanografi a
partecipare a questi studi, una collaborazione importante considerati i vantaggi
economici che ne derivarono per la navigazione e la pesca. I risultati non si
fecero attendere: i pescherecci cominciarono a confermare la presenza di elevate
concentrazioni di pesce nelle zone indicate dai cosmonauti; altre navi
ricevettero dallo spazio indicazioni sul modo migliore per superare le banchise
e le zone di grande turbolenza. (Le flottiglie da pesca sfruttano aerei da
ricognizione con a bordo osservatori dalla vista acutissima fin dagli anni 40;
un <<cercatore>> esperto può determinare, dalla forma e dal colore del banco, il
tipo di pesce). Le osservazioni orbitali di Kovalenok e le valutazioni del
colore dell'acqua da lui fornite dopo il volo con l'ausilio di un atlante e
fornirono la base per i primi veri e propri esperimenti di coloristica spaziale.
Berezovoj e Valentin V. Lebedev compirono le ricerche a bordo della Saljut 7 nel
1982. I 2 cosmonauti erano stati appositamente addestrati nella coloristica
teorica e pratica. Il loro addestramento pratico era avvenuto a bordo di un
aereo laboratorio durante voli sul Mar Nero, sul Mar Caspio, sul Mare di Okhotsk
e sul Mar del Giappone. Un mese dopo il lancio Berezovoj tracciò i primi schizzi
della struttura superficiale dell'oceano. Durante i 211 giorni trascorsi in
orbitaregistrò più di 20 strutture superficiali caratteristiche delle correnti
oceaniche verticali e orizzontali, vari andamenti di circolazione delle acque e
formazioni associate a concentrazioni di sospensioni organiche e inorganiche
nelle profondità dell'oceano. A queste strutture, molte delle quali non erano
mai state osservate prima, erano sovrapposti in mare mosso e correnti
atmosferiche. Durante questa missione i cosmonauti eseguirono circa 150
misurazioni cromatiche dell'oceano. Registrarono formazioni superficiali
le cui dimensioni andavano da 10 a 500 km. Le osservazioni permisero di
identificare tre zone fondamentali su uno sfondo blu scuro: acque <<deserte>>
blu chiaro, aree verdi ricche di plancton e acque marroni ricche di minerali in
sospensione e di plancton vecchio. Il contrasto cromatico tra gli oggetti
osservati e le acque dello sfondo era in media di circa 10 nm. Le osservazioni
dell'oceano al largo delle coste argentine sono un esempio tipico degli
esperimenti colorimetrici di Berezovoj. Egli studiò il contrasto cromatico delle
correnti oceaniche, che hanno temperatura e concentrazione salina diverse dalle
acque con esse confinanti. Le strutture delle correnti e la loro evoluzione nel
tempo sono temi di ricerca importanti per gli oceanografi. Le correnti oceaniche
infatti influenzano in misura significativa l'equilibrio termico fra oceano e
atmosfera, e determinano il clima tanto vicino alle correnti quanto a distanza.
Oltre a studiare le caratteristiche della superficie oceanica, i ricercatori
valutarono anche il tempo necessario per osservarle dallo spazio. Registrarono
il tempo occorrente per individuare un determinato oggetto in fase di
avvicinamento, il tempo apparente perché apparissero i suoi attributi cromatici
mentre il veicolo spaziale si avvicinava alla verticale sopra l’oggetto e il
tempo durante il quale era possibile registrare i colori dell’oggetto e dello
sfondo mentre il veicolo lo sorvolava direttamente.
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La visione dei colori che hanno i cosmonauti differisce di
molto da quella degli osservatori a terra. Gli errori nella determinazione del
colore preciso di un oggetto dipendono sia dalla lunghezza d'onda (a sinistra)
sia dalla durata del tempo trascorso in orbita (a destra). Rispetto ai
soggetti a terra i cosmonauti commettono errori di discriminazione più lievi
all'estremità rossa. La loro discriminazione cromatica nelle regioni blu-verde e
giallo-arancione resta essenzialmente invariata.
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