All'una di notte in punto,
il 13 dicembre 1989, fui svegliato nella mia cabina a bordo della nave
scientifica da perforazione JOIDES
Resolution da rumori di festeggiamenti che provenivano dalla cabina
attigua. Dato che alle quattro avrei comunque dovuto iniziare il mio turno, mi
alzai per unirmi alla festa. I paleontologi della spedizione avevano appena
riferito a Yves Lancelot, che dirigeva con me la crociera, di aver trovato
microfossili giurassici in un foro di sonda nel fondo del Pacifico occidentale,
a quasi 5000 m di profondità. Due giorni più tardi il foro raggiunse il
basamento cristallino: crosta oceanica risalente al giurassico medio, vale a
dire circa 165 milioni di anni fa. Un mistero vecchio di vent'anni era giunto a
soluzione. Finalmente avevamo una solida prova del fatto che vi sono sedimenti
di mare profondo e rocce vulcaniche ancora in posto dopo intere ere geologiche.
Nei giorni successivi mi
dedicai e riflettere sul perché la ricerca avesse richiesto tanto tempo. Insieme
con i miei colleghi Clement G. Chase dell'Università dell'Arizona, Walter C.
Pitman III del Lamont Geological (Earth) Observatory e Thomas W. C. Hilde della
Texas A&M University, avevo cominciato ad affrontare il problema negli anni 70.
Il nostro bersaglio non era certo di piccole dimensioni. Avevamo previsto, in
base ai dati geofisici, che un'area del Pacifico occidentale delle dimensioni
degli Stati Uniti continentali dovesse risalire al giurassico, vale a dire fra
145 e 200 milioni di anni fa. Ma ogniqualvolta che effettuavamo dragaggi o
carotaggi in quell'area, quasi invariabilmente venivano recuperati basalti
formati da eruzioni vulcaniche avvenute a metà del cretaceo e quindi di età
compresa fra 80 120 milioni di anni. I primi campioni di questi basalti erano
stati dragati nel 1950 dai rilievi medio-pacifici a opera di una spedizione
della Scripps Institution of Oceanography. Fino la scoperta della JOIDES,
comunque, non si erano realizzati molti progressi nel rispondere ai quesiti
sull'origine dei basalti della metà del cretaceo, a quanto pareva onnipresenti,
uno sulla possibile esistenza di materiale giurassico sottostante. La scoperta
del 1989 e forniva qualche risposta di tipo qualitativo. I più antichi sedimenti
e la più antica crosta oceanica erano stati sepolti a metà del cretaceo da ciò
che ora designamo come un <<superpennacchio>> di materiale
vulcanico. Finalmente, le nostre elucubrazioni geofisiche dei primi anni 70
potevano trovare riscontro in fatti concreti: esisteva il giurassico nel
Pacifico occidentale, e di esso avevamo campioni a bordo della JOIDES
Resolution. Essendo io un geofisico, e da descrivere la terra e i suoi
processi in modo quantitativo. Volevo quindi determinare le dimensioni di questo
superpennacchio, sperando così di ricavare indizi sulle sue origini. Ma, come
dice il proverbio, tra il dire e fare... Che cosa si trattava di misurare e in
che modo? Io non sapevo neppure come fosse un episodio di pennacchio cosiddetto
normale. Come potevo dunque sperare di descriverne uno anomalo? Il problema
doveva essere ampliato al di là del contesto spaziotemporale del Pacifico
occidentale a metà del cretaceo. Decisi di studiare la velocità di formazione
della crosta oceanica - costituita principalmente da rocce vulcaniche come i
basalti, che formano il basamento cristallino al di sotto del fondo oceanico -
per tutti i bacini oceanici per tutto il corso della loro storia. In questo modo
l'anomalia, quale che ne fosse la natura, si sarebbe stagliata nettamente dallo
sfondo. Inoltre si sarebbero potute ottenere indicazioni sul tempo che ancora ci
separa dalla comparsa di un superpennacchio prossimo venturo. Verso la metà del
cretaceo, un'estesa attività eruttiva coprì o per creò molto rapidamente ampie
porzioni del fondo oceanico. Normalmente l'espansione dei fondi oceanici genera
buona parte della crosta oceanica in maniera più lenta e regolare. In questo
processo la crosta diviene simmetricamente più antica via via che ci si
allontana dalla dorsale medio-oceanica, laddove il magma proveniente dal
mantello fuoriesce e solidifica. A mano a mano che nuovo magma continua a
fuoriuscire, la crosta oceanica già solidificata viene spinta via dal centro di
eruzione e si allontana dalla dorsale. È come se due nastri trasportatori
identici spostassero in senso opposto ogni porzione idealmente puntiforme di
crosta. Le parti di fondo oceanico formate dall'espansione, le cosiddette piane
abissali e zone di frattura che decorrono perpendicolarmente alle dorsali
medio-oceaniche. Tuttavia il Pacifico occidentale e non mostra nulla di tutto
ciò. La sua fisiografia rammenta piuttosto una strada sterrata in un periodo di
grandi piogge. Le catene di vulcani sottomarini, in apparenza orientate a caso e
più elevate del normale, e i plateau oceanici che costituiscono il fondo del
Pacifico occidentale non presentano regolare gradienti di età. La sua
caratteristica in comune è la datazione a metà del cretaceo, almeno per quanto
ci è possibile misurare.
Il primo passo della mia
ricerca consisteva nel misurare le variazioni della velocità di produzione della
crosta oceanica. Per fare ciò, ho raccolto e ordinato le informazioni
disponibili sulla superficie e sull'età del fondo oceanico e ho stimato lo
spessore della crosta. Sono riuscito a calcolare questa velocità per gli ultimi
150 milioni di anni, risalendo quindi quasi al limite estremo di età dei bacini
oceanici di tutto il mondo. Questi calcoli sulla produzione crostale complessiva
mostrano nettamente l'esistenza di un superpennacchio alla metà del cretaceo.
I dati relativi alla terra
nel suo complesso mostrano l'improvviso instaurarsi del pennacchio tra 120 e 125
milioni di anni fa, quando la formazione della crosta oceanica raddoppiò in
circa 5 milioni di anni. La produzione di nuova crosta ebbe un picco subito dopo
l'inizio dell'impulso e iniziò a scemare più o meno ordinatamente nei successivi
70-80 milioni di anni. Essa tornò, 30-40 milioni di anni fa, a valori quasi
uguali a quelli precedenti l'episodio. Il superpennacchio della metà del
cretaceo, quanto la produzione di crosta oceanica, spicca nettamente a scala
globale. Il fatto di averne appurato l'esistenza, tuttavia, non dice perché il
suo sia avvenuto.
Ho pensato che la chiave del
rompicapo potesse risiedere nella genesi dei plateau oceanici e delle catene
vulcaniche sottomarine. A metà del cretaceo e la velocità di formazione di
queste strutture si impennò in concomitanza con l'aumento globale della
produzione di nuova crosta, con lo stesso inizio repentino e una lunga, graduale
diminuzione fino ai valori normali. Benché l'incremento nella formazione dei
rilievi sottomarini sia stato in assoluto quello della crosta oceanica a
livello globale, l'aumento relativo fu molto più pronunciato. Mentre la
produzione totale di crosta oceanica raddoppiò, quella dei plateau e dei rilievi
sottomarini aumentò di 5 volte. Ma che cosa dà origine a questi i plateau
sommersi e alle catene di vulcani sottomarini? Indipendentemente, altri
ricercatori si sono convinti che essi si siano originati da pennacchi di
materiale proveniente da grandi profondità i quali, surriscaldati, risalgono per
spinta idrostatica, data la loro minore densità. In particolare i plateau
oceanici sono il risultato delle imponenti e rapide eruzioni iniziali causate
dalla risalita dei pennacchi. Tali risalite avvengono occasionalmente sui
continenti, dove possiamo studiarle direttamente. Regioni come i basalti del Paranà in Brasile, i Trappi del Deccan in India occidentale e i Trappi
della Siberia si presentano come vasti campi di flussi basaltici, estesi per
centinaia di chilometri e di spessore compreso tra 1 e 2 chilometri. I plateau
oceanici hanno caratteristiche simili a quella dei loro affini continentali, ma
sono ancora più vasti. Per esempio, si stima che il maggiore dei plateau
oceanici (il plateau di Ontong Giava del Pacifico occidentale) sia 25 volte più
vasto del più grande tra i plateau continentali ( i Trappi del Deccan). Le
catene sottomarine si dipartono dai plateau e sono formate da materiale situato
dietro e al di sotto della testa del pennacchio in risalita. Dato che i
pennacchi sono relativamente fissi e le sovrastanti zolle tettoniche si spostano
in orizzontale, la serie di coni eruttivi delle catene testimonia il movimento
delle zolle. Pertanto queste catene montuose dovrebbero essere più antiche nelle
parti vicine ai plateau oceanici loro <<genitori>>, e i vulcani che le
costituiscono dovrebbero essere progressivamente più giovani via via che dai
plateau ci si allontana. Alla fine della catena ci si dovrebbe attendere un
vulcano attivo, sempre che il cammino di alimentazione proveniente dal mantello
non abbia cessato la sua attività. La più nota di queste catene è costituita
dall'arcipelago delle Hawaii, che si prolunga sotto l'oceano molto a nord-ovest
delle isole stesse. Il pennacchio che l'ha originata si trova attualmente al di
sotto dell'isola di Hawaii, dove continuano a verificarsi eruzioni vulcaniche.
