Nel 1801, mentre rifletteva sulle bizzarrie del clima inglese,
William Herschel scoprì che vi era un rapporto tra il prezzo del
frumento e la comparsa o la scomparsa delle macchie solari. Ma
questo andamento svanì ben presto, entrando così a far parte di
quelle che, secondo la maggioranza degli scienziati, non erano che
leggende sulla possibile correlazione fra fenomeni solari e fenomeni
terrestri. L'idea che la luminosità del Sole potesse variare e
influenzare l'atmosfera terrestre restava puramente ipotetica. Fu
quindi solo a metà degli anni 80 che tre satelliti per lo studio del
Sole -Solar Maximum Mission, Nimbus 7 ed Earth Radiation Budget -
dimostrarono inequivocabilmente (con una perfetta coincidenza di
risultati che non si poteva attribuire al caso) che la nostra stella
può effettivamente andare incontro a fasi di raffreddamento e di
riscaldamento; inoltre la variazione è correlata con il numero di
macchie solari presenti.
In anni recenti uno di noi (Baliunas) ha osservato che anche altre
stelle manifestano oscillazioni simili a quelle del Sole. Questi
studi stanno dando importanti contributi alla conoscenza della
<<dinamo>> che alimenta tutte le stelle, ma hanno anche rivelato che
vi è una stretta connessione fra macchie stellari e luminosità, a
conferma di quanto osservato per il Sole. Tuttavia il dibattito
scientifico sul significato dei cicli solari e sull'entità dei loro
effetti sul clima terrestre è tutt'altro che esaurito.
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Le macchie solari sono regioni relativamente
fredde si formano laddove i campi magnetici emergono
superficie e impediscono la risalita di gas caldo
dall'interno della stella. Piccole celle convettive
formate da gas in moto ciclonico danno al resto della
superficie un aspetto granuloso. Intorno a una macchia
solare il campo magnetico organizza il flusso del gas in
linee a raggiera che ricordano la disposizione della
limatura di ferro a un magnete a barra. |
Le più antiche testimonianze note sulle macchie solari sono
documenti cinesi che risalgono a circa 2000 anni fa e quindi
riferiscono di osservazioni compiute a occhio nudo. Fra il 1609 e il
1611 diversi studiosi, compresi Johannes Fabricius, Thomas Harriot,
Christoph Sheiner e Galileo Galilei, cominciarono a studiare le
macchie solari con telescopi primitivi. I loro risultati, come
Samuel Heinrich Schwabe fece notare nel 1843, mostravano una
periodicità evidente, di circa 10 anni, nel numero di gruppi di
macchie solari. In questo secolo George Ellery Hale del Mount
Wilson Observatory in California scoprì che queste chiazze scure e
irregolari sono sede di forti campi magnetici, con intensità di
migliaia di gauss. (Per confronto, il campo magnetico terrestre è in
media mezzo gauss). Le macchie solari appaiono scure perché sono
circa 2000° più fredde della circostante superficie solare; se
potessero essere osservate sullo sfondo del cielo notturno, e
meriterebbero una luminescenza rosso-arancione. Le macchie si
formano nei punti in cui intensi campi magnetici bloccano i
movimenti del gas solare, impedendo il trasferimento di calore
dall'interno alla superficie. Accanto alle macchie solari si notano
spesso aree brillanti chiamate plage (dal termine francese che
significa spiaggia). Le linee di forza del campo magnetico tendono
a emergere dalla superficie solare in un punto e a rientrarvi in un
altro, collegando le macchie in coppie che assomigliano ai poli di
un magnete a barra orientato e un omino in direzione est-ovest.
All'inizio di ciascun ciclo della durata di 11 anni le macchie
solari appaiono intorno ai 40° di latitudine in entrambi gli
emisferi; via via che il ciclo procede, e se si formano sempre più
vicino all'equatore. In corrispondenza del minimo del ciclo, verso
l'equatore si osservano zone di intenso magnetismo, chiamate regioni
attive. A prescindere dalle macchie, gli astronomi hanno osservato
che il poli geografici del Sole presentano campi magnetici deboli,
di pochi gauss. Questo campo a grande scala ha una configurazione di
<<dipolo>>, simile al campo di magnetica barra. La macchia anteriore
di una coppia - quella che diventa visibile per prima via via che il
Sole ruota da ovest a est - ha la stessa polarità del polo
dell'emisfero corrispondente, mentre la macchia posteriore ha
polarità opposta. Inoltre, come Hale e Seth B. Nicholson scoprirono
nel 1925, la polarità si inverte ogni 11 anni, finché il ciclo
magnetico totale impiega 22 anni a compiersi. Ma il comportamento
del Sole non è sempre stato così regolare. Nel 1667, quando fu
fondato l'osservatorio di Parigi, vennero iniziati studi sistematici
della nostra stella che finirono per comprendere oltre 8000 giorni
di osservazione nei 70 anni che seguirono. La documentazione
raccolta indica una scarsissima attività delle macchie solari in
questo periodo. Questa importante osservazione non suscitò però
molto interesse fino a che non venne scoperto il ciclo delle macchie
solari; soltanto allora Rudolf Wolf dell'osservatorio di Zurigo
intraprese l'esame della documentazione storica. Wolf riscopri il
periodo di scarsa attività delle macchie, ma il suo lavoro venne
criticato perché egli non aveva usato tutti documenti disponibili.
Poco prima del 1890, Gustav F. W. Sporer per primo e poi E. Walter
Maunder riferirono che l'anomala attività solare registrata nel
diciassettesimo secolo corrispondeva un periodo particolarmente
freddo che aveva colpito l'Europa. Questa osservazione stupefacente
venne ignorata per quasi un secolo, in quanto molti astronomi erano
convinti che i loro predecessori non fossero abbastanza competenti
per fare un conteggio esatto delle macchie solari. Solo nel 1976
John A. Eddy della university corporation for Atmospheric Research
di Boulder nel Colorado riaprì il dibattito, e 10 anni più tardi
Elizabeth Nesme-Ribes e collaboratori esaminarono gli archivi
parigini, stabilendo che il cosiddetto <<minimo di Maunder>> era
reale.
Eddy notò anche che, durante il periodo di scarsa attività solare,
negli anelli di accrescimento degli alberi si era depositata una
quantità di carbonio 14 superiore alla norma. Questo isotopo
radioattivo si forma per trasmutazione dell'azoto nell'alta
atmosfera a opera dei raggi cosmici. L'osservazione di Eddy indicava
che, quando il campo magnetico associato al vento solare è intenso,
la Terra tende a essere riparata dai raggi cosmici, e quindi si
forma una quantità inferiore di carbonio 14; la presenza di un
accesso dell'isotopo faceva pensare dunque a un basso livello di
attività magnetica del Sole durante il minimo di Maunder. Il lavoro
di Eddy confermava così la connessione fra scarsità di macchie e
ridotta attività solare.
Oltre alla rarità delle macchie solari nel corso del minimo di
Maunder, l'indagine negli archivi parigini ha messo in luce anche
un'altra bizzarria: tra il 1661 e il 1705, le poche macchie
individuate dagli astronomi si trovavano di solito nell'emisfero
meridionale; inoltre si spostavano assai più lentamente sulla
superficie solare di quanto facciano le macchie attuali. Solo
all'inizio del diciottesimo secolo il Sole e assunse l'aspetto che
conosciamo oggi, con numerose macchie solari distribuite più o meno
uniformemente nei due emisferi.
Si ritiene che l'attività magnetica del Sole abbia origine nella
zona convettiva, il guscio esterno dello spessore di 200.000 km dove
il gas ribollenti trasferiscono verso l'alto il calore delle regioni
solari più profonde. Il fluido forma violenti vortici di dimensioni
ampiamente variabili; quelli più noti da osservazioni sono celle
convettive che permangono solo per pochi minuti e alla superficie
presentano un diametro di circa 1000 km. Esistono anche
<<supercelle>> di ampiezza che va da 30.000 a 50.000 km e strutture
ancora più grandi. Le forze di Coriolis anno si che è vortici
ruotino in senso anti orario nell'emisfero settentrionale e in senso
orario in quello meridionale; queste direzioni vengono chiamate
cicloniche. Non è noto se simili vortici esistano anche al di sotto
della superficie. In profondità, la zona convettiva lascia il posto
a quella radiativa, dove l'energia termica e trasportata dalla
radiazione. Il nucleo solare, dove avviene la fusione dell'idrogeno
in elio, sembra ruotare rigidamente e lentamente in confronto alla
superficie.
La prima descrizione del meccanismo che genera campo magnetico
solare fu presentata nel 1955 da Eugene N. Parker dell'Università di
Chicago. A causa della temperatura elevata, gli atomi di idrogeno e
di elio perdono i loro elettroni, dando origine a un plasma
elettricamente carico. Il movimento delle particelle cariche genera
campi magnetici. Si ricordi che le linee di forza associati a un
campo magnetico formano anelli chiusi e quindi non hanno inizio né
fine; la loro densità indica l'intensità del campo magnetico, mentre
la loro orientazione ne rivela la direzione. Dato che il plasma
conduce la corrente elettrica in maniera molto efficiente, esso
tende a intrappolare le linee di forza: se queste dovessero
spostarsi attraverso il plasma, genererebbero una corrente elettrica
molto forte, con notevole dispersione di energia. Così le linee di
forza del campo si muovono solidalmente al plasma e finiscono per
attorcigliarsi. I fasci di linee di forza intrecciate avvolgono
insieme campi di polarità opposta, che tendono a cancellarsi a
vicenda; tuttavia la rotazione solare genera forze che
periodicamente riescono a sciogliere grovigli e creano un campo
magnetico complessivo. Questo meccanismo, che genera un campo
magnetico dal flusso di corrente elettrica, e la dinamo solare.
Le componenti essenziali della dinamo solare sono due: i vortici
convettivi e la rotazione non uniforme del Sole. Verso la metà del
secolo scorso, un astronomo dilettante inglese, Richard C.
Carrington, scoprì che le macchie solari presso l'equatore ruotano
più velocemente -del 2%- di quelle alle medie latitudini. Dato che
le macchie sono immerse nel plasma, questa osservazione indica che
zone diverse della superficie solare hanno velocità di rotazione
differenti. Il periodo di rotazione è di circa 25 giorni
all'equatore, 28 giorni alla latitudine di 45° e ancora di più al
latitudini elevate. Questa rotazione differenziale dovrebbe
estendersi in profondità per tutta la zona convettiva.
Ora si supponga che la forma iniziale del campo magnetico solare sia
quella di un dipolo orientato grosso modo in direzione nord-sud. Le
linee di forza vengono spinte in avanti all'altezza dell'equatore
dalla rotazione più veloce e si deformano in senso est-ovest. Alla
fine, vengono a giacere parallelamente all'equatore e risalgono in
superficie, dove si manifestano formando una coppia di macchie
solari. Ma le forze di Coriolis tendono ad allineare i vortici
convettivi e quindi anche le macchie solari, che sono vincolati a
seguire i moti del plasma. E se finiscono per trovarsi disposte in
maniera tale che, per esempio, la macchia posteriore di una coppia
nell'emisfero settentrionale è a una latitudine leggermente più
elevata di quella anteriore. Quando le linee di forza presso
l'equatore e vengono stirate oltre un certo punto, si spezzano e
vanno alla deriva verso l'esterno. La macchia posteriore della
coppia raggiunge per prima il Polo e inverte il campo magnetico
locale (si ricordi che la macchia posteriore ha polarità opposta a
quella del polo più vicino dopo il massimo del ciclo). Le linee di
forza che inizialmente si estendevano ben oltre la superficie del
Sole si richiudono nuovamente a cappio e vengono trascinate via dal
vento solare. In questo modo, il campo magnetico totale si inverte
il ciclo ricomincia da capo.
Occorre però tenere presente che questo semplice quadro potrebbe
essere in disaccordo con alcuni recenti risultati forniti dall'eliosismologia
(scienza che studia i fenomeni sismici solari). Il modello descritto
impone che l'interno del Sole ruoti più velocemente della
superficie; viceversa, i risultati ottenuti dal Global Oscillation
Network Group (consorzio internazionale di osservatori) indicano che
la velocità di rotazione presso l'equatore diminuisce con la
profondità. Questi esperimenti stanno fornendo informazioni accurate
sui moti interni del Sole e aiutano quindi a perfezionare la teoria
della dinamo solare ma che cosa accadde durante il minimo di Maunder?
Per spiegare questa anomalia, due di noi (Nesme-Ribes e Sokoloff)
hanno osservato che, oltre alla struttura dipolare, il campo
magnetico solare deve avere anche una piccola componente di
quadrupolo, simile al campo prodotto da due magneti a barra
affiancati. Se il quadrupolo oscilla a una frequenza leggermente
diversa da quella del dipolo, le macchie solari in un emisfero
vengono generate un poco prima di quelle nell'emisfero opposto; è
esattamente ciò che si osserva oggi. Inoltre, nel corso degli ultimi
quattro secoli, in alcuni cicli solari si è avuto un numero
differente di macchie nei due emisferi; quest'andamento sembra
ripetersi a intervalli di circa un secolo, ed è esattamente ciò che
ci si aspetterebbe se il dipolo fosse in <<risonanza>> con un debole
quadrupolo.
Si supponga ora che il campo di quadrupolo abbia la stessa intensità
di quello di dipolo. Le linee di forza parallele all'equatore
risultanti dallo stiramento di questa configurazione si
annullerebbero in un emisfero, ma non nell'altro. Le poche macchie
presenti in questo caso apparirebbero tutte in un emisfero, proprio
come era stato osservato nel diciassettesimo secolo durante il
minimo di Maunder. Possiamo riassumere il complesso rapporto fra il
campo dipolare e quello quadrupolare definendo un <<numero della
dinamo>>, D, che è pari al prodotto dell'elicità del plasma (la
componente a spirale del suo moto) per la velocità di cambiamento
locale della rotazione. Quando D è molto piccolo, il campo magnetico
tende a svanire, via via che esso aumenta, però, compare il campo di
quadrupolo, e a seguire quello di dipolo. Al di là di un valore
critico di D, entrambe le componenti del campo sono costanti; ma se
D aumenta ancora, la dinamo diventa periodica, con andamento
crescente e decrescente. È questo il regime solare attuale. Un campo
di quadrupolo debole che risuona in fase con il dipolo conduce a
cicli brevi e violenti; un campo di quadrupolo più intenso, se è
leggermente sfasato rispetto a quello di dipolo, allunga e attenua
il ciclo delle macchie. Per valori di D molto superiori a quello
critico, si instaura il caos.
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La dinamo
solare genera il campo magnetico della nostra stella e
ne provoca l'inversione ogni 11 anni. Si suppone che il
campo magnetico iniziale (a) sia simile a quello di un
magnete a barra, con il polo positivo presso il polo
Nord geografico del sole. Le linee di forza del campo si
muovono in maniera solidale al gas elettricamente
carico. Dato che la rotazione e il veloce all'equatore,
le linee di forza risultano distorte (b) e finiscono per
avvolgersi e strettamente attorno al sole (c).
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A questo punto però
le linee di forza resistono allo stiramento e si
svolgono, risalendo verso la superficie ed emergendo
sotto forma di copie di macchie (d). Le macchie vanno
alla deriva verso i poli, e la macchia posteriore della
coppia (rispetto al senso di rotazione) vi arriva per
prima; di conseguenza il campo totale si inverte (e).
Oltre al campo di dipolo mostrato, il Sole ha
probabilmente anche un campo di quadrupolo la cui
risonanza con il campo di dipolo potrebbe aver provocato
il minimo di Maunder.
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Come oggi sappiamo, la luminosità del Sole aumenta con l'attività
magnetica nel corso del ciclo; le plage luminose a poco poco
prendono il posto delle macchie scure. (presumibilmente, al variare
della numerosità, l'energia totale del Sole viene temporaneamente
immagazzinata in <<serbatoi>> diversi, sotto forma di energia
cinetica, magnetica, termica o potenziale.) Nell'ultimo ventennio di
osservazioni da satellite, l'emissione energetica totale del Sole è
variata all'incirca dello 0,1% fra la fase luminosa, magneticamente
attiva, e quella più debole e tranquilla.
Non è facile cartografare le strutture superficiali di una stella;
ma i campi magnetici, riscaldando gli strati esterni dell'atmosfera
stellare, fanno sì che l'energia venga irradiata in certe righe
spettrali. Per esempio, nel Sole di intensità delle due righe di
emissione del calcio nel violetto (a lunghezze d'onda di 396,7 e
393,4 nanometri) segue da vicino intensità e ampiezza dei campi
magnetici. Variazioni di queste righe possono quindi darci una
misura dei cambiamenti del magnetismo superficiale di una stella.
Nel 1966, al Mount Wilson Observatory, Olin C. Wilson iniziò un
programma di misurazione dell'attività magnetica di circa 100 stelle
della cosiddetta sequenza principale, costituita da astri che, come
il Sole, bruciano idrogeno. (quando l'idrogeno si esaurisce, la
stella si espande e diventa una gigante rossa). Gran parte di queste
stelle mostra segni evidenti di attività magnetica sotto forma di
variazioni delle righe di emissione del calcio nel violetto. Le
fluttuazioni si differenziano grandemente per ampiezza e durata, in
dipendenza soprattutto dell'età e della massa della stella.
Tutte queste stelle hanno un numero D superiore al valore critico
necessario per mantenere un campo magnetico. Una stella giovane, di
uno o 2 miliardi di anni, ha un periodo di rotazione dell'ordine di
10-15 giorni. L'elevato valore di D che ne risulta implica che
queste giovani stelle subiscano fluttuazioni capricciose
dell'attività magnetica in un arco di tempo anche solo di due anni e
senza cicli ben definiti. Qualche volta, tuttavia, le fluttuazioni
si ripetono, con periodi compresi tra 2 e 20 anni circa, che tendono
a diventare più lunghi al crescere dell'età della stella.
Via via che una stella in vecchia, la sua rotazione rallenta -
perché il momento angolare viene trascinato via dal vento stellare -
e D si riduce. A questo punto comincia ad apparire un ciclo
magnetico definito, con un periodo di sei o sette anni e talvolta
anche con due periodi indipendenti. Più tardi - in corrispondenza di
un valore di D ancora più basso -uno dei periodi tende a
predominare, allungandosi con l'età fino a 8-14 anni; oltre a ciò,
si manifestano occasionali minimi di Maunder. Prevediamo che, se la
rotazione dovesse rallentare ulteriormente - nelle stelle più
vecchie - il campo magnetico diventi costante. Il campione delle
osservazioni di Munt Wilson contiene alcune stelle molto vecchie, ma
tutte presentano ancora cicli magnetici, a indicazione del fatto che
lo stato di dinamo stazionaria verrebbe raggiunto in non meno di 10
miliardi di anni, quando ormai le stelle sarebbero pronte per
espandersi in giganti rosse.
Per studiare la dinamo solare Baliunas e collaboratori di Mount
Wilson e della Tennessee State University restrinsero l'ampio
campione osservativo, limitandolo a stelle simili al Sole per massa
ed età. Questo gruppo comprende attualmente registrazioni
trentennali di 20-30 stelle (e non rasato dipende dai criteri con
cui si definisce la somiglianza con il Sole).
La maggior parte di
queste stelle presenta cicli magnetici evidenti, analoghi per
ampiezza del periodo a quelli solari. In circa un quarto delle
registrazioni le stelle appaiono totalmente calme, il che potrebbe
indicare che si trovano in una fase simile al minimo di Maunder.
Questa osservazione implica che le stelle di tipo solare potrebbero
rimanere quiescenti per un quarto della loro esistenza.
Abbiamo di recente scoperto una stella, HD 3651, in transizione tra
la fase ciclica e quella del minimo di Maunder. HD 3651 ha mostrato
un comportamento periodico per circa 12 anni e poi ha cessato le
proprie fluttuazioni, mentre l'attività superficiale e scendeva a
livelli molto bassi. L'ingresso nella fase di minimo di Maunder è
stato sorprendentemente rapido. Si vede quindi come l'osservazione
di stelle di tipo solare condotta per alcuni decenni possa offrirci
<<istantanee>> di tutto l'intervallo di variabilità solare su scale
di tempo dell'ordine dei secoli.
Anche la luminosità di queste stelle di tipo solare può essere
confrontata con la loro attività magnetica. Nel 1984, presso il
Lowell Observatory e il Sacramento Peak Observatory, sono iniziati
osservazioni fotometriche approfondite e precise di alcune stelle
del campione di Mount Wilson. Dal 1992 i membri del nostro gruppo
che lavorano presso la Tennessee State University e lo Smithsonian
Astrophisycal Observatory si servono di telescopi automatizzati per
seguire alcune di queste stelle. Tutti gli astri del gruppo studiato
presentano il massimo di luminosità intorno al picco del ciclo di
attività magnetica; alcuni hanno una variabilità modesta come quella
del Sole - che è risultata pari allo 0,1% nell'ultimo ciclo
undecennale - ma altri hanno mostrato variazioni anche dello 0,6% in
un ciclo. L'attuale comportamento del Sole potrebbe quindi non
essere indicativo della gamma di fluttuazioni di cui la nostra
stella è capace. Con un lavoro pluridecennale, si è riusciti a
ricostruire la storia evolutiva di una stella di tipo solare a
partire dalle registrazioni stellari. Una stella giovane ha un
periodo di rotazione relativamente veloce, della durata di alcuni
giorni, e livelli elevati e irregolari di magnetismo superficiale.
Cambiamenti di luminosità di diversi punti percentuale accompagnano
le variazioni magnetiche. La giovane stella è tuttavia meno luminosa
durante il picco di attività magnetica, presumibilmente perché le
macchie scure sono così estese da ricoprire quasi tutta la
superficie. Via via che una stella di tipo solare invecchia, la
rotazione rallenta e l'attività magnetica diminuisce. In queste
stelle più <<anziane>> compaiono i minimi di Maunder; inoltre il
picco di luminosità ora coincide con il massimo delle macchie
solari, e le fluttuazioni non superano l'1% nel corso di un ciclo.
I risultati degli studi sulle macchie stellari indicano che la
differenza di luminosità alla fase ciclica e quella di minimo di
Maunder dovrebbe essere almeno dello 0,4%. Questo valore corrisponde
a una riduzione dell'apporto energetico solare netto pari a un watt
per metro quadrato alla sommità dell'atmosfera terrestre.
Simulazioni eseguite presso il laboratorio di meteorologia dinamica
di Parigi e altrove fanno pensare che una simile diminuzione,
perdurante per parecchi decenni, possa portare a un abbassamento
della temperatura media terrestre di uno o 2 °C: quanto basta per
spiegare il raffreddamento osservato durante il minimo di Maunder.
Ma il gas-serra prodotti dalle attività umane stanno riscaldando la
Terra, in quanto intrappolano calore che altrimenti sfuggirebbe
nello spazio. Questo riscaldamento equivale a quello che si avrebbe
se la superficie terrestre ricevesse due watt di radiazione per
metro quadrato. A quanto pare l'energia solare che giunge sulla
Terra non è mai stata superiore a 0,5-1,0 watt per metro quadrato
negli ultimi secoli. Pertanto, se il riscaldamento diretto è l'unico
modo in cui il Sole influisce sul clima terrestre, il gas-serra
dovrebbero già avere un effetto dominante sul clima, capace di
sovrastare qualsiasi dipendenza dall'attività solare. Il rapporto
fra clima e macchie solari sembra, tuttavia, piuttosto persistente.
La durata del ciclo delle macchie, per esempio, è direttamente
correlata alle temperature globali degli ultimi 100 anni. 6 su 7
minimi di attività magnetica solare negli ultimi 5000-6000 anni,
rilevati grazie all'analisi del radiocarbonio negli anelli degli
alberi, hanno coinciso con periodi di clima fresco. Oltre a ciò, per
ragioni ancora poco note, il ciclo delle macchie e correlata
all'andamento delle correnti stratosferiche. Questi elementi
inducono alcuni scienziati, noi compresi, a sostenere che il Sole
influenzi fortemente la Terra anche per via indiretta.
Le variazioni della radiazione ultravioletta solare, per esempio,
potrebbero alterare anche il contenuto di ozono nell'alta atmosfera.
Recenti simulazioni indicano inoltre che le correnti della bassa
stratosfera trasmetterebbero le variazioni della luminosità solare
alla troposfera, dove esse possono interagire più direttamente con
il sistema climatico. Tutti questi argomenti sono attualmente
oggetto di intenso dibattito; ma scoprire in che modo il Sole
riscaldi la Terra può fornirci informazioni vitali sul ruolo
dell'uomo - e su quello della nostra stella - il processo di
cambiamento climatico.
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