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Ai nostri giorni Piero della Francesca
(1415 c.-1492) è universalmente riconosciuto come sommo pittore, abbastanza noto
come <<prospettivo>>, quasi del tutto ignorato come matematico. Diversa e forse
maggiore doveva essere la fama di Piero presso i suoi contemporanei. Se vogliamo
accettare quanto scriveva Giorgio Vasari (1511-1574) nelle Vite de' più eccellenti scultori, pittori et architettori,
Piero <<non si ritrasse mai dalle matematiche>> nelle quali era <<stato tenuto
maestro raro>>, tanto che Euclide <<meglio che altro geometra intese>>;
parallelamente i suoi dipinti riuscivano <<troppo begli e troppo eccellenti>>
rispetto alle opere degli artisti del tempo. Risulta così abbozzata la figura di
un pittore-matematico, primo fra tutti in entrambi campi, e viene naturale
l'analogia con un altro celebratissimo <<pittore-scienziato>> più giovane
rispetto a Piero: Leonardo da Vinci (452-1519). Il solito Vasari suggerisce
senza volerlo un paragone presentando due personalità antitetiche. Da un lato un
Leonardo tanto <<mirabile e celeste>> quanto <<vario et instabile>>, che passa
dagli affreschi agli specchi, dalle macchine dell'anatomia e <<fece infinite di
queste pazzie>>, tanto che Vasari è costretto a scomodare Petrarca per spiegarci
come <<l'opra fusse ritardata dal desio>>; dall'altra invece un Piero razionale,
sistematico, il <<migliore geometra che fusse ne' tempi suoi>>, che costruisce
teorema dopo teorema, problema dopo problema <<in molti libri scritti>> che
<<sono per la maggior parte nella libreria del secondo Fedrigo duca d'Urbino>>.
Depurato delle componenti anedottiche e romanzate, il confronto induce a
scoprire differenze significative che consentono di meglio apprezzare l'opera
matematica di Piero. I disegni tecnici e gli scritti di Leonardo, per quanto
geniali e dedicati a innumerevoli argomenti, appaiono prodotti in modo
disorganico, tendenzialmente erratico, secondo il canone degli appunti e degli
schizzi di bottega e di cantiere. Una mente vivida e fervidissima quella
leonardiana, eppure incapace di pervenire a una formulazione sufficientemente
ordinata di una materia; nessuno degli scritti del grandissimo vinciano era in
condizioni tali da poter essere dato alle stampe, anche se Leonardo scrisse
tantissimo e i suoi codici assommano a migliaia di fogli. Per Piero vale il
contrario; la sua attività di trattatista ha prodotto tre opere che insieme
assommano a qualche centinaio di pagine: il Libellus de quinque corporibs
regolaribus, il De prospectiva pingendi e il cosiddetto
Trattato d'abaco. Tre opere matematiche a carattere vuoi applicativo vuoi
<<astratto>>, molto meno appariscenti dei manoscritti di Leonardo, ma
straordinariamente compatte e ordinate, specialmente considerando che l'autore
apparteneva allo stato culturale dei tecnici e confrontando quindi le sue opere
con gli scritti <<normali>> di tale ambito. La formazione dei tecnici durante il
medioevo e il Rinascimento avveniva nelle scuole d'abaco e
in bottega; era
quindi un imparare e vedendo fare e facendo. L'apprendista si allenava a
esercitare osservazione e il ragionamento su un sistema più o meno ampio di casi
concreti, di situazioni, di problemi inerenti la professione che andava
imparando. Era estranea, perché impraticabile, la nozione di un sapere teorico
che precdesse la realizzazione concreta di un qualsiasi manufatto. I manuali
scritti erano piuttosto rari, ma anche i nessi non c'era traccia di teoria,
ossia di un corpus ordinato di dottrina. Misurati secondo i parametri attuali
meriterebbero anzi la qualifica di brogliacci e di zibaldoni; spesso avevano una
funzione di promemoria per chi già sapeva e risultavano quasi incomprensibili
per gli altri. Il tutto era espresso in volgare, la lingua dei tecnici, mentre
il latino era la lingua dei dotti; le teorie allora disponibili - teologiche,
filosofiche, giuridiche, mediche, matematiche, meccaniche,
astrologico-astronomiche - erano invariabilmente formulate in latino, lingua
terminologicamente esatta e adeguata all'ambito dottrinario cui dava accesso.
