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  Riproduzione sperimentale di una lampada a incavo chiuso

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Lampade dell'epoca glaciale

Avvenuta sul finire del Paleolitico, l'invenzione di lampade alimentate con grasso animale fu un notevole progresso tecnologico, che si pone nel  quadro di radicali trasformazioni della cultura dell'epoca.

di Sophie A. de Beaune e Randall White

Il controllo del fuoco, acquisito almeno mezzo milione di anni fa, è una delle grandi innovazioni culturali umane. Benché archeologi e antropologi sottolineino generalmente l'importanza del fuoco per cuocere il cibo e per fornire calore e protezione dai predatori, anche la luce che esso procurava era una risorsa preziosa, dato che consentiva di svolgere attività in periodi del giorno e i luoghi normalmente bui. L'invenzione di lampade in pietra alimentate con grasso, avvenuta quasi 40.000 anni fa, durante l'ultima glaciazione, offrì il primo mezzo efficace portatile per sfruttare questo aspetto del fuoco. L'avvento delle lampade coincide approssimativamente con molti altri straordinari cambiamenti culturali, fra cui la comparsa dell'espressione artistica, di ornamenti personali e di armi complesse. Molti studiosi hanno avanzato l'ipotesi sul funzionamento di queste antichissime lampade e sul loro impiego, ma nessuno ne ha mai intrapreso uno studio sistematico. Uno di noi (de Beaune) ha quindi iniziato a esaminare in dettaglio le lampade e a classificarle per tipo. In concomitanza con questo progetto, abbiamo cominciato a costruire riproduzioni di lampade in pietra per analizzarne l'utilità come sorgenti di luce e per approfondire lo studio della loro fabbricazione e del loro impiego. I risultati di questa indagine forniscono scorci inediti sulla tecnologia e il comportamento di alcuni dei primi uomini di tipo moderno che vissero in Europa. Il primo oggetto esplicitamente identificato come una lampada dell'epoca glaciale fu scoperto nel 1902, lo stesso anno in cui fu confermata l'autenticità dell'arte parietale della grotta di La Mouthe, in Francia. Era ovvio presumere che la creazione di pitture e incisioni a centinaia di metri di distanza dall'ingresso di una caverna richiedesse una sorgente di luce artificiale, e nell'esplorazione di La Mouthe si trovò una prova inconfutabile: una lampada di arenaria accuratamente lavorata e con evidenti bruciature, che portava nel lato inferiore l'immagine incisa di uno stambecco.

Da allora sono state rinvenute negli scavi centinaia di oggetti con incavi più o meno profondi, che sono stati tutti collocati indiscriminatamente nella categoria delle lampade. L'obiettivo iniziale della nostra ricerca era di passare in rassegna questa congerie di oggetti, stabilire criteri per l'identificazione delle lampade ed esaminare le variazioni nell'ambito della categoria. Una ricerca nella letteratura e nei cataloghi dei musei ha rivelato 547 reperti che erano stati classificati come possibili lampade. Il primo ostacolo è stato quello di distinguere le autentiche lampade da altri manufatti di forma simile, per esempio le pietre da macina. E presto ci è parso chiaro che le dimensioni e la forma di un oggetto non sono criteri di definizione sufficienti. Per esempio, non è detto che una lampada abbia un incavo a forma di coppa; su molte lastre perfettamente piatte vi sono chiare tracce di bruciature localizzate, che, in questi e in altri casi, offrono l'unica prova irrefutabile che l'oggetto è servito realmente come lampada. Abbiamo stabilito che 245 delle 547 ipotetiche lampade avevano senza dubbio altre funzioni (mortai, contenitori per l'oca e così via); i restanti 302 reperti (di 285 dei quali si conosce il sito di ritrovamento) erano ancora di dubbia collocazione. Abbiamo diviso il campione in due gruppi, considerando 169 oggetti come sicure, probabili o possibili lampade, e gli altri 133 come casi dubbi o non disponibili per lo studio. Le tracce lasciate dalla combustione tendono a sparire col tempo, e quindi le lampade più antiche sono quelle che hanno maggiori probabilità di ricadere nella categoria degli oggetti dubbi. Le lampade che considereremo in questo articolo risalgono tutte al Paleolitico superiore, fra 40.000 e 11.000 anni fa.

