Werner Karl Heisenberg
nacque a Wurzburg in Germania il 5 dicembre 1901.
Fu nel 1927 che questi, venticinquenne assistente di
Niels Bohr, diede il suo più celebre contributo alla fisica: Il Principio
di Indeterminazione, che costituisce il tassello fondamentale nella comprensione
e nel mosaico della interpretazione di Copenaghen. Non cè dubbio che Heisenberg
diede i contributi più importanti alla fisica fra i venti e i trent'anni. La
foto sopra fu scattata intorno al 1924 all'Università di Gottinga, dove
Heisenberg ottenne l'abilitazione a ricoprire una cattedra universitaria.
All'età di 65 anni fu invitato a tenere alcune
conferenze all'Università di Lipsia dove aveva a lungo svolto le proprie
ricerche. Pochi anni dopo si ammalò e nel 1976 morì di cancro. Morì a Monaco
(Germania) il primo febbraio.
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Fra le tante conquiste della scienza di questo secolo,la
più fondamentale è forse la meccanica quantistica. Formulata da un manipolo di
fisici europei di grande talento, la scienza dell'atomo ci ha obbligato ad
alcune profonde e controverse modificazioni delle nostre visioni sulla natura. A
seconda di come si compiono le osservazioni, la materia si può presentare sotto
forma di onde o di particelle e causa ed effetto non sono più intimamente
legati. Questa interpretazione della meccanica quantistica (le regole su come e
quando applicarla per ciò che essa ci dice del mondo fisico) venne formulata
Copenhagen nel 1927. A causa della diffusione avviata dei suoi fondatori e del
successo sbalorditivo nelle applicazioni, già negli anni 30 l'interpretazione di
Copenaghen aveva raggiunto la preminenza di cui gode oggi. Ma un'interpretazione
non è che un'interpretazione. Le sue origini, il sostegno fornitle e la sua
accettazione possono essere, sotto diversi importanti aspetti, tanto un
risultato di circostanze storiche e di preferenze individuali quanto un effetto
della sua validità scientifica. Il ruolo che l'indole dell'uomo ha nella scienza
emerge con evidenza dalle vicende di uno dei principali ideatori e più attivi
sostenitori dell'interpretazione di Copenaghen, Werner Karl Heisenberg. Fu
nel 1927 e questi, venticinquenne assistente di Niels Bohr, diede il suo più
celebre contributo alla fisica: il principio di indeterminazione, che
costituisce un tassello fondamentale nel mosaico dell'interpretazione di
Copenaghen. Questo principio, come del resto tutta l'interpretazione, scaturì
dalla ricerca di un legame corrente era il mondo quotidiano del laboratorio e lo
strano mondo microscopico dell'atomo.In breve, il principio di indeterminazione
asserisce che la misurazione simultanea di due variabili coniugate, come
la posizione della quantità di moto (o momento lineare) di una particella, si
può effettuare solo con precisione limitata. Quanto più è precisa la misurazione
della posizione, tanto più imprecisa è quella della quantità di moto e
viceversa. Nel caso limite,1 precisione assoluta per una delle variabili
comporterebbe un'imprecisione assoluta per l'altra. Questa indeterminazione non
è attribuibile all'errore sperimentale, ma è una conseguenza fondamentale delle
equazioni quantistiche ed è caratteristica di qualsiasi esperimento quantistico.
Inoltre, dichiarò Heisenberg, finché la meccanica quantistica resterà valida, il
principio di indeterminazione non sarà mai violato. Era la prima volta dalla
rivoluzione galileiana che un fisico eminente proclamava l'esistenza di limiti
alla comprensione scientifica. Insieme con le idee di luminari come Bohor e Max
Born, il principio di indeterminazione di Heisenberg costituì
il sistema
perfettamente autocosciente dell'interpretazione di Copenaghen. Davanti ai più
eminenti fisici quantistici del mondo riuniti a Bruxelles nell'ottobre del 1927
per la quinta delle famose conferenze Solvay sulla fisica teorica, Heisenberg e
Born dichiararono che questo sistema era completo e irrevocabile. Il congresso
seguiva di poche settimane la nomina di Heisenberg alla cattedra di fisica
teorica dell'Università di Lipsia. Il venticinquenne Heisenberg era così il più
giovane dei professori ordinari della Germania. La giovanissima età che
Heisenberg aveva quando fornì il suo contributo più importante è indicativa di
una caratteristica tipica di questa e delle sue alte prime ricerche: il
desiderio quasi insaziabile di ottenere onori accademici e di distinguersi
sempre come migliore in tutto ciò che faceva. Non sorprende che questa sua brama
possa farsi risalire in buona parte alle tradizioni familiari. Gli Heisenberg
erano famiglia ambiziosa e di grande cultura dell'alta borghesia tedesca.
L'unificazione della Germania dovuta a Otto Von Bismark
nella seconda metà dell'800 e il conseguente forte sviluppo dell'economia
avevano prodotto una cospicua richiesta di burocrati, diplomatici, giudici,
avvocati e dirigenti. Di conseguenza, le università e le scuole della giovane
nazione acquisirono l'improvviso grande importanza. Erebbero di pari passo il
prestigio e la remunerazione degli accademici e dei loro discepoli migliori. Sia
il padre di Werner, August, sia il nonno materno, Nikolaus Wecklein, erano di
umili origini ed erano saliti al vertice dell'alta borghesia tedesca grazie al
successo accademico. Wecklein era direttore di un famoso ginnasio di Monaco e
nel 1910 August divenne professore di filologia bizantina all'università della
capitale bavarese. Entrambi presero poi moglie all'interno del loro nuovo ceto.
Fin dalla sua nascita, nel 1901, i familiari avevano deciso che anche Werner
avrebbe raggiunto un'alta posizione sociale grazie al sapere. Ritenendo che la
competizione ne avrebbe favorito il successo accademico, August alimentò
un'intensa rivalità tra Werner e il fratello maggiore Erwin. Nel corso degli
anni due fratelli ingaggiarono lotte furibonde della loro rivalità culminò un
giorno in una rissa sanguinosa, in cui si batterono a colpi di sedia. Divenuti
adulti, andarono ognuno per la sua strada. Erwin si trasferì a Berlino e diventò
chimico e, tranne che per occasionali riunioni di famiglia, i fratelli ebbero
pochi contatti. L'ambizione di Werner di raggiungere il vertice è
particolarmente evidente nel periodo che va dal luglio 1925, quando, con i
colleghi Born e Pasqual Jordan, formulò una descrizione matematica della
meccanica quantistica, al febbraio 1927, quando ricavò le relazioni di
indeterminazione. Ciò che rese così importanti le conseguenze di tanta ambizione
fu la concomitanza di due eventi. In primo luogo, nei paesi di lingua tedesca
dell'Europa centrale si liberarono d'un tratto parecchie cattedre di fisica
teorica. Questi posti rappresentavano un'ottima opportunità per un accademico
ambizioso come Heisenberg, che aveva già ottenuto la libera docenza
all'università di Gottinga ed era quindi abilitato a ricoprire una cattedra.
L'altra circostanza, forse ancora più importante, fu la comparsa di una seconda
descrizione matematica della meccanica quantistica. Nel 1925 Heisenberg e
colleghi avevano sviluppato per la meccanica quantistica un formalismo basato
sulla matematica astratta del calcolo delle matrici. Agli occhi degli autori,
questa -meccanica delle matrici- secondava la loro inclinazione a considerare le
sole grandezze osservabili in laboratorio. Essi sostenevano l'esistenza di
entità essenziali, come salti quantici e discontinuità all'interno dell'atomo, e
respingevano l'idea di modelli atomici
anschaulich, cioè visualizzabili. Erwin Schroedinger, trentanovenne fisico
viennese che allora lavorava a Zurigo, affrontò i rompicapo della fisica atomica
da una prospettiva di confini affatto diversi. In una serie di memorie
pubblicate nella
prima metà del 1926,
Schroedinger presentò un'equazione d'onda
quantistica basata su una proposta avanzata dal francese Louis-Victor de Broglie
nella sua tesi di dottorato. L'idea, accolta favorevolmente anche da Einstein,
era che tutta la materia in moto si poteva considerare composta da onde. Schroedinger sfruttò questa ipotesi per sostenere che le -onde di materia-
dell'elettrone instauravano all'interno dell'atomo modi vibratori armonici.
Questi modi sostituiscono gli stati atomici stazionari della teoria delle
matrici e i salti quantici discontinui diventano transizioni continue da un moto
armonico all'altro. Se fosse stata vera, la formulazione di Schroedinger avrebbe
vanificato le entità essenziali della meccanica delle matrici di Heisenberg. La
maggioranza dei fisici accolse con favore l'impostazione di Schroedinger,
inconsueta, e non si sbilanciò sulla sua interpretazione. La situazione subì una
brusca svolta nel maggio 1926, quando Schroedinger pubblicò una dimostrazione
dell'equivalenza dei due formalismi matematici. Heisenberg e i suoi sostenitori
serrarono subito i ranghi e su entrambi i fronti la polemica assunse toni sempre
più accesi. Schroedinger non contribuì a placare gli animi. Nella sua memoria
sull'equivalenza egli attribuiva al proprio schema un valore superiore
all'altro. In una famosa nota a piè di pagina affermò: che io sappia [tra il
lavoro di Heisenberg e il mio] non esiste alcun legame di parentela.
Naturalmente ero al corrente della sua teoria, ma mi sentivo scoraggiato, se non
addirittura respinto, dai metodi dell'algebra trascendente e dalla mancanza di
Anschaulichkeit [visualizzabilità].- Heisenberg rispose a tono in una lettera al suo collega e amico Wolfgang Pauli: -Più
rifletto sugli aspetti fisici della teoria di Schroedinger, più mi trovo
irritanti... Ciò che Schroedinger scrive sulla visualizzabilità della sua teoria
" probabilmente non è affatto corretto" [un'eco di Bohr], in altre parole è Mist
[letame].-L'unico vantaggio del metodo di Schroedinger, sostenne in pubblico
Heisenberg, era che consentiva un semplice calcolo della probabilità delle
transizioni atomiche, cioè della probabilità dei salti quantici, da introdurre
nelle matrici della meccanica quantistica. Pauli si disse d'accordo. Esaminando
meglio la cronologia di queste osservazioni, si vede che non fu
l'equivalenza provocare la contesa (Pauli l'aveva dimostrata in privato un mese
prima senza tanto chiasso), bensì ciò che ne ricavavarono le due parti.
Heisenberg e gli altri della scuola delle matrici avevano dedicato tutta la loro
carriera a misurarsi con proprietà della natura che credevano che esistessero,
incorporate nella loro descrizione matriciale. Avevano puntato il loro futuro su
questa impostazione.
Schroedinger aveva impegnato la propria reputazione nel
tentativo di eliminare l'apparente irrazionalità delle discontinuità e dei salti
quantici, sostituendola con una resuscitata fisica di moti ondulatori continui,
causali e razionali. Nessuna delle due parti era disposta a concedere all'altra
la vittoria e, conseguenza probabile, il predominio professionale. D'un tratto
furono messi in discussione la natura e il futuro sviluppo della meccanica
quantistica. La disputa contribuì a inasprire le ambizioni di carriera di
Heisenberg. Solo alcune settimane prima che Schroedinger pubblicasse la
dimostrazione di equivalenza, Heisenberg aveva rifiutato un posto di professore
a Lipsia, preferendo un posto come assistente di Bohr a Copenhagen. Wecklein, il
nonno di Werner, corse incredulo a Copenhagen per tentare di dissuadere il
nipote dall'assumere quell'incarico proprio nel momento in cui compariva
l'articolo di Schroedinger. Le rinnovate pressioni di Wecklein e la sfida
lanciata da Schroedinger ai fondamenti della fisica delle matrici spinsero
Heisenberg a raddoppiare gli sforzi per produrre un lavoro di qualità tali da
farlo accogliere nei circoli specialistici e di procurargli alla fine qualche
altra cattedra libera. Ma nel 1926 almeno tre eventi gli fecero capire quanto
fosse ampio il divario intellettuale tra le sue idee il punto di vista di
Schroedinger. Prima ci furono le conferenze sulla nuova fisica tenuta da
quest'ultimo a Monaco alla fine di luglio. Davanti al folto pubblico, il giovane
Heisenberg sostenne che la teoria di Schroedinger non spiegava diversi fenomeni;
tuttavia non riuscì a convincere nessuno e lasciò la conferenza scoraggiato.
Poi, al convegno autunnale degli scienziati e medici tedeschi, Heisenberg
constatò lo schiacciante favore, a suo modo di vedere mal riposto, di cui
godevano le idee di Schroedinger. Infine, nell'ottobre 1926, a Copenhagen, si svolse il dibattito, intenso ma in
ultima analisi non decisivo, fra Bohr e Schroedinger. L'esito fu che nessuna
delle interpretazioni dei due formalismi della meccanica quantistica venne
riconosciuta del tutto accettabile. Chiunque, da una parte e dall'altra, avesse
trovato un'interpretazione soddisfacente avrebbe potuto, sembra abbia detto
Bohr, realizzare i propri auspici per una fisica del futuro. Sotto la spinta di
queste varie motivazioni personali, professionali e scientifiche, nel febbraio
1927 Heisenberg credette di essersi improvvisamente imbattuto
nell'interpretazione cercata: il principio di indeterminazione. Il percorso
intellettuale che lo portò a questa idea dalla fine del 1926 e l'inizio del 1927
partiva dalle ricerche dei suoi colleghi più stretti, specie Jordan e Paul
Adrien Maurice Dirac, insieme formularono la
teoria delle trasformazioni, la quale univa meccanica ondulatoria e
meccanica matriciale. L'obiettivo di Heisenberg e alleati era quindi di scoprire
un modo irrefutabile per incorporare la discontinuità nel formalismo di Dirac e
Jordan. Una spinta importante a favore della nuova interpretazione fu data da
Pauli. Nella lettera del 19 ottobre 1926, in cui formava Heisenberg della
disponibilità di una cattedra a Lipsia, Pauli applicò gli stati atomici
stazionari alla precedente analisi di Born delle onde elettroniche libere. Egli
trovò che per la quantità di moto p e la posizione q di un
elettrone in un atomo si dovevano scegliere variabili continue, ma il loro
comportamento quantistico manifestava un punto oscuro: si deve supporre che
le *p* siano controllate e le *q* non controllate. Si possono cioè calcolare
solo le probabilità di determinate variazioni delle *p* per condizioni iniziali
assegnate e mediate tutti i valori possibili delle *q* non si può quindi parlare di una determinata "
traiettoria " della particella, scriveva Pauli, né si può cercare
simultaneamente il valore di *p* e il valore di *q*. Heisenberg rispose di essersi molto entusiasmato per la
lettera di Pauli e per il punto oscuro, su cui rifletté di frequente
durante i mesi successivi. L'entusiasmo di Heisenberg culminò in una lettera di
14 pagine scritta a Pauli il 23 febbraio 1927 in cui esponeva quasi tutti i
punti essenziali di una memoria che presentò dopo un mese esatto, intitolata "
sul contenuto anschaulich della cinematica e della meccanica teoriche
quantistiche": era la memoria in cui si introduceva il principio di
indeterminazione. Avendo ricavato le relazioni di indeterminazione sia per via
matematica sia attraverso esperimenti concettuali, Heisenberg riteneva che
l'accordo tra i due metodi dimostrasse la validità universale
dell'indeterminazione. La dimostrazione matematica prendeva le mosse da una
funzione d'onda concepita come una curva a campana, cioè una densità di
probabilità di gaussiana, per la variabile q. L'errore relativo alla conoscenza
del valore esatto di q (cioè la deviazione standard) è delta q. Dando il
formalismo sviluppato da Dirac e Jordan, Heisenberg trasformò la densità di
probabilità gaussiana nella variabile coniugata p. Nel far questo, scoprì che,
per ragioni matematiche, le deviazioni standard delle due distribuzioni -cioè le
imprecisioni sui valori di q e p - sono fra loro e inversamente
proporzionali questa reciprocità può essere precisata ed espressa con la
relazione: Dp* Dq> h/4p, dove
h è la costante di Plank.