Ecco perché - chiudendo la lunga parentesi - gli scritti di Leonardo, pur nella
loro eccezionalità o la non si discostano sostanzialmente dalle elaborazioni
dello stato tecnico, mentre la matematica di Piero è molto più vicina al canone
teorico euclideo, quindi nettamente al di sopra dello standard dei tecnici,
Leonardo compreso. Il paragone tra Piero e Leonardo non vuole comunque sfociare
in una graduatoria di meriti, ma serve soltanto per mettere nella giusta luce e
per valorizzare adeguatamente la matematica del sommo pittore di Sansepolcro.
Per una di quelle circostanze che rendono avvincente la storia, Piero e Leonardo
hanno avuto risalto nella storia della matematica incontrandosi per interposta
persona. Fu un concittadino di Piero, frate Luca Pacioli, a riunire nella
medesima opera - la Divina proportione (Venezia, 1509) - le 60 tavole
rappresentanti poliedri e figure solide tratte da disegni di Leonardo e la
versione volgare del Libellus di Piero. Forse le intenzioni del Pacioli
non erano del tutto cristalline, ma il suo fiuto doveva essere notevolissimo,
data la scelta di mettere insieme due personaggi di tale levatura.
Accennati in qualche misura i punti generali di riferimento, si può passare alla
considerazione delle opere matematiche di Piero iniziando dalla geometria. Il
lavoro per così dire più astrattamente geometrico è il già ricordato Libellus,
il cui contenuto va al di là di quanto afferma il titolo; la trattazione di
cinque poliedri regolari occupa i due capitoli centrali, ed è introdotta da un
capitolo di geometria piana e conclusa da un capitolo dedicato a cinque poliedri
se mi regolari nonché ad altre figure solide. Il Libellus è opera
singolare per diverse ragioni: innanzitutto, a fronte del succitato disordine di
libri d'abaco e del poco spazio che la geometria vi trovava, spicca non solo il
contenuto esclusivamente geometrico, ma la specializzazione nell'ambito del
contenuto stesso. Piero rivitalizza oggetti di ascendenza millenaria come i
poliedri - si pensi alla tradizione platonico-pitagorica - dedicando loro
un'apposita opera, ed è il primo a farlo. Grazie al Libellus e alla
versione e pubblicazione a stampa fattane dal Pacioli - in mancanza della quale
l'opera sarebbe rimasta sepolta nella biblioteca dei duchi di Urbino - i
poliedri tornano interessanti come entità matematiche, come elementi e
ornamentali, come oggetti esemplari nell'ambito del disegno. Dal punto di vista
storico-matematico la singolarità del Libellus deriva dall'intreccio che in esso si realizza tra geometria
euclidea e matematica abachistica, ossia tra la matematica dei dotti e quella
dei tecnici. Piero della Francesca e ben consapevole di essere fra i primi a
tentare un'operazione del genere: infatti nella dedica a Guidobaldo da
Montefeltro asserisce che la nobiltà del suo lavoro consiste nell'aver
trasportato <<Le cose di Euclide e dei geometri presso gli aritmetici>>,
ovvero nell'ambito dell'abachistica. Il Libellus è abachistico perché le 140 proposizioni trattano sempre di
figure geometriche con dimensioni determinate: si danno misure di grandezze e si
richiede di trovare il valore numerico di altre grandezze incognite. Nel
contempo però è euclideo per l'ordine logico delle proposizioni e i riferimenti