Le isole e i rilievi sottomarini divengono progressivamente più vecchi via via
che ci si sposta verso nord-ovest, in quanto sono solidali alla zolla del
Pacifico che si muove in quella direzione rispetto al pennacchio, relativamente
fisso.
Una volta compreso che le
strutture della crosta oceanica più interessate dall'attività vulcanica a metà
del cretaceo erano il prodotto di pennacchi di materiale del mantello, una
questione di un piccolo passo logico supporre che l'intero episodio anomalo
fosse dovuto a un'attività di pennacchio molto più imponente di quella
<<normale>>. Vivendo in una società avvezza all'uso di superlativi, o deciso di
coniare al proposito il termine di <<superpennacchio>>. L'impulso iniziale del
superpennacchio raggiunse la superficie della terra circa 120 milioni di anni
fa; l'intensa attività vulcanica iniziò improvvisamente verso la metà del
cretaceo e si protrasse per decine di milioni di anni, di che iniziò a scemare
gradualmente.
Pennacchi surriscaldati
L'episodio di
superpennacchio o con ogni probabilità causato dalla risalita di uno o forse più
enormi pennacchi, che si fecero strada nel mantello, si allargarono alla base
del più rigido guscio esterno della terra, la litosfera, e un fuoriuscirono sul
fondo oceanico. Per quanto il Pacifico sia stato il bacino di gran lunga più
interessato, tracce dell'evento si possono riscontrare anche nell'Oceano
Indiano, nel Atlantico meridionale e del mar delle Antille. L'area del Pacifico
coinvolta si estendeva forse per diverse migliaia di chilometri, a differenza
delle regioni interessate attualmente dei pennacchi, che sono circa 10 volte più
piccole.
Ritengo che i pennacchi surriscaldati risalgano dalla base del mantello e
influenzano il processo che causa l'inversione del campo magnetico terrestre nel
sottostante nucleo esterno. Esiste in generale una relazione inversa fra
velocità di produzione della crosta formata dai pennacchi e frequenza delle
inversioni del campo magnetico terrestre. Per esempio, nei periodi di intensa
attività di pennacchio, inclusa la metà del cretaceo, quasi non si registrano
inversioni del campo magnetico. Viceversa quando l'attività di pennacchio è
bassa, come oggi, le inversioni magnetiche si verificano con una frequenza molto
alta. Come il campo magnetico terrestre inverta la propria polarità è un
mistero. Peter L. Olson della Jhons Hopkins University e io pensiamo che la
correlazione tra la formazione di crosta e le inversioni del campo magnetico
possa offrire gli elementi per comprendere in che modo abbiano luogo inversioni
e per stabilire la fonte del materiale che costituisce il pennacchio. Riteniamo
che un incremento del <<tasso di ebollizione>> del nucleo possa far sì che le
inversioni magnetiche diventino meno frequenti. Questa correlazione potrebbe
fornire informazioni sui tempi del superpennacchio prossimo venturo. Il ferro
fuso del nucleo esterno e quasi certamente all'origine del campo magnetico
terrestre, dato che si tratta di un eccellente conduttore di corrente elettrica.
Sono i moti convettivi del nucleo esterno e i campi elettrici ad essi associati
a generare il campo magnetico terrestre. Il calore ceduto dal ferro fuso si
trasmette per conduzione attraverso il limite nucleo-mantello che costituisce,
per così dire, il coperchio della pentola. Il calore rimane intrappolato appena
al di sopra del confine, nel 100-200 km più profondi di roccia silicatica solida
del mantello. Questo processo continua fino a che non si accumula abbastanza
calore eccesso. A questo punto la spinta di galleggiamento del materiale del
mantello inferiore, che essendo surriscaldato e relativamente meno denso, vince
la viscosità della più densa roccia sovrastante. Immani pennacchi di materiale
del mantello risalgono per quasi 3000 km, e alla fine del loro percorso
scatenano eruzioni vulcaniche in superficie. Il materiale ascendente sottrae
calore dalle parti più profonde del mantello, permettendo al nucleo esterno di
<<bollire>> anche più vigorosamente che in precedenza.
