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LA NASCITA DELLA CELLULA EUCARIOTE

L'organismo umano,con gli altri animali, le piante e i funghi, deve la propria esistenza alla fondamentale trasformazione di minuscoli, primitivi batteri in grosse cellule con organizzazione complessa.

di Christian de Duve

 

I primi esseri viventi apparvero sulla terra circa 3, 7 miliardi di anni fa. Si trattava di microrganismi unicellulari, non molto diversi da alcuni batteri attuali. Le cellule di questo tipo sono classificate come procarioti in quanto prive di un nucleo (in greco karyon) ben delimitato, contenente la <<macchina>> genetica. I procarioti ebbero un enorme successo. Grazie alla loro notevole capacità di evoluzione e adattamento, diedero origine a una grande varietà di specie e invasero ogni habitat che il mondo aveva da offrire. Le forme viventi del nostro pianeta sarebbero ancora costituite esclusivamente da procarioti se non fosse intervenuto un processo straordinario che diede origine a un tipo di cellula molto diverso: la cellula eucariote, dotata di nucleo vero e proprio. (il prefisso eu deriva dall'avverbio greco che significa bene.) le conseguenze di questo avvenimento furono davvero epocali. Oggi tutti gli organismi pluricellulari sono costituiti da cellule eucarioti, molto più complesse dei procarioti. Senza di esse, l'intera variegata schiera di organismi vegetali e animali non esisterebbe e non vi sarebbero neppure gli esseri umani a godere di questa diversità e a penetrarne i segreti. Con ogni probabilità, la cellula eucariote si evolvette da antenati procarioti. Ma come? È difficile dare una risposta a questa domanda perché nessun intermedio di questa straordinaria transizione è sopravvissuto o ha lasciato fossili in grado di fornire indizi diretti. Si può vedere soltanto il prodotto eucariote finale, qualcosa di sorprendentemente diverso da qualsiasi cellula procariote. Ma oggi il problema non è più insolubile. Con gli strumenti della moderna biologia, i ricercatori hanno scoperto affinità rivelatrici tra numerosi caratteri eucariotici e procariotici, facendo così in luce sulle possibili modalità di derivazione dei primi dai secondi. Per apprezzare questo sorprendente percorso evolutivo è necessario capire in quale misura siano diversi i due tipi fondamentali di cellula. Le cellula eucarioti sono molto più grosse dei procarioti (hanno tipicamente un volume circa 10.000 volte maggiore) e il loro archivio di informazioni genetiche è di gran lunga più organizzato. Nei procarioti l'intero archivio genetico consiste in un singolo cromosoma, composto da un filamento circolare di DNA, che si trova a diretto contatto con il resto della cellula. Negli eucariote gran parte del Dna è contenuta in cromosomi dalla struttura più complessa, raggruppati all'interno di un distretto centrale ben definito, il nucleo. La regione che circonda il nucleo (il citoplasma) è ripartita da membrane in una serie elaborata di compartimenti che svolgono funzioni assai diversificate. Gli elementi scheletrici all'interno del citoplasma conferiscono sostegno strutturale alla cellula eucariote. Con il controllo di minuscoli motori molecolari, essi consentono anche alle cellule di rimescolare il proprio contenuto e di spostarsi. La maggior parte degli eucarioti si distingue ulteriormente dai procarioti in quanto possiede organelli del citoplasma: queste strutture specializzate possono essere parecchie migliaia di anno al incirca le dimensioni di una cellula procariote. Le più importanti sono i perossisomi (che svolgono funzioni metaboliche varie), i mitocondri (le <<centrali energetiche>> delle cellule) e nelle cellule algali -e vegetali- i plastidi (sedi della fotosintesi). In effetti, con i loro numerosi organelli e le loro complicate strutture interne, anche gli eucarioti unicellulari, per esempio i lieviti e le amebe, si rivelano organismi immensamente complessi. L'organizzazione della cellula procariote è molto più rudimentale, ma tra procarioti ed eucarioti vi è un innegabile relazione, come appare chiaramente dalle numerose somiglianze genetiche. È stato persino possibile stabilire il momento approssimativo in cui il ramo eucariote dell'albero evolutivo della vita cominciò a staccarsi dal tronco procariote. Questa divergenza ebbe inizio in un passato remoto, probabilmente prima di 3 miliardi di anni fa. Gli eventi successivi nello sviluppo degli eucarioti, eventi che possono essersi estesi su un arco di tempo di un miliardo di anni o più, sarebbero ancora avvolti nel mistero se un indizio illuminante non fosse emerso dall'analisi dei numerosi organelli presenti nel citoplasma.