sia interni sia esterni: questi ultimi rimandano agli Elementi di Euclide
nonché alle opere di Archimede Sfera e cilindro e Conoidi e sferoidi, il
massimo per la matematica dell'epoca. È abachistico ancora per l'assenza di
dimostrazioni, almeno secondo le modalità classiche; è tuttavia molto prossimo
alla lezione euclidea per l'uso consapevole e coordinato dei teoremi che non
vengono degradati a regolette empiriche applicative, fatto usuale presso i
tecnici, i quali a una regola esatta, ma complessa, e preferivano una regola
semplice e approssimata. È abachistico infine perché nel calcolo di grandezze
geometriche incognite Usa regole aritmetiche e algebriche, ma altrettante volte
mette in opera procedimenti squisitamente geometrici per raggiungere
risultati analoghi. Questa mescolanza di matematica <<alta>> e <<bassa>> doveva
apparire a Piero come un tutto omogeneo o perlomeno non scorrelato: rientrava -
come si è visto - nel suo programma, ed è rivelatrice dei tempi nuovi che
stavano maturando. Così Piero si avvale con maestria e dei teoremi del XIII
libro degli Elementi, e stabiliscono le relazioni tra gli spigoli dei
poliedri e la sfera circoscritta: per esempio, che lo spigolo del tetraedro e
medio proporzionale all'altezza del tetraedro e il diametro della sfera
circoscritta, oppure che lo spigolo del dodecaedro è la sezione aurea dello
spigolo del cubo inscritto nella medesima sfera. Nel contempo, e molto
tecnicamente, tabula relazioni numeriche che hanno lo stesso ufficio; ovvero, se
una spera al diametro 12, i 5 corpi regolari iscritti (tetraedro, cubo,
ottaedro, dodecaedro, icosaedro)hanno rispettivamente i seguenti gli spigoli: √96,
√48, √ 72, √72 + √ 2880,
√72-√1036+4/5.
Per noi sono risultati particolari, ma
per Piero e per tutto l'ambito abachistico erano parametri standard a cui
riferirsi: infatti se il diametro della sfera diventava il triplo o la metà,
bastava triplicare o dimezzare il valore dello spigolo e viceversa. Comunque,
anche se in stile abachstico, Piero ricalca il modello euclideo: Euclide chiude
gli
Elementi proprio con un teorema che mette in relazione tra loro gli
spigoli dei poliedri iscritti in una medesima sfera; Piero conclude
identicamente il secondo libro del Libellus, ma in versione numerizzata,
con le misure degli spigoli dei poliedri inscritti nella sfera di diametro 12.
Il fissare valori
numerici il più possibile semplici dipendeva dall'abitudine tipica dell'ambiente
tecnico di appoggiarsi molto sulla memoria, sia per la poca dimestichezza con la
scrittura sia per conservare i segreti del mestiere; in ambito mercantile e
calcolo mnemonico rapido era un'esigenza vitale per contrattazioni durante le
quali bisognava fare i conti con prontezza nella tasca propria e altrui. Per
questo la memorizzazione di regole in forma sintetica, alla maniera dei proverbi
e di giaculatorie, e di parametri numerici era il procedimento più sicuro,
economico e vantaggioso. La conseguenza matematica è il largo uso della regola
del tre anche in geometria, fatto per noi abbastanza insolito. A parte l'aumento
o la riduzione di scala, la regola del tre poteva avere funzioni euristiche,
come nel caso della formula per l'area del Pentagono regolare.
Nel quattordicesimo libro degli Elementi - allora ritenuto di Euclide
come il quindicesimo - si trova la seguente formula: l'area è pari al prodotto
dei tre quarti del diametro della circonferenza circoscritta per i 5/6 della
corda pentagonica. Piero propone una formula più semplice <<quod invenimus>>:
l'area è data dai 5/8 del prodotto del diametro della circonferenza circoscritta
per la corda pentagonica. L'invenzione fa sorridere, trattandosi di una banale
semplificazione di frazioni, ma probabilmente Piero non la pensava così: la
nuova formula andava dimostrata e la semplificazione, con l'eventuale prova,
poteva essere solo un'ulteriore conferma. Il modello dimostrativo per tutti i
rami della matematica rimaneva essenzialmente quello geometrico. Per esempio già
nel 1202 e Leonardo Pisano presenta dimostrazioni-ostensioni geometriche delle
formule risolutive delle equazioni di secondo grado rifacendosi a proposizioni
reperibili negli Elementi (per la precisione nel secondo libro). Da parte
sua Piero elabora una dimostrazione della formula per l'area del Pentagono,
impiegando però la regola del tre in un modo che non appartiene sicuramente
all'ortodossia Euclidea. Abbiamo sottolineato, del Libellus, la decisa
superiorità rispetto alla nascente manualistica: identica valutazione si può
fare per il
De Prospectiva pingendi. Qui Piero svolge un discorso volutamente
consequenziale, elevandosi rispetto alle enumerazioni e rassegne più o meno
ordinate di materiali cui pervenivano i migliori suoi contemporanei nell'ambito
tecnico come Ghiberti e Francesco di Giorgio. Rispetto all'altro versante,
quello della geometria dotta, Piero esibisce una perfetta interiorizzazione
dell'opera euclidea, guardata tuttavia da un angolo diverso, quello abachistico.
La maggiore libertà da vincoli che ne consegue porta a individuare percorsi
nuovi o poco praticati: nel Libellus
quello dei poliedri, o più in generale delle figure solide. Piero, per esempio,
di riprendere il tema delle reciproche inclusioni di poliedri regolari, svolto
nel quindicesimo libro degli Elementi, aggiungendo una nuova
inclusione, quella dell'icosaedro nel cubo. A raggiungere questi risultati è
Piero pittore prima che Piero matematico, ammesso che i due siano separabili. È
sola da questo scritto a occuparsi di Piero come <<prospettivo>>: tuttavia gli
si deve riconoscere un posto legittimo tra i fondatori del moderno disegno
tecnico e geometrico. Raffrontando i suoi disegni, come quello dell'icosaedro
inscritto nel cubo
, con le figure geometriche che illustrano le edizioni di Euclide dall'epoca, si
vide che sono separati da un divario abissale. Piero disegna consapevolmente una
notevolissima assonometria, preferita alla rappresentazione e prospettica perché
più adatta a esprimere con esattezza il discorso geometrico: così più che un
progresso compie un vero salto di qualità. L'inclusione è <<vista>> e
<<tracciata>> prima che dimostrata, a partire da proprietà geometriche. Se il
Nostro porta Euclide nel campo abachistico, è anche vero che sa trasportare
l'abilità dell'artista in campo geometrico con eccellenti risultati. In questa e
in parallele produzioni di altri autori si riflette la crescente domanda da
parte dei tecnici di apparati grafici rispondenti e inequivocabili,
coerentemente con l'abito dei tecnici di ragionare a imparare il più dalle
illustrazioni e dalle deduzioni scritte. Rivolgendo nuovamente l'attenzione ai
collegamenti con la componente dotta del mondo matematico, si può notare che
Piero riesce a proseguire nelle sue ricerche dove esponenti della cultura dotta
si erano arrestati: è quanto tiene a farci sapere in una delle rarissime e
telegrafiche notazioni che si concede nei suoi trattati, assai poco loquaci al
di là dell'oggetto specifico. Gli viene superato e Giovanni Campano da Novara,
autore nel secolo XIII di un'edizione commentata della versione dall'arabo in
latino degli Elementi di Euclide, usatissima nel medioevo e nel
Rinascimento. Il problema concerne il solido a 72 facce, del quale Piero riesce
a calcolare superficie e volume. La superficie è la somma delle superfici di 24
triangoli isosceli e il 48 trapezi isosceli; il volume è la somma dei volumi
delle corrispondenti 24 piramidi a base triangolare e 48 a base
trapezioidale - tutte col vertice nel centro della sfera circoscritta - delle
quali Piero trova l'altezza in perfetta modalità Euclidea. Volendo parlare di
numeri come fa Piero, il corpo ha come <<equatore>> e <<meridiani>> dodecagoni
regolari di dato 2; diametro della sfera circoscritta e calcolato in
√32+√768;
la superficie vale:
√540+√2160+√248832+√2239488+√3996+√3048192+√5038848.
Questo è il risultato
così come lo riferisce Piero, a parte la modernizzazione dei simboli. All'epoca
non si usava la notazione decimale né per i numeri razionali, né per gli
irrazionali. Risparmiamo al lettore il risultato del volume che vede sotto
radice una trentina di numeri interi e frazionari, il tutto senza errori di
calcolo. Il problema del corpo 72 facce a un interesse architettonico
particolare, e che si collega la costruzione delle cupole; corpi analoghi erano
usati anche per la costruzione di globi geografici e astronomici. La mia
risolutiva di Piero è del tutto generale: sarebbe cioè valida anche se il
solido, anziché essere costruito a partire da dodecagoni, fosse costruito su
altri poligoni regolari. È il caso di mettere in evidenza una svolta decisiva
che inizia a configurarsi. L'estensione e l'incremento dei ritrovati tecnici
genera l'esigenza di oltrepassare la pura empiria, adottando procedure
matematiche di ordine superiore. Piero si dimostra consapevole in altri due
problemi che paiono proprio sue originali elaborazioni: il calcolo del volume
della volta a padiglione e della superficie della volta a crociera. L'occhio del
matematico guarda le realizzazioni tecniche e trova nuove linee di ricerca. Qui
Euclide non può essergli di aiuto e Piero, mettendo in opera spericolate
analogie con i procedimenti archimedei, giunge sorprendentemente risultati
esatti che testimoniano ancora una volta un sensibile fiuto matematico. Il suo
solito modo laconico Piero fa comprendere che ritiene di aver raggiunto qualcosa
di superiore rispetto all'ordinario. Eseguiti i calcoli del volume della
superficie delle volte a padiglione e a crociera - tacendo le ragioni del
procedimento dotato, dato che gli iscritti abachistici sono prescrittivi e quasi
mai esplicativi - glielo trasgredisce le abitudini dei <<pratici>> e si impegna
nella spiegazione della via che l'ho portato a quel calcolo; in altre parole, ci
concede uno sguardo nel suo retrobottega del quale evidentemente doveva andare
fiero. La spiegazione a un tenore analogico-intuitivo e non è modello di
chiarezza, ma da un autore quattrocentesco non ci si può attendere di più,
nonostante l'esattezza del risultato.
In sintesi, Piero è uno dei pochissimi che dimostra di sapersi muovere agilmente
tra il <<massimo sistema>> della matematica euclideo-archimedea e il <<minimo
sistema>> della matematica abachistica, fatto nuovo e rilevante destinato ad
affermarsi sempre più lungo il '500. Dicevamo all'inizio delle scuole
d'abaco, istituzione che si diffonde rapidamente in Italia a partire dal 1200
per soddisfare le esigenze di istruzione dei mercanti, degli artigiani, degli
artisti e in generale dei tecnici. La parola abaco non indica più il vecchio
strumento di calcolo, bensì la disciplina, o anche il testo scritto e persino la
stessa scuola, come dimostrano modi di dire diffusi: <<andare all'abaco>>,
<<avere buon abaco>> e simili. Le scuole d'abaco sono paragonabili agli odierni
istituti professionali e l'insegnamento era centrato sulla matematica trasmessa
in chiave calcolistico-applicativa. Il metodo dei maestri d'abaco era quello del
problem solving: si forniva all'allievo una ricca casistica di problemi
tipici - compravendita, cambio, leghe, capitalizzazione, misurazioni - collegati
alle esigenze professionali. Una simile impostazione, che mira alla risultato
quantitativo, costituisce l'aspetto di maggiore originalità rispetto alla
tradizione euclidea e promuove un forte interesse verso l'algebra come metodo
efficace per risolvere problemi anche geometrici. Oltre all'introduzione delle
cifre arabe, il grande merito storico degli abachisti è di aver diffuso e
sviluppato durante il medioevo la conoscenza dell'algebra in Italia e in Europa.