Il più recente di questi
sconvolgimenti ebbe inizio appunto tra 120 e 125 milioni di anni fa. Molto del
materiale che giunse in superficie a quell'epoca produsse l'effetto di <<strada
fangosa>> che si può osservare attualmente sul fondo del Pacifico occidentale.
Un episodio di questa portata, in grado di raddoppiare in un breve periodo la
velocità globale di produzione della crosta oceanica, deve avere avuto
conseguenze geologiche sbalorditive. All'epoca fu in effetti caratterizzato da
un gran numero di profonde anomalie, provocate appunto dal superpennacchio.
Prima fra tutte le anomalie, e probabilmente la meno controversa, è la risalita
del livello marino di oltre 250 m rispetto all'attuale. Assumendo che la
quantità totale di acqua degli oceani sia costante, una risalita del livello
della superficie marina è semplicemente la conseguenza di una corrispondente
sopraelevazione del fondo. L'oceano che sormonta crosta di recente formazione è
relativamente poco profondo, in quanto la crosta e la litosfera sottostante sono
ancora caldi, poco dense ed espanse. Nel raffreddarsi, esse si contraggono,
facendo sì che l'oceano aumenti di profondità. Questo fenomeno di espansione e
contrazione e spiega perché le dorsali medio-oceaniche, dove si ha la formazione
di nuova crosta, risultino rilevate rispetto la crosta più antica e più profonda
e lontana da esse. Se si va formando rapidamente una normale quantità di nuova
crosta - così come accadde agli inizi dell'episodio di superpennacchio -Allora il livello medio del
fondo oceanico andrà elevandosi, e con esso il livello della superficie marina.
A metà del cretaceo l terraferma l'incremento del livello marino sommerse
gran parte di ciò che attualmente è terra ferma; per esempio il luogo in cui
sono nato, nello Iowa, era a quell'epoca coperto dal mare. Quando le acque
regredirono, lasciarono sul posto di depositi calcarei e gessosi, tra cui le
celebri <<bianche scogliere>> di Dover, in Inghilterra.
Anche la temperatura globale
ebbe un incremento in conseguenza dell'episodio di superpennacchio. Quando il
magma raggiungere la superficie, libera una certa quantità di gas, tra cui
anidride carbonica. Alti livelli di anidride carbonica nell'atmosfera nella metà
del cretaceo provocarono un effetto serra naturale, che fece innalzare la
temperatura media di circa 10 °C. Lo studio degli effetti di elevati livelli di
anidride carbonica durante questo periodo permette forse di tratteggiare
possibili scenari per il clima della terra nel futuro: il consumo intensivo di
combustibili fossili e la deforestazione su vasta scala continuano infatti a
incrementare a livelli di anidride carbonica dell'atmosfera attuale. A metà del
cretaceo andò anche depositandosi una notevole quantità di carbonio organico e
di carbonati questo fenomeno è da porre in relazione agli incrementi suddetti
del livello marino e della temperatura atmosferica minuscoli organismi vegetali
e animali, il fitoplancton e lo zooplancton, vivevano negli strati più
superficiali dell'oceano, dove poteva penetrare la luce. A quanto pare, il
plancton ebbe un vigoroso sviluppo in un oceano reso anormalmente caldo dal
riscaldamento atmosferico. Quando questi organismi muoiono, i loro scheletri
cadono nelle acque profonde e si dissolvono rapidamente per l'altissima
pressione; in quel periodo però molti organismi affondarono nelle acque poco
profonde che ricoprivano i continenti. Così, il carbonio che costituiva gli
scheletri non si sciolse. Parte di esso andò a costituire formazioni calcaree,
parte fu sepolta più in profondità e finì con l'essere trasformata in petrolio.
Il petrolio allora generato costituisce fino al 50% delle riserve mondiali. Per
ironia della sorte, fu quell'episodio di riscaldamento globale a creare il
combustibile che a sua volta avrebbe causato un altro episodio di effetto serra,
questa volta non naturale. Anomalie geologiche associate al superpennacchio
provocarono inoltre la messa in posto di una considerevole percentuale dei
giacimenti di diamanti terrestri. I diamanti, come è noto, sono fatti di soli
atomi di carbonio strutturati nella disposizione cristallografica più densa
possibile, quale si può produrre solo alle pensioni esistenti 200-300 km al di
sotto della superficie terrestre i diamanti sono per la maggior parte antichi
anche rispetto alla scala dei tempi geologici, essendosi formati oltre un
miliardo di anni fa ma, secondo Stephen E. Haggerty dell'università del
Massachusetts ad Amherst, molti di essi furono portati in superficie a metà del
cretaceo. Essi furono trasportati all'interno di strutture vulcaniche denominate
canini kimberlitici (dal nome dell'area estrattiva di Kimberly, in sud Africa),
che si estendono in profondità nella crosta presumibilmente nel mantello
superiore. La formazione di gran parte delle catene montuose che contornano le
coste occidentali di Nord e sud America fu fortemente condizionata dall'episodio
di superpennacchio. La Sierra Nevada, nel Nord America occidentale, e le Ande,
nel sud America occidentale, si originarono a metà del cretaceo a causa di una
più rapida subduzione della zolla del Pacifico al di sotto dei continenti nord-
e sudamericano. La subduzione avviene a ridosso dei continenti quando la
litosfera oceanica viene spinta al di sotto della massa continentale adiacente e
finisce per essere riciclata nel mantello sottostante. Si rammenti che, a causa
dei pennacchi, l'espansione del Pacifico ebbe un drastico incremento. Se il
diametro della terra rimane costante, il materiale in subduzione deve bilanciare
quello che risale: di conseguenza anche la velocità di subduzione ebbe un
incremento. Quantità abnormi di crosta vennero spinte in profondità al di sotto
dei margini occidentali di Nord e sud America. Via via che la crosta, insieme
con i sedimenti oceanici, scendeva per centinaia di chilometri al di sotto della
superficie terrestre, i minerali a più basso punto di fusione diventavano
semiliquidi per l'incremento di temperatura e pressione. Anche parte della
crosta continentale fondeva per il calore dovuto all'attrito. Questa
combinazione di rocce fuse iniziò a sua volta a salire verso la superficie, data
la sua minore densità, e finì per solidificare formando i nuclei granitici delle
catene montuose che costituiscono la spina dorsale della costa occidentale delle
Americhe.
Il prossimo impulso
Gran parte della storia
della terra è controllata da eventi che hanno origine a grande profondità, circa
3000 km sotto di noi. In questo articolo ho presentato solo alcuni dei processi
dinamici che causano l'occasionale risalita di materiale dal limite
nucleo-mantello. Il più recente di questi impulsi ha alterato profondamente il
clima e l'assetto superficiale della terra e la formazione di combustibili
fossili e di minerali. Solo ora stiamo iniziando a cercare tracce di episodi
superpennacchio ancora precedenti, e si discute animatamente sul ritmo
dell'antico <<battito cardiaco>> terrestre. Il nostro pianeta ha evidentemente
<<smaltito>> gli effetti del più recente evento di superpennacchio, ma quando si
verificherà il prossimo è materia di speculazione. Durante gli ultimi 40 milioni
di anni, la formazione di plateau oceanici e di catene vulcaniche e sottomarine
ha avuto un incremento molto più lento che in precedenza. Il livello del mare
sceso quasi ai minimi della storia geologica. Dato che stiamo vivendo in una
pausa di un'era glaciale, la temperatura globale ai nostri giorni potrebbe
essere definita come quella di una <<ghiacciaia>> anziché di una <<serra>>. Come
ci si può attendere in periodi di scarsa attività di pennacchio, il campo
magnetico terrestre si inverte con frequenza, e alla base del mantello si
verifica una considerevole anomalia termica che indica una lenta ebollizione del
nucleo sottostante. Secondo le attuali stime, la temperatura aumenta di
1000-1500° nei 100-200 km più profondi del mantello.
Sono trascorsi 120 milioni
di anni dall'ultimo evento di superpennacchio, ma nessuno è in grado di
prevedere quando avverrà il prossimo. Come scienziati, siamo in una situazione
paragonabile a quella di un agricoltore che cerchi di prevedere l'arrivo della
primavera osservando il comportamento degli animali. Possiamo solo affermare che
il prossimo episodio di super pennacchio è ormai <<dietro l'angolo>>.
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