I 285 oggetti di origine nota provengono da 105 siti diversi, quasi tutti nella Francia sudoccidentale; il bacino d'Aquitania ha fornito il 60% dei reperti, la regione pirenaica il 15%. Un numero notevolmente inferiore di lampade è stato rinvenuto in altre parti della Francia, e gli esemplari provenienti da paesi diversi -Spagna, Germania ed ex Cecoslovacchia- sono estremamente rari. Benché questa distribuzione trovi in parte una spiegazione del maggiore fervore delle ricerche nel più elevato numero di siti della Francia sud-occidentale, sembra che le culture che produssero lampade fossero effettivamente limitate a una particolare regione dell'Europa. La grande maggioranza delle lampade in pietra conosciute è fatta di calcare o arenaria, due rocce alquanto diffuse. Il calcare ha il vantaggio di essere sovente rinvenuto in natura il lastre che richiedono poche modificazioni; inoltre è un cattivo conduttore di calore sicché le lampade realizzate con questo materiale non si scaldano tanto da scottare le dita di chi le sta usando. L'arenaria conduce molto meglio il calore, tanto che una lampada di questo materiale diventa ben presto troppo calda per essere tenuta in mano. Gli uomini del paleolitico, che forse apprezzavano particolarmente l'arenaria per il bel colore rosso e la superficie liscia, risolsero il problema munendo le lampade di un lungo manico. Gli esperimenti indicano che la dimensione e la forma dell'incavo sono i fattori primari per il buon funzionamento di una lampada in pietra. Considerando come criterio principale della forma dell'incavo, abbiamo suddiviso le 302 possibili lampade del paleolitico superiore in tre tipi: quelle <<a incavo aperto>>, quelle a coppa <<a incavo chiuso>> e quelle a incavo chiuso con manico. Le lampade a incavo aperto sono le più semplici. Consistono lastrine piatte o leggermente concave, o in lastre più grandi dotate di depressioni naturali aperte da un lato per consentire il combustibile in eccesso di scorrere via quando fonde; le più grandi hanno un diametro di circa 20 cm. Dato che non presentano segni evidenti di lavorazione, probabilmente molte di esse sono passate inosservate nel corso degli scavi meno recenti; perciò dovrebbero essere sottorappresentate nel nostro campione. Una qualsiasi lastra di roccia può essere adoperata come lampada a incavo aperto, sì che produrne una richiede ben poco sforzo; in compenso queste lampade consumano inevitabilmente una gran quantità di combustibile. Le lampade a incavo aperto sono forse da interpretare come strumenti improvvisati, l'emergenza, che potevano essere realizzati facilmente e abbandonati senza rimpianti. Lo studio delle attuali popolazioni inuit dimostra che anche gruppi umani capaci di produrre lampade grandi ed elaborate bruciano un pezzetto di grasso su una lastra di pietra quando non vi sono alternative a portata di mano. Le lampade a coppa a incavo chiuso sono la varietà più comune. Se ne trovano in tutti i periodi, in tutte le regioni e in tutti tipi di siti nei quali sono state rinvenute lampade, e sono caratterizzate da depressioni poco profonde, ovali o circolari, destinate a contenere il combustibile fuso. Gli esemplari di questo tipo variano dal rudimentale all'elaborato; alcuni sono stati lasciati allo stato naturale, altri hanno un incavo leggermente ritoccato e altri ancora sono stati completamente formati dall'uomo. Anche la parte esterna della lampada può essere naturale, parzialmente ritoccata o ben rifinita. Queste lampade consistono in pezzi ovali o circolari di calcare, di solito delle dimensioni di un pugno o poco più. Le incavo ha pareti inclinate e può trattenere il liquido quando l'oggetto viene posto in una superficie orizzontale. Tipicamente ha un diametro di qualche centimetro e una profondità di 15-20 mm; gli esemplari più grandi possono contenere circa 10 cm³ di liquido.