Nella storia d'algebra Piero della Francesca si colloca alla vigilia di quel
fondamentale avanzamento costituito dalla risoluzione delle equazioni di terzo
grado e nella fase di transizione da un'algebra retorica a una sincopata, cioè
da un'algebra esposta discorsivamente a un'algebra che introduce le
abbreviazioni e i primi simbolismi. Il testo in cui Piero raccoglie le sue
ricerche algebriche è il Trattato d'abaco, titolo convenzionale assegnato
in epoca moderna perché mancante del manoscritto. È un testo anomalo rispetto ai
consueti abachi sia per l'estensione della parte geometrica - 147 problemi su
492 - sia per l'ampiezza e la profondità della parte algebricha; quest'ultima
anzi meriterebbe al Trattato d'abaco il sottotitolo di "libro d'algebra",
dato che il 45% dei problemi è risolto con procedimento algebrico. La presenza
dell'algebra non è massiccia solo in senso quantitativo - moltissimi problemi
erano già risolti per via aritmetica o algebrica a seconda dei gusti e delle
conoscenze degli autori - ma più ancora in senso qualitativo. Piero classifica
risolve ben 61 tipi di equazioni - di cui però 13 sono ripetuti - dal primo
grado fino al sesto. Una casistica così insolitamente ampia per noi, ma comune
per gli abachisti, ha due motivi: uno culturale e un altro più strettamente
matematico. Il primo preferibile all'abito mentale che si acquisiva nelle scuole
d'abaco, dove non era praticato un riferimento a una teoria, né in geometria
dove esisteva la teoria euclidea, né in algebra dove la generalizzazione non
poteva andare oltre alcune regole specifiche. Gli allievi venivano per così dire
programmati a risolvere un insieme significativo di problemi tipici della
pratica professionale; davanti a una questione particolare l'abilità
dell'allievo consisteva nel saper ricercare entro la casistica studiata, e
soprattutto memorizzata, l'esempio più consono per trovare la soluzione. Il
motivo matematico è che si lavorava con equazioni a coefficienti positivi, in
quanto l'algebra si fondava sulla geometria e in tale ambito venivano
interpretate le soluzioni e i coefficienti delle incognite; per esempio
risolvere l'equazione
x^2 uguale quattro X. significava trovare il lato di un quadrato di area
4 X. ciò spiega perché non si consideravano le soluzioni nulle e negative -
salvo casi rarissimi - e perché, per esempio, le equazioni di secondo grado
erano classificate nei tipi seguenti: ax2 + bx=c;
ax2 + c=bx ; ax2=bx
+ c con a, b, e c positivi; ognuno dei tre
tipi aveva la sua regola risolutiva. Per le equazioni di grado superiore al
secondo, Piero considera equazioni razionali e irrazionali abbassabili di grado,
e questa non è una novità, così come non lo era la risoluzione delle equazioni
che oggi chiamiamo binomie e biquadratiche. Piero approda a errori, ma anche ad
alcuni risultati interessanti quando esce dal contesto tradizionale per
avventurarsi nella terra incognita di altri tipi di equazioni, quali:
ax3=bx + c; ax3=bx 2
+ c; ax3=bx2 + cx +d
che, sorprendentemente,
risolve come se fossero il secondo grado; nell'ultima equazione considera
infatti (cx + d) come termine noto. È un caso abbastanza usuale di
sfruttamento dell'analogia, da sempre una potente risorsa del pensiero tecnico e
scientifico; ma purtroppo non tutte le analogie funzionano a dovere. Stupisce
che Piero sia caduto in un errore così banale, che non abbia nemmeno seguito la
prova del risultato ottenuto, come pure era abitudine tipica degli abachisti;
stupisce ancor più se si pensa che nel Libellus esegue con esattezza
calcoli complicati con numeri che superano le 10 cifre e che nelle 140
proposizioni che lo compongono non commette alcun errore e di impostazione. A
nostro parere ciò conferma il carattere sperimentale del Trattato d'abaco
. Piero rivela per così dire l'area che andava esplorando, vuoi a tentoni, vuoi con
qualche ipotesi di lavoro, rendendo così un canone della trattatistica, secondo
cui si mettevano per iscritto solo i risultati assodati e largamente condivisi.