Da lungo tempo i biologi ipotizzavano e i mitocondri e i plastidi derivassero da batteri adottati da una cellula ospite e ancestrale come endosimbionti (termine che deriva da radici greche e che significa <<vivere assieme dentro>>). L'ipotesi risale a più di un secolo fa, ma godette di scarso favore tra i biologi più in auge fino a quando, nel 1967, fu resuscitata da Lynn Margulis, allora alla Boston University. Da allora la Margulis l' ha instancabilmente discesa, all'inizio anche contro forti opposizioni. Oggi la sua capacità di persuasione non è più indispensabile: le prove dell'origine batterica di mitocondri e plastidi sono schiaccianti. La prova più convincente è la presenza all'interno di questi organelli di un sistema genetico vestigiale, ma ancora funzionante esso include geni costituiti da Dna, i mezzi per pubblicare questo DNA e tutti gli strumenti molecolari necessari per costruire molecole proteiche da progetti codificati nel DNA. Diverse proprietà caratterizzano chiaramente questo apparato genetico come di tipo procariote, distinguendolo dal sistema genetico eucariote della cellula. L'adozione di endosimbionti è spesso presentata come la conseguenza di un qualche tipo di incontro (predazione aggressiva, invasione pacifica, associazione o fusione reciprocamente benefica) tra due procarioti tipici. Ma queste descrizioni sono un po' fuorvianti, dal momento che i batteri attuali non mostrano un simile comportamento. Inoltre un'unione di semplici procarioti lascerebbe inspiegate molte altre caratteristiche della cellula eucariote. Vi è una spiegazione più lineare, direttamente suggerita dalla natura stessa, e cioè che, in origine, gli endosimbionti siano stati introdotti con l'alimentazione da una cellula ospite insolitamente grossa, che aveva già acquisito svariate proprietà oggi associate agli eucarioti.

le cellule di procarioti ed eucarioti differiscono per dimensione e complessità. I procarioti hanno in genere un diametro di circa un micrometro, mentre gli eucarioti hanno diametro compreso tipicamente tra 10 e 30 centimetri. Questi ultimi, qui rappresentati da un'ipotetica alga verde, ospitano numerose strutture specializzate, tra cui un nucleo racchiuso in un involucro che contiene il patrimonio genetico della cellula.

 Molte cellule eucarioti attuali (per esempio, i globuli bianchi del sangue) catturano procarioti. Di regola, i microrganismi ingeriti vengono uccisi e demoliti. Talvolta, però, sfuggono alla distruzione e procedono alla mutilazione o all'uccisione dei loro assalitori. Le rare occasioni, assalitore e vittima sopravvivono in uno stato di tolleranza reciproca, che può trasformarsi in seguito in mutua assistenza e, alla fine, in dipendenza. Così, mitocondri e plastidi possono essere diventati parte permanente di una cellula che li aveva inglobati. Se questa ipotesi è corretta, essa rivela molti aspetti delle prime fasi dell'evoluzione della cellula ospite. L'adozione degli endosimbionti deve aver fatto seguito all'evoluzione di un procariote ancestrale in un fagocita primitivo, in grado di inglobare corpi voluminosi (per esempio batteri). Per essere in qualche modo simile ai fagