Nel luglio 1910 moriva Giovanni
Schiaparelli.
Il suo nome merita senz'altro un posto
di privilegio tra i più illustri astronomi italiani, nella grande tradizione che
nasce con Galilei e annovera successivamente Cassini, Piazzi, padre Angelo
Secchi. È quasi impossibile parlare di Marte senza ricordare i classici lavori
di Schiaparelli, e ciò benché ormai le sonde spaziali li abbiano non solo
superati ma anche in buona parte
smentiti. Ci sono invece altre ricerche di Schiaparelli meno note, ma che conservano intatta la loro validità. Proviamo a
vedere quali, tracciando un " medaglione" di questo grande astronomo a 97 anni
dalla sua scomparsa. Schiaparelli nasce Savigliano il 14 marzo 1835 da famiglia
biellese. Padre e madre, Antonio e Caterina, originari di Occhieppo inferiore,
erano cugini di terzo grado e portavano lo stesso cognome discendendo da uno
stesso capostipite. A Savigliano il padre di Giovanni Schiaparelli faceva il
Fornaciaio. Aveva operai alle proprie dipendenze, ma lavorava anche con le
proprie mani a cuocere tegole e mattoni, riservando la sera alle letture. A
Onorato Roux, in una lettera poi pubblicata come introduzione al volume: Le più
belle pagine di astronomia popolare (una scelta degli scritti divulgativi,
mentre le opere complete dell'astronomo sono state edite in 11 tomi da Hoepli
nel 1944), Schiaparelli racconta che ebbe proprio da suo padre la prima lezione
di astronomia: " in una notte serena del tardo autunno 1839, e ritornava casa, dopo di aver
regolato i fuochi della fornace; io avevo ottenuto di poterlo accompagnare in
quella passeggiata notturna. L'ora tardissima, il buio completo, e io andavo
sonnolento, incespicando ad ogni passo. Allora egli mi prese in braccio e, per
tenermi desto, cominciò a spiegarmi le costellazioni. Così, da bimbo di quattro
anni, imparai a conoscerle le Pleiadi, il Carro piccolo,>il Carro grande e la Via Lattea, ch'egli
chiamava la strada di San Giacomo. D'un tratto si spiccò una stella cadente; poi
un'altra; poi un'altra. Alla mia domanda che cosa fossero, egli rispose che
queste cose le sapeva soltanto Domineddio. Io tacqui e un confuso sentimento di
cose immense e di cose adorabili si impadronì di me. Già allora, come più tardi,
la mia immaginazione era fortemente colpita da ciò che è grande, così nello
spazio come nel tempo". La seconda fondamentale esperienza astronomica Giovanni Schiaparelli la deve
invece alla madre, che gliela procurò all'età di sette anni: " La mattina dell'8 luglio 1842, appunto nello svegliarmi, entra mia madre nella
camera come un fulmine, gridando: " vieni a vedere l'eclisse!". Messi in fretta
i calzoni, mi affacciai alla finestra; era. Il momento della totale disparizione
del disco solare. Assicuro che, per ricordarmi del fatto, non ebbi bisogno di
ricevere alcuna ceffata simile a quella che Benvenuto Cellini e del padre come
ricordo della salamandra. Già nel secondo libro di lettura che si usava allora
nella mia scuola, io avevo letto che, talvolta, la luna nasconde il sole,
producendo oscurità in pieno giorno. Ora io la vedevo appunto come un disco
nerissimo che copriva tutto il sole, intorno e circondata da una bella aureola.
Dopo di aver seguito le varie fasi nel loro decremento, volli conservare memoria
dell'avvenuto, con un disegno a colori. Più si accrebbe la mia meraviglia quando
mi dissero che esistevano uomini capaci di predire tali fenomeni in giorno, ora
e minuto. Egli, allora, il desiderio di esser uno di quelli, e l'ardita
ambizione di essere partecipe ai consigli che governano l'universo".
Una vocazione, dunque, affiorata all'età di quattro anni e delineatasi a sette.