Può esserci un'altra spiegazione più prosaica, e cioè che Piero abbia copiato
senza controllare questi problemi, secondo un costume molto diffuso tra i
compilatori di libri d'abaco. Il sospetto giustificato dal fatto che in due
abachi trecenteschi si trovano gli stessi problemi con gli stessi errori. Il
carattere sperimentale Trattato d'abaco è però confermato da come Piero
affronta tre equazioni dal terzo al sesto grado proponendo formule risolutive
corrette o per una singola equazione - qui evidentemente deve avere seguito la
prova - o per equazioni provenienti da una classe prefissata di problemi. Eccone
un esempio: calcolare a quanti denari viene prestata una Lira al mese (una lira
uguale 240 denari) sapendo che 100 Lire alla fine di quattro anni danno come
montante 160 Lire. Il risultato lo dà l'equazione:
x4 + 80x3 + 2400x2 +
32000x = 96000, del tipo
ax4 + bx3 + cx2 + dx = e,
correttamente risolta con la formula: x = ( 4 √(d/b)2 + e/a ) - (√d/b ) = =(
4√256000 ) -
√400 = (
4√256000 ) - 20 denari.
È facile verificare che la formula
di Piero ha una validità più generale, in quanto risolve
correttamente non sono queste equazione ma tutte quelle che provengono dalla
seguente classe di problemi: calcolare a quanti denari viene prestata una lira
al mese sapendo che C lire alla fine di 4 anni danno come montante M Lire.
Infatti si perviene all'equazione:
x4 + 80x3 + 2400x3 3200x =
M/C 160000 - 160000,
risolta dalla formula precedente: X
= (4√160000 M/C) - 20
A dire il vero in Piero
Della Francesca non c'è questa considerazione, anzi la formula viene
erroneamente presentata come risolutiva dell'equazione generale
ax4 + bx3 + cx2 + dx = e e il problema finanziario compare come semplice e semplificazione della sua
validità. Ciò non toglie che egli sia riuscito a risolvere un'equazione di
quarto grado particolare e altre di terzo e quinto grado ottenibili dallo stesso
problema relativo alla durata di 3.o 5 anni. A questo risulta dalle fonti,
alcune di queste formule si trovano solo in Piero e quindi sono a lui
attribuibili. Senza dubbio l'imminente scoperta della formula risolutiva delle
equazioni di terzo grado proviene dall'abilità nelle manipolazioni dei
coefficienti, che Piero dimostra di aver maturato, dall'incoraggiamento fornito
dai successi parziali. Sperimentale infine è anche la notazione algebrica
utilizzata da Piero, una notazione reperibile, pur con varianti, in qualche
altro autore e comunque destinata a scomparire ben presto, lasciando solo la
traccia della vivacità di interessi e molteplicità dei tentativi intorno
l'algebra. Tutto questo conferma la piena e consapevole partecipazione di Piero
al dibattito algebrico della seconda metà del Quattrocento, nella quale occupa
sicuramente una posizione di riguardo. Chiudendo il bilancio si può riconfermare
la definizione di Piero come pittore-matematico piuttosto che come <<uomo
universale>>; ciò non per sottrargli importanza, ma per collocarlo nella storia
della scienza tra i primissimi tecnici e seppero diventare scienziati, fenomeno
questo - assieme a quello inverso di scienziati che seppero aprirsi alle
tecniche - a nostro parere decisivo nell'interno di quel processo noto come
<<rivoluzione scientifica>>.
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