Heisenberg dimostrò poi che questo non è solo un
risultato astratto, ma è compatibile con qualunque esperimento immaginabile
riguardante la misurazione simultanea di coppie variabili coniugate, come
posizione e quantità di moto o energia e tempo. La compatibilità con gli
esperimenti si basava tuttavia su svariate novità che Heisenberg aveva
introdotto allo scopo di incorporare la discontinuità e le particelle. Tra
queste vi era la definizione del termine anschaulich nel titolo: esso non
significava più visualizzabile o intuitivo, bensì
fisico o significativo sotto il profilo empirico. Questa modificazione
era intesa a parere la critica di Schroedinger che una fisica delle particelle e
discontinua è essenzialmente irrazionale e unanschaulich. Questa
ridefinizione era strettamente legata alla ridefinizione di certi concetti
classici come posizione, velocità e traiettoria di una particella atomica in
termini delle operazioni sperimentali effettuate per misurare le grandezze
suddette: una forma di operazionismo. Solo ciò che un fisico può misurare a un
significato reale;e in queste misurazioni si manifestano sempre le relazioni di
indeterminazione. Per il giovane Heisenberg il principio di indeterminazione
costituiva il culmine e il completamento della rivoluzione quantistica,1
rivoluzione che incorporava il suo apporto a fondamenti che lui stesso aveva
concorso a costruire. E come per tacitare qualunque obiezione a questo punto di
vista, concludeva la versione pubblicata della sua memoria con parecchie
affermazioni che andavano molto al di là della matematica e dell'esperimento
concettuale. Contro la teoria delle trasformazioni di Dirac e Jordan, dichiarò
Heisenberg, il formalismo quantistico è completo e inalterabile: le relazioni di
indeterminazione sono vere e irrefutabili poiché sono una conseguenza diretta
del formalismo. Tutte le osservazioni passate e future dei fenomeni atomici
ricadono quindi sotto questa interpretazione. Inoltre, sosteneva, benché la
fisica quantistica contenga un elemento statistico fondamentale, questo elemento
non è una proprietà intrinseca della natura: esso si manifesta a causa della
perturbazione provocata dallo scienziato nel tentativo di osservare la natura.
Infine Heisenberg faceva la sua prima affermazione esplicita su una delle
conseguenze più profonde dell'indeterminazione: una sfida alla causalità. Il
principio di causalità postula che ogni effetto sia preceduto da un'unica causa.
Per oltre un secolo questa idea era stata fondamento pressoché di tutte le forme
di ricerca razionale e matematico francese Laplace si attribuisce la definizione
forse più semplice di causalità applicata alla meccanica newtoniana: se la
posizione e la quantità di moto di una particella sono noti con precisione in un
istante dato, allora, conoscendo tutte le forze agenti sulla particella, il suo
moto è completamente determinato in tutti gli istanti successivi dalle equazioni
della meccanica. Il principio di indeterminazione, affermava Heisenberg, nega
tutto ciò: nella formulazione rigorosa della legge di causalità, " se
conosciamo il presente possiamo calcolare il futuro", non è sbagliata la
conclusione, bensì la premessa". I valori iniziali della quantità di moto e
della posizione non possono essere misurati simultaneamente con precisione
assoluta. Quindi per ogni istante futuro si può calcolare soltanto un intervallo
di valori possibili della posizione e della quantità di moto della particella.
Il moto effettivo della particella indicherà una sola possibilità. Il legame
causale tra presente e futuro è perduto e le leggi e le previsioni della
meccanica quantistica assumono una natura puramente probabilistiche, ossia
statistica. La memoria di Heisenberg sul principio di indeterminazione era di
vasta portata e di grande profondità sotto quasi tutti gli aspetti.
Oltre a soddisfare così bene gli scopi
dell'autore, l'articolo era consono al suo carattere. Quando il suo mentore Bohr
gli fece osservare un errore nel ragionamento, Heisenberg e difese con
testardaggine la propria posizione, fino a che nella primavera del 1927 la
disputa degenerò in quelle che Heisenberg chiamò: gravi incomprensioni
personali. L'errore riguardava l'eccessiva fiducia che Heisenberg accordava alla
discontinuità e alle caratteristiche corpuscolari dei quanti di luce in uno dei
suoi fondamentali esperimenti concettuali, il cosiddetto microscopio a raggi
gamma. Bohr, tornando all'istituto da una vacanza sulla neve,
trovò la memoria di Heisenberg già in bozza. Inviando, su richiesta dell'autore,
il lavoro ad Einstein, Bohr si lamentò in privato con lui: l'impostazione di
Heisenberg e nel suo complesso era troppo limitata dell'esperimento del
microscopio a raggi gamma era del tutto sbagliato, benché il risultato fosse
corretto. Per Bohr le relazioni di indeterminazione non scaturivano soltanto dal
formalismo, dalla ridefinizione di concetti fondamentali e dalla preminenza
della discontinuità e dalle particelle sulle onde continue. Erano di cruciale
importanza anche il dualismo onda-particella e, del microscopio e raggi gamma,
la diffusione delle onde luminose provocata dagli elettroni nella lente del
microscopio. Le rappresentazioni ondulatoria e corpuscolari erano
complementari, mutuamente esclusive, ma congiuntamente essenziali. Bohr
sosteneva che per analizzare l'esperimento lo sperimentatore e doveva scegliere
o la rappresentazioni ondulatoria o quella corpuscolare. Il prezzo imposto da
questa preferenza si esplicava in una limitazione di ciò che è possibile
imparare dall'esperimento e questa limitazione era rappresentata dalle relazioni
di indeterminazione. Il ragionamento di Heisenberg era soltanto un caso
particolare di quella che ora Bohr chiamava complementarità. Heisenberg dissentì
con veemenza e insistette sul valore fondamentale delle particelle e della
discontinuità, rifiutando, nonostante il consiglio di Bohr, di ritirare
l'articolo, che nel frattempo era stato mandato alle stampe. Heisenberg non
tollerava il vasto impiego di onde o di concetti di meccanica ondulatoria né
poteva rinunciare alla pubblicazione di quello che era il suo contributo più
importante al dibattito sull'interpretazione.La conseguente disputa con Bohr
divenne così aspra che, a quanto si dice, durante una riunione Werner scoppiò in
lacrime e riuscì perfino a ferire l'imperturbabile Bohr con alcune osservazioni
taglienti. Naturalmente per il venticinquenne Heisenberg la posta in gioco era
molto alta: le sue nuove idee, i suoi progetti accademici e forse anche suo
desiderio di essere pari ai suoi mentori sul piano intellettuale. In maggio il
suo articolo comparve senza modifiche su un importante rivista tedesca di
fisica, ma conteneva un breve proscritto in cui si ammetteva l'errore del
microscopio e si segnalavano ai lettori alcuni punti essenziali del ragionamento
di Bohr. Circa quattro mesi dopo, Heisenberg si era asciugato le lacrime e il
suo tono era completamente cambiato: adesso sembrava grato a Bohr per le sue
critiche. Quando nel settembre 1927 Bohr illustrò per la prima volta la
complementarità al convegno nazionale di fisica di Como, Heisenberg, prima così
sicuro dell'indeterminazione, gli espresse il primo dei suoi generosi
riconoscimenti. Nella versione pubblicata della discussione che seguì
l'esposizione di Bohr a Como, Heisenberg lo ringraziava per aver chiarito
l'indeterminazione -in ogni particolare- e per aver enunciato quella che poi fu
chiamata interpretazione di Copenaghen. Può darsi che l'improvviso cambiamento
dell'atteggiamento di Heisenberg dipendesse dal fatto di aver raggiunto i suoi
traguardi. Nello stesso mese del convegno di Como, aveva infatti saputo della
sua imminente chiamata alla cattedra di Lipsia: quella meta era stata infine