Le lampade a incavo chiuso dell'epoca glaciale assomigliano a quelle impiegate da certe popolazioni inuit - come i caribou, i netsilik e gli aleuti - che avevano a disposizione abbondante legna da ardere e quindi non dipendevano dalle lampade per riscaldarsi. Gli inuit che vivevano a nord del limite del bosco, dove la legna era scarsa, producevano grandi lampade da lastre di steatite anche di 1 m di diametro. Queste lampade gigantesche (e forse sarebbe più appropriato chiamare stufe) avevano molte delle stesse funzioni svolte altrove dai focolari, fra cui l'asciugatura degli abiti, la cottura dei cibi e la produzione di calore. Può darsi che vi sia un rapporto diretto fra la qualità e l'abbondanza della legna da ardere localmente disponibile, la presenza di focolari e la forma delle lampade rinvenute in un sito. Le lampade più complesse sono quelle classificate come lampade a incavo chiuso con manico. Le 30 lampade di questo tipo del nostro campione sono modellate, levigate e accuratamente rifinite per abrasione. In 11 esemplari il manico è decorato con incisioni. Queste lampade si trovano un po' più tardi delle altre nella documentazione archeologica. Le prime lampade con manico appaiono o nel Solutreano (da 22.000 a 18.000 anni fa) o nel Maddaleniano inferiore (da 18.000 a 15.000 anni fa) e sono particolarmente comuni nel Maddaleniano medio e superiore (da 15.000 a 11.000 anni fa). Molte lampade con manico si rinvengono in Dordogna, specie nei ripari sotto roccia, ma anche in caverne e accampamenti all'aperto. La forma elegante, la rarità e la distribuzione limitata nel tempo e nello spazio delle lampade con manico potrebbero implicare che le loro funzioni fossero prevalentemente cerimoniali. Non c'è e esempio da Lescaux, datato a 17.500 anni fa, fu trovato sul pavimento della grotta in fondo a un pozzo verticale, sotto alla rappresentazione di un cacciatore che affronta un bisonte ferito. La lampada fu scoperta dall'Abbé Glory, un prete secolare cattolico, il quale ipotizzò che queste lampade venissero impiegate per bruciare ramoscelli aromatici e quindi fossero analoghe ai nostri incensieri. Tuttavia non sono state effettuate analisi chimiche sufficienti per verificare adeguatamente questa ipotesi. Gli altri tipi di lampade in pietra servivano probabilmente solo come sorgenti di luce. Per avere una qualche utilità,1 lampada alimentata con grasso deve essere affidabile, facile da maneggiare e luminosa sufficienza da proiettare luce per un raggio di alcuni metri, per esempio una caverna buia. La forma predominante nel nostro campione di lampade è proprio quella che, secondo i nostri esperimenti, ha un'efficienza ottimale: una lampada a incavo chiuso con una depressione ovale o circolare e pareti leggermente inclinate anziché verticali. Quest'ultima peculiarità facilita l'operazione di svuotamento della lampada (che si deve fare per impedire che lo stoppino venga sommerso dal grasso fuso) senza rimozione dello stoppino. Si potrebbe svuotare la coppa senza rimuovere lo stoppino anche se il bordo della lampada fosse munito di una tacca; tuttavia nell'80% delle lampade di epoca paleolitica considerate si è adottata la soluzione delle pareti inclinate.Arte parietale;Grotte di Lescaux