Ma non era facile coltivarla. Il piccolo Schiaparelli imparò dal secondo libro
di lettura per le scuole elementari che la terra è una sfera, e così pure il
Sole e la Luna, e che quest'ultima ruota intorno alla terra originando il fenomeno delle fasi, e che
Terra e Luna girano intorno al sole. Dotato di spirito scientifico, lo scolaro
non si accontentava però di informazioni che venivano date senza dimostrazione:
andò allora alla ricerca di notizie e spiegazioni più convincenti in un libro
vecchio e squinternato che gli capitò di trovare in casa: La geografia all'uso
dei principi. Fu in base alle sue spiegazioni che si costruì un modellino del
sistema copernicano, riuscendo a rendersi conto perfettamente dei moti reali e
apparenti degli oggetti che vediamo nel cielo, e per esigenza di definitiva
chiarezza scrisse anche una descrizione particolareggiata della teoria
eliocentrica e la fece leggere a un compagno di scuola che non era del tutto
persuaso dell'errore di Tolomeo. Sembra che quella lettura sia servita a
toglierlo dagli ultimi dubbi... il che dimostra che già allora Schiaparelli era
un buon divulgatore e prometteva di diventare quel nitido prosatore scientifico
che ben conosciamo, degno di stare accanto e Galileo, Redi, Spallanzani. La
curiosità di Schiaparelli per il cielo molto concretamente riparte poi dalla
terra. Sempre alle elementari, grazie un libro di testo, si appassiona alla
geografia e incomincia disegnare carte geografiche, incoraggiato anche dal
maestro Don Guglielmo Gandolfo, che gli impresta l'Atlante storico di Leonardo
Cacciatore. Intanto trova per la prima volta citato nel libro scolastico di
geografia l'Osservatorio Astronomico di Brera, di cui sarebbe poi diventato
direttore dal 1862 al 1900. L'interesse per la cartografia, la geodesia e la
geofisica rimarrà poi una costante nell'attività scientifica di Schiaparelli, e
adesso si affiancherà anche quello per la meteorologia. Viene poi incontro tra lo Schiaparelli
studente e l'operaio Miglietti, che lavorava nella fornace del padre ed era buon
dilettante di astronomia . È il Miglietti a mettere nelle mani del ragazzo il
primo vero testo di astronomia, le notizie astronomiche alla e all'uso comune di
Antonio Cagnoli. Nel 1850 Schiaparelli si iscrive all'università di Torino e
sceglie gli studi più vicini, o se non altro meno lontani, dai suoi veri
interessi: ingegneria. Quattro anni dopo ha in tasca una laurea di ingegnere
idraulico ed architetto civile. Sui due volumi dell'Astronomia del Santini
continua da autodidatta gli studi preferiti, scambiando notizie e informazioni
con Don Paolo Dovo, parroco a Savigliano di Santa Maria della Pieve,
appassionato di cose celesti anche lui, e per di più fornito di una discreta
biblioteca e di un cannocchiale con cui far vedere a Schiaparelli le macchie
solari, le fasi di Venere, i satelliti e le fasce di Giove, gli anelli di
Saturno, le Pleiadi e alcune nebulose. Schiaparelli, mettendo a profitto le sue
nozioni, costruisce per lui una grande meridiana sulla parete sud della chiesa.
In cambio ne riceve un altro cannocchiale in possesso del parroco, capace di
appena otto ingrandimenti, ma sufficiente a regalargli intere notti di ammirata
osservazione del cielo. Il frutto fu una carta stellare della regione celeste
compresa tra le quattro stelle principali della costellazione di Pegaso. Intanto
in otto mesi studia il tedesco per poter leggere le opere degli astronomi allora
più illustri: Maedler, Littrow, Struve, Enke, Gauss, Bessel, Schroter, Olbers.
Spera così, inutilmente, di diventare assistente di Giovanni Plana, direttore
dell'osservatorio di Pino torinese, ormai vecchissimo ma molto stimato per aver
calcolato e messo a punto la complicatissima teoria del moto della luna. I posti
di astronomo erano pochi, e Schiaparelli si deve chiudere in faccia le porte a
cui era possibile bussare.
Ma non si perde d'animo, per conto
proprio calcola l'orbita e la data del ritorno di una cometa apparsa l'ultima
volta nel 1556, e manda i risultati a un suo professore di matematica della
facoltà di ingegneria. Questi interessa al caso di Schiaparelli il senatore
Carlo Ignazio Giulio, che d'accordo con Menabrea e Quintino Sella riesce a
convincere il ministro della pubblica istruzione Giovanni Lanza a concedere
all'aspirante astronomo una specie di borsa di studio per andare a perfezionarsi
in Germania e poi, di ritorno, succedere a Plana. Quest'ultima cosa non avvenne,
perché Schiaparelli si dirottò sull'Osservatorio milanese di Brera (una grave
perdita per quello di Torino, dove bisognerà aspettare molti decenni per
ritrovarvi una guida scientifica prestigiosa come quella di Plana), ma ciò che
importa è che nel febbraio 1857 Schiaparelli arrivava a Berlino e incominciava,
con due anni di duro lavoro, a mettersi al passo con la più avanzata ricerca
astronomica del tempo. Si lascia così alle spalle le brevi esperienze di
insegnante di ginnasio fatte precedentemente a Torino e allarga la ropria curiosità a varie discipline affini all'astronomia, come
l'ottica, il magnetismo, la meteorologia, con lescursioni anche in filosofia,
storia delle religioni, indologia. Come aveva studiato il tedesco per aprirsi ad
una nuova cultura, così ora sono studia l'arabo e il sanscrito,2 lingue che gli
consentiranno più tardi attenti studi dell'astronomia antica. Alla fine del
giugno 1859 parte per Pietroburgo e va a lavorare per qualche tempo
all'osservatorio poco distante da quella città, il celebre Osservatorio di
Pulkovo, allora centro di ricerca tra i più avanzati (e ancor oggi lo è: una sua
succursale collocata sui monti del Caucaso ospita il più grande telescopio del
mondo,1 riflettore da sei metri di apertura che ha portato via il primato a
Monte Palomar).
A Milano Schiaparelli diventa secondo
astronomo di Brera, alle dipendenze di Carlini, e nel 1862 gli succede alla
direzione dell'Osservatorio milanese. Già un anno prima si era fatto una fama e
scoprendo un asteroide che aveva battezzato Esperia, calcolandone poi
accuratamente l'orbita. Intanto compiva accurate osservazioni meridiane di
stelle, poi utilizzate negli studi statistici sulla Via Lattea, dei quali
sarebbe diventato un pioniere, enunciando, tra l'altro, un teorema che si chiama
tuttora " teorema Schiaparelli " . Con Otto Struve nel 1863 contribuiva pure
alla fondazione della Società Tedesca di Astronomia. Di notte telescopio,
trovava anche il tempo, il giorno, per insegnare geodesia all'istituto tecnico
superiore di Milano. Del resto Schiaparelli fu sempre un lavoratore eccezionale:
unico svago, fa lunghe passeggiate. Il primo settore dell'astronomia in cui
Schiaparelli portò un progresso importante fu quello delle meteore, popolarmente
chiamate stelle cadenti: proprio quel fenomeno celeste ci aveva attratto la sua
attenzione quando aveva appena quattro anni.
Le opinioni scientifiche sulle meteore erano in quel tempo piuttosto vaghe. Poco
si sapeva sulla natura, le dimensioni e l'origine di questo fenomeno, e non era
chiara anche la connessione tra le " stelle cadenti" e le meteoriti che di tanto
in tanto cadono al suolo con effetti più o meno vistosi a seconda della massa
dell'oggetto extraterrestre. Schiaparelli incominciò a cogliere molti dati sulla
direzione e sulla velocità di un gran numero di meteore, in parte osservate da
lui direttamente, in parte da altri. Provò poi a calcolarne le orbite e scoprii
che ognuna di esse seguivano il cielo una " strada" ben precisa e che la
traiettoria era perlopiù una ellisse molto allungata, tanto da poter essere
confusa, in certi casi, con una parabola. Gli sciami meteorici, come quello
delle Perseidi che si osserva intorno al 10 agosto, seguivano un orbita comune. La somiglianza tra le orbite delle
meteore e quelle delle comete richiamò immediatamente l'attenzione di
Schiaparelli: scoprii così che molti sciami corrispondono al percorso di comete
"attive" o estinte. Si chiariva dunque l'origine delle meteore periodiche, che
nascono appunto dalla parziale o totale dissoluzione di comete che si disgregano
a causa dell'azione del calore solare del loro passaggio al perielio. Il
materiale della cometa dissolta --risultò poi a Schiaparelli, che applicò qui il risultato di un suo studio
giovanile sul moto dei gruppi di corpi sotto l'azione della loro reciproca forza
di gravità-- o poi mantenersi in una " nube " di polveri e piccole rocce
relativamente compatta oppure distribuirsi uniformemente lungo tutta l'orbita,
formando un anello simile a quelli che osserviamo intorno a Saturno ma
enormemente più rarefatto. Le piogge meteoriche si hanno quando la Terra,
seguendo la sua orbita intorno al sole, incrocia la corrente di questo
materiale, e ciò spiega anche perché le piogge meteoriche vadano diminuendo di
intensità via via che il nostro pianeta " spazza" l'ambiente interplanetario;
nuove meteore si formano però in continuazione per il disgregarsi di altre
comete. Schiaparelli, in particolare, riuscì a dimostrare l'associazione dello
sciame delle Perseidi (9-14 agosto) con della cometa di Tuttle e di quello delle
Leonidi (17 novembre) con la cometa di Tempel. Il caso della cometa di Biela,
prima spezzatasi in due tronconi e poi addirittura scomparsa del tutto dopo il
1852, servì a Schiaparelli per dare una dimostrazione sperimentale
inequivocabile della propria teoria, che è quella da allora in poi accettata da
tutti gli astronomi. Le conclusioni di questi studi furono esposte da
Schiaparelli in cinque lettere a padre Secchi (dall'aprile 1866 al febbraio
1867) e poi in una pubblicazione tedesca nel 1871. Gli studi sulle meteore sulle comete
potevano essere fatte con strumenti modestissimi e persino ad occhio nudo.
Fondato nel 1760 sui tetti del collegio di Brera dai padri Bovio e Gerra,
l'osservatorio milanese era, ancora al tempo in cui Schiaparelli ne divenne
direttore, poverissimo di attrezzatura. La strumentazione era discreta solo nel
settore dell'astronomia di posizione, che si occupa di misurare con la maggiore
e sarà possibile la collocazione degli astri. A questo scopo all'inizio dell'800
Oriani si era servito di un cerchio moltiplicatore di Reichenbach, da lui
installato in una delle quattro torrette del palazzo di Brera, e più tardi
Carlini si era attrezzato, per determinare la variazione secolare dell'obliquità
dell'eclittica, un cerchio meridiano di Starke. Mancava però un telescopio di
una certa potenza per compiere osservazioni di pianeti e stelle doppie, erano
campi a cui Schiaparelli era molto interessato e in cui l'astronomia del tempo
stava compiendo i progressi più significativi grazie a strumenti via via più
potenti. Facendo leva sul suo prestigio personale, quando divenne direttore di
Brera Schiaparelli riuscì a ottenere dal governo un finanziamento per la
costruzione di un telescopio rifrattore non grandissimo ma sufficiente per
compiere qualche ricerca originale. L'obiettivo, da 22 cm, fu ordinato nel 1862
alle officine Merz di Monaco, che godevano di un meritato prestigio nelle
costruzioni ottiche, e finalmente il telescopio fu installato a Brera nel 1874.
Nel febbraio dell'anno dopo Schiaparelli con esso incominciava una lunga serie
di osservazioni di stelle doppie,1 tema di ricerca in cui l'osservatorio si
sarebbe poi specializzato. Complessivamente sotto la guida di Schiaparelli
furono raccolti in due volumi i risultati di 11.000 osservazioni di 1100 stelle
doppie. Nel 1877, poi, Marte veniva a trovarsi in una delle non frequenti
opposizioni favorevoli, e sul pianeta rosso Schiaparelli incominciò quelle
osservazioni che più di tutte le altre gli avrebbero dato fama. La buona
visibilità e la perfezione ottica del telescopio gli consentirono subito di
compiere progressi nella conoscenza di alcuni dati fondamentali relativi a
Marte, come la direzione dell'asse di rotazione e la posizione della calotta
polare. In quell'opposizione del 2 settembre 1877 era ben visibile all'emisfero
australe, e Schiaparelli ne approfittò per gettare le basi della areografia,
cioè della cartografia marziana, determinando con precisione le coordinate di un
certo numero di punti di riferimento. Partendo da questi, fece un primo rilievo
della topografia dell'emisfero sud del pianeta battezzando le particolarità che
veniva osservando con nomi presi dalla geografia poetica o dalla mitologia: una
nomenclatura ancora oggi usata anche dopo che le sonde spaziali hanno permesso
enormi progressi rispetto ai disegni di Schiaparelli, tracciati usando il
telescopio a 322 e a 468 ingrandimenti, ciò che corrisponde ad vedere la luna
con un piccolo binocolo... Ma la scoperta
destinata a far più rumore, compiuta da Schiaparelli nell'estate-autunno 1877 e
annunciata ufficialmente alla seduta del 5 maggio 1878 della Reale Accademia dei
Lincei con un lungo saggio intitolato " Osservazioni astronomiche fisiche
sull'asse di rotazione e sulla topografia del pianeta Marte-Memoria prima", fu
quella dei canali.
Schiaparelli aveva individuato sul pianeta rosso
linee scure molto nitide che correvano da certe zone scure (grigio-verde) ad
altre zone scure attraverso i deserti color ruggine e, all'inizio solo per
un'associazione mentale, aveva battezzato canali quelle linee, forse ricordando
che qualcosa del genere, e con la stessa parola, era stato indicato su Marte da
padre Secchi nel 1859. Più tardi però l'astronomo si convinse che effettivamente
quelle linee scure corrispondessero a giganteschi canyon larghi più di 100 km, e
che in essi scorresse dell'acqua: diventavano visibili, infatti, proprio quando
la calotta polare, con l'avanzare dell'estate marziana, si scioglieva, e si
poteva anche supporre che quell'ipotetica acqua andasse a fecondare prati e
foreste, perché poco dopo, nel punto di arrivo dei canali, si osservavano
mutamenti di colore dal rossiccio al verdastro. Certo però Schiaparelli non
pensava a costruzioni artificiali, e questo risulta chiaro sia dalle sue
affermazioni sia gli schizzi che tracciava su un quaderno durante il
osservazioni, dove per la verità e i presunti canali appaiono più indistinti e
meno perfettamente geometrici di quanto risultino poi nelle carte di Marte
disegnate successivamente, rielaborando gli schizzi. Schiaparelli osservò ancora
Marte nell'opposizione del 1879 e ne nacque la " Memoria Seconda". Tra l'altro
questa volta vide, il 10 novembre, una piccola macchia chiara che battezzò: Nix
Olympica (Neve dell'Olimpo). Oggi, grazie alle ricognizioni delle sonde
spaziali, sappiamo che si tratta di un enorme vulcano spento, il più grande del
sistema solare, circa 24.000 mt. Benché le opposizioni diventassero via via
sempre più sfavorevoli, altre osservazioni dei canali furono fatte nel dicembre
1881, e Schiaparelli nella "Memoria Terza", presentata ai Lincei il 6 giugno
1886, poté annunciare un nuovo straordinario fenomeno: " Le vaste estensioni dette Oceano e Golfo Alcionico, che nel 1879 che
apparivano come sfumature indeterminate e che sembrava dovessero appartenere
alle aree dette mari, si risolvettero in viluppi complicatissimi di pure linee.
Allora si venne a poco a poco svelando il fatto curioso e impreveduto della
geminazione dei cosiddetti canali, la quale probabilmente verrà a mutare d'assai
le opinioni correnti sulla costituzione fisica del pianeta".
lo sdoppiamento dei canali, osservato
per la prima volta da Schiaparelli e poi verificato da parecchi altri
osservatori, fece molto discutere. Certo servì a rafforzare l'ipotesi che quelle
formazioni non fossero naturali. Guardando la carta di Marte disegnata da
Schiaparelli in anni di paziente lavoro, Camille Flammarion scriveva: "... se
quei canali sono autentici, non sembrano naturali, e pare piuttosto che siano
dovuti alle combinazioni di un ragionamento o che rappresentino... l'opera
industriale degli abitanti del pianeta". Questa opinione fu colta al volo da un
ricco astronomo dilettante americano, Percival Lowell, anche in seguito a un
equivoco linguistico. Il termine "canali" che compariva negli scritti di
Schiaparelli venne infatti tradotto in inglese canals , che sono sempre
costruzioni artificiali, anziché in channels, e sono perlopiù opera della
natura. Lowell, che nel 1893 si era costruito a Flagstaff, in Arizona,1
osservatorio dotato di un telescopio rifrattore da 45 cm e poi addirittura di un
rifrattore Clark da 61 cm, concluse che la geminazione era dovuta all'apertura
di chiuse e irregolare il regime idrico di un pianeta dissestato, i cui abitanti
avevano ingaggiato una disperata battaglia per la sopravvivenza e con un
sofisticatissimo sistema di canali cercavano di sfruttare nel miglior modo
possibile le scarse risorse di acqua ancora disponibili sul pianeta. Su questa
interpretazione Schiaparelli fu sempre molto scettico. Nello stesso anno in cui
Lowell fondava il proprio osservatorio, sulla rivista "Natura e arte"
Schiaparelli scriveva: " la rete formata dai canali e probabilmente fu
determinata in origine dallo stato geologico del pianeta, e si è venuta
lentamente elaborando nel corso dei secoli. Non occorre suppor qui l'opera di
esseri intelligenti: e malgrado l'apparenza quasi geometrica di tutto il loro
sistema, per ora incliniamo a credere che essi siano prodotti dall'evoluzione
del pianeta, appunto come sulla Terra il Canale della Manica e quello del
Mozambico". Schiaparelli continuò tuttavia a vedere
canali e sdoppiamenti sia nell'opposizione del 1884 e 1886, sia in quella del
1888, quando poté disporre per la prima volta di un telescopio competitivo con i
più potenti dell'epoca: un rifrattore Merz con obiettivo da 49 cm (purtroppo
quest'ottica è andata distrutta per un incidente negli anni 60). L'ultima
opposizione osservata da Schiaparelli fu quella del 1890, e lo confermò nelle
sue opinioni sull'origine naturale dei canali e sul fatto che diventassero
visibili per " una grande inondazione prodotta dallo squagliarsi delle nevi".
Qualche dubbio rimarrà solo 10 anni dopo, quando nel 1900, l'astronomo
dilettante Vincenzo Cerulli, e si era costruito a Collurania, presso Teramo, un
osservatorio dotato di un rifrattore Cooke da 40 cm,
(in foto)sostenne nel " saggio di una
interpretazione ottica delle sensazioni aeroscopiche" che i canali e la loro
geminazione sono semplicemente il risultato di un fenomeno di psicologia della
percezione visiva: sono cioè immagini illusorie formate da particolari così fini
da essere al di là dei limiti consentiti dai telescopi e dall'occhio
dell'osservatore (Schiaparelli non era esente da una lieve forma di
astigmatismo) Che l'opinione di Cerulli sia quella giusta, ora lo sappiamo grazie al migliaia
di immagini ravvicinate rese dalle sonde Mariner e Viking. Non solo: sappiamo
anche con certezza che Marte è un mondo molto più inospitale di quanto
Schiaparelli, Lowell, Flammarion e molti altri astronomi di quel tempo avevano
immaginato. Sappiamo addirittura, dopo che le sonde Viking hanno scavato nel
terreno marziano e ne hanno analizzato dei campioni con tre esperimenti
biologici, e su Marte non esiste e non è mai esistita alcuna forma di vita
(aggiungo io: sino al tempo della stesura di questo articolo). Schiaparelli che
si spegneva a Milano il 4 luglio 1910 dopo aver ancora compiuto studi importanti
sulla rotazione di mercurio (ne viene un valore accertato fino alle osservazioni
radar del 1965), sulle nubi di Venere e sulla storia dell'astronomia, non
avrebbe mai potuto immaginare che appena settant'anni dopo saremmo arrivati ad
esplorare direttamente quel pianeta che lui scrutava con grande fatica
attraverso le lenti del suo telescopio. Ma se oggi avesse l'opportunità di
vedere certe fotografie riprese dalle sonde quando erano ancora relativamente
lontane dal pianeta sarebbe soddisfatto nel constatare che essi somigliano molto
ai suoi disegni. Modesta soddisfazione per un uomo modesto e tracciava di sé
questo ritratto intellettuale: " memoria poca, genio e nessuno, molta pazienza e
infinita curiosità di saper tutto."
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