raggiunta. Mentre la brama di mettere in luce le proprie capacità e i propri
contributi alla meccanica quantistica si attenuava, in Heisenberg emergeva un
altro desiderio, che ora riguardava anche Bohr: istituire a Lipsia un programma
di ricerca di altissimo livello sui fondamenti della fisica. Oltre a consolidare
il concetto ancora gracile di indeterminazione, le idee di Bohr fornivano un
punto di riferimento ai seguaci della scuola danese che, al pari di Heisenberg,
vagheggiavano una fisica compiuta da poter diffondere dalle loro cattedre appena
acquisite e sfruttare nei loro articoli. Heisenberg e gli altri discepoli di
Bohr non si mettevano più al servizio dei singoli programmi e scoperte, come la
meccanica delle matrici o l'indeterminazione, bensì dello spirito di
Copenaghen. Heisenberg e gli altri riuscirono a far accettare la loro
interpretazione nonostante le perduranti obiezioni di maestri come Einstein e
Schroedinger. Nel lustro che seguì il convegno di Como e la successiva Conferenza
Solvay, Heisenberg nel gruppo del suo istituto formularono importanti teorie
quantistiche sullo stato solido cristallino, sulla struttura molecolare, sulla
diffusione della radiazione da parte dei nuclei e sulla struttura nucleare degli
atomi. Con altri teorici, e si fecero enormi progressi verso la teoria
quantistica relativistica dei campi e gettarono le fondamenta delle ricerche
sulla fisica delle alte energie. Questi risultati attrassero naturalmente molti
tra i migliori studenti verso istituti come quello di Heisenberg. Questi
studenti, nutriti della dottrina di Copenhagen, formarono una nuova generazione
dominante di fisici che, quando dovettero emigrare in seguito all'ascesa al
potere di Hitler negli anni 30, portarono le loro idee in tutto il mondo. Heisenberg e gli altri della scuola di Copenhagen non
persero tempo nel portare la loro dottrina a quanti non visitavano gli istituti
europei. In particolare Heisenberg trovò negli Stati Uniti un terreno fertile
per fare proseliti. In un giro del mondo compiuto nel 1929 insieme a Dirac, Heisenberg tenne all'Università di Chicago alcune
conferenze sull'interpretazione di Copenhagen che ebbero un effetto enorme.
Nella prefazione della pubblicazione che fece seguito a queste conferenze, egli
scrisse: questo libro avrà raggiunto il suo scopo se contribuirà in qualche
misura la diffusione di quel Kopenaghener Geist der Quantentheorie... che ha
guidato tutto lo sviluppo della fisica atomica moderna. di ritorno al
Lipsia, l'araldo di questo Geist vide che le sue prime idee scientifiche erano
adesso ampiamente accettate dalla comunità di fisici, che gli accordò una
posizione di rilievo sia sotto il profilo istituzionale sia sotto quello
scientifico. Nel 1933 questa comunità conferì a Heisenberg, insieme con
Schroedinger e Dirac, il riconoscimento più ambito: il premio Nobel. Benché oggi
venga celebrato a ragione come uno dei massimi fisici dei tempi moderni,
Heisenberg fu anche criticato per molti comportamenti tenuti dopo l'ascesa al
potere di Hitler. Pur non iscrivendosi mai al partito nazionalsocialista,
Heisenberg ricoprì rilevanti posizioni accademiche e divenne portavoce della
cultura tedesca nei territori occupati. Rifiutando ripetutamente proposte di
trasferimento all'estero, guidò le principali ricerche sulla fissione
dell'uranio eseguite per conto del terzo reich. Dopo la guerra fornì per la sua
condotta varie spiegazioni, che offuscarono ancora di più la sua reputazione
all'estero. Questa sconcertante combinazione di comportamenti
discutibili e dei brillanti ricerche rispecchia la difficile situazione degli
scienziati e della scienza in un secolo turbolento e talora brutale. Per
Heisenberg, leale suddito della Germania che aveva indagato tanto in profondità
i misteri della natura, era difficile cogliere e condannare le tragiche
aberrazioni della sua patria. Morì di tumore al rene e alla cistifellea nel
1976, nella sua casa di Monaco.
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