Da lungo tempo si ritiene che il combustibile impiegato nelle lampade dell'epoca glaciale fosse grasso animale. I nostri esperimenti abbiam osservato che i combustibili migliori sono quelli che fondono rapidamente e a bassa temperatura e che non contengono troppo tessuto connettivo. Il grasso che si è rivelato più adatto nelle lampade sperimentali e quello di foca, cavallo e bovino. Ma erano proprio questi i combustibili utilizzati dall'uomo nel paleolitico? Guy L.Bourgeois dell'Università di Bordeaux e la de Beaune hanno analizzato i residui contenuti in diverse lampade del paleolitico per identificare le sostanze bruciate misurando il rapporto degli isotopi del carbonio negli acidi grassi dei residui mediante due tecniche molto sensibili di analisi chimica (la cromotografia in fase vapore e la spettrometria di massa). I rapporti di abbondanza sono simili a quelli degli acidi grassi di erbivori attuali, come bovini, suini ed equini. Purtroppo non possediamo campioni di tessuto adiposo degli animali che vissero la fine del Pleistocene; tuttavia i rapporti osservati dagli isotopi del carbonio sono molto diversi da quelli che si riscontrano nei grassi vegetali, e ciò dimostra che il combustibile impiegato nelle lampade dell'epoca glaciale era sì effettivamente grasso animale. Le nostre indagini hanno fornito anche nuove informazioni sui materiali che costituivano gli stoppini. Uno stoppino di buona qualità deve essere in grado di far risalire per capillarità il grasso fuso fino all'estremità della fiamma senza consumarsi troppo rapidamente. Dei materiali che abbiamo sperimentato, i migliori sono risultati il lichene (utilizzato anche dalle attuali inuit), il muschio e il ginepro. Fritz H. Schweingruber, del Istituto federale svizzero di ricerca per le foreste, i ghiacciai e il paesaggio, ha analizzato diversi residui contenuti nelle lampade, trovando resti di conifere, ginepro e graminacee e resti non legnosi, forse di lichene o muschio. Come abbiamo osservato nei nostri esperimenti, gli stoppini di ginepro non vengono mai consumati completamente dalla fiamma e quindi possono conservarsi meglio di quelli costituiti da altre piante. Le tracce di impiego visibili sulle nostre lampade sperimentali ci consentono di interpretare con la relativa sicurezza i segni che si osservano sulla lampade del paleolitico. Queste tracce assumono tre forme generali: lievi accumuli di nerofumo, depositi carbonizzati e un arrossamento della roccia stessa. Nell'80% delle lampade il nerofumo e depositi carbonizzati si trovano all'interno o sul bordo del incavo per il combustibile, dove ci si aspetterebbe di trovare lo stoppino. Un occasionale annerimento del fianco o una parte inferiore della lampada può essere dovuto allo sgocciolamento del grasso fuso che trasportava piccole particelle di nerofumo. I depositi sono stati prodotti dalla carbonizzazione dello stoppino o della calcinazione del connettivo nel combustibile. Un arrossamento dovuto al calore appare spesso sui lati e sulla parte inferiore delle lampade, ma in generale lo si riscontra più frequentemente nell'interno o sul bordo del incavo (nel 67,5% dei casi). Gli esperimenti con repliche attuali indicano che l'arrossamento si verifica se il grasso fuso, bollente, viene a contatto con il lato o con il fondo della lampada, quando questa viene svuotata o si riempie di liquido fino a traboccare.

L'arrossamento dovuto al calore può evidentemente manifestarsi anche dopo pochi usi, quindi è un utile indicazione per distinguere quali manufatti siano stati impiegati come lampade. L'uso ripetuto di una lampada lascia tracce tipiche. Se una normale lampada a incavo aperto o chiuso viene accesa in più occasioni, la posizione del combustibile e dello stoppino tende a variare di volta in volta. Dato che per queste semplici lampade non vi è un'orientazione preferenziale, esse finiscono per coprirsi di nerofumo e manifestare arrossamento su tutta la superficie dell' incavo. Le lampade a incavo chiuso con manico più elaborate presentano tracce di impiego assai diverse: dato che vengono orientate nello stesso modo ogni volta che vi si accende, i depositi di nerofumo si accumulano in una zona sola del incavo, generalmente quella opposta al manico. Le lampade a incavo aperto e quelle a incavo chiuso semplici venivano probabilmente impiegate solo poche volte prima di essere scartate. Sono così facili da realizzare che non vi era ragione di trasportarle; noi stessi siamo riusciti a preparare una lampada abbastanza ben funzionante in circa mezz'ora. Le lampade decorate con manico, che rappresentano un maggior investimento in termini di lavoro, dovevano invece essere usate ripetutamente.

Per valutare l'efficacia delle lampade del paleolitico alimentate con grasso, è necessario sapere quanta luce riuscissero a produrre. La de Beune ha studiato il problema misurando l'emissione luminosa di repliche moderne nei laboratori di metrologia della Kodak-Pathé in Francia. Era quantità, intensità e luminosità, le lampade sperimentali fornivano considerevolmente meno luce di una comune candela, ma sarebbero state comunque sufficienti a chi volesse farsi strada in una caverna o realizzare i lavori minuziosi, ammesso naturalmente che l'acuità visiva degli uomini del paleolitico fosse simile alla nostra. Le limitazioni delle lampade dell'epoca glaciale indicano che i creatori delle pitture parietali nelle grotte ornate non le videro mai come esse appaiono nelle fotografie moderne. Nell'uomo la percezione dei colori è limitata e distorta a livelli di illuminazione inferiori a 150 lux(per confronto, il livello tipico di un ufficio ben illuminato e circa di 1000 lux). sembra dubbio che gli artisti del paleolitico lavorassero in condizioni di luce molto intensa. Per ottenere una piena e accurata percezione dei colori di un dipinto lungo 5 m sarebbero state necessarie 150 lampade, ciascuna piazzata e 50 cm dalla parete. Altra luce poteva essere fornita da torce, delle quali si sono trovate ben poche tracce nelle grotte. D'altro canto, l'assenza o la scarsità di lampade in vasti complessi sotterranei come Rouffignac, Niaux e Les Trois Frères implica che i creatori delle pitture dovevano avere a disposizione fonti di luce e alternative. Oggi, quando si osservano le famose pitture parietali nelle grotte della Francia e della Spagna, l'illuminazione artificiale produce un'impressione fondamentalmente diversa da quella che potevano avere i visitatori del paleolitico. A Font de Gaume, la luce elettrica fornisce un livello uniforme di illuminazione di 20-40 lux su un intero pannello di dipinti; per arrivare al 20 lux sarebbero state necessarie da 10 a 15 lampade in pietra accuratamente posizionate. Una persona munita di una sola lampada riceverebbe un'impressione molto diversa dei dipinti e potrebbe vedere solo piccole zone della parete per volta. La fioca luce prodotta da una fiammella tremolante poteva anche essere parte integrante dell'effetto cercato da chi creava dipinti nelle profondità di una grotta. L'illusione che gli animali ritratti si materializzassero improvvisamente dall'oscurità e molto vivida, di alcune delle immagini dipinte sono più convincenti se non si riesce a vederle troppo bene naturalmente le lampade alimentate con grasso erano impiegate per molti altri scopi oltre che per la creazione e nella contemplazione delle pitture parietali. Se ne trovano in tale abbondanza in siti archeologici di tutta la Francia sudoccidentale da far pensare che fossero un elemento piuttosto comune dell'esistenza quotidiana. Solo il 30% circa delle lampade note è stato rinvenuto nell'interno di grotte; il resto proviene da siti all'aperto, da ingressi di grotte e da ripari sotto roccia abbondantemente illuminati dalla luce naturale. Da un tipo di sito a un altro non vi sono differenze significative nel numero di lampade messe in luce (in media due o tre per sito). La posizione delle lampade entro un sito offre indizi su come esse venissero impiegate. Nelle profondità delle grotte si rinvengono spesso lampade in punti di passaggio obbligato, come l'ingresso di una cavità sotterranea, l'intersezione di gallerie e il piede delle pareti. Sembra che le lampade venissero poste in punti strategici o logici dove potevano facilmente essere trovate e utilizzate. La scoperta di gruppi di lampade -in particolare a Lescaux, dove ne sono state ritrovate 70 - implica che esse venissero depositate in luoghi particolari quando non erano in uso. Purtroppo non si può dedurre quante di queste lampade fossero accese in ogni dato momento.

Spesso accade di coprire lampade presso i focolari. Forse venivano preriscaldate nel fuoco per ammorbidire il grasso e renderne più facile l'accensione, oppure venivano abbandonate e riutilizzate come pietre per i focolare. Più probabilmente, i fuochi servivano come sorgente principale di luce e di calore,1 base dalla quale ci si allontanava nell'oscurità. Si sono trovate molte lampade capovolte nel terreno, e questo implica che, dopo l'impiego, venissero spente semplicemente rovesciandole. In almeno un caso, sembra che una lampada abbia costituito una fonte di luce fissa e permanente all'interno di un accampamento. Nel riparo sotto roccia di La Garenne sono state scoperte due lampade in una piccola cavità naturale della parete; una era stata capovolta, come per estinguere la fiamma, mentre l'altra era posta diritta in una specie di nicchia che la manteneva orizzontale. La nicchia stessa poteva fungere da <<riflettore>> naturale e massimizzare l'emissione luminosa della lampada.

Esaminando le nostre lampade alimentate con grasso, abbiamo cercato di detrminare come siano variate nel tempo la loro abbondanza e la loro forma. L'analisi è resa difficile dalla scarsità dei dati. Radiodatazioni precise sono disponibili solo er le lampade di più recente scoperta; nella maggioranza dei casi le età vengono dedotte dai livelli archeologici nei quali esse sono state trovate, e in molti vecchi scavi tale indicaziolne è addirittura mancante. Tuttavia disponiamo di informazioni sufficienti per fare qualche osservazione generaleRiproduzione sperimentale di una lampada a incavo chiuso
All'ultima fase culturale del Paleolitico superiore, il Maddaleniano, va riferito un numero di lampade molto maggiore che alle epoche precedenti. Ciò può anche riflettere il fatto che si conoscono più siti del Maddaleniano che non siti più antichi, e che la maggior parte delle pitture parietali di grotte risale a questa fase. Le lampade più antiche son inoltre difficili da identificare con certezza. Sembra che la conformazione delle lampade sia rimasta sorprendentemente stabile nel tempo; si è avuta qualche variazione di forma materiale e progetto, ma non una naturale evoluzione dal rudimentale all'elaborato. Sebbene le lampade con manico siano più comuni in epoca più tarda, i tre tipi principali si ritrovano in tutto il Maddaleniano; d'altra parte forme estremamente elaborate son da attribuire alle primissime fasi del Paleolitico superiore, ossia più o meno all'epoca in cui in Europa comparvero esseri umani anatomicamente moderni, del tipo di Cro-Magnon. E' probabile che le varie forme di lampade rappresentino risposte funzionali a particolari contesti di impiego; il bisogno sia di lampade semplici, facili da realizzare, sia di esemplari ben lavorati e di aspetto attraente era evidentemente comune a tutte le culture paleolitiche della Francia. E' difficile sopravvalutare l'importanza della luce artificiale nel liberare l'uomo dal suo adattamento evolutivo a un'esistenza strettamente diurna. Denis Vialou, specialista di arte paleolitica del Musée National d'Histoire Naturelle di Parigi celebra gli artsti maddaleniani come i conquistatori del mondo sotterraneo. Ma forse è più corretto vederli come i più audaci di una lunga discendenza che parte dagli uomini di Cro-Magnon, i quali, con l'intelligenza e l'innovazione tecnologica trasformarono per sempre l'esperienza umana rendendo accessibile il mondo dell'oscurità.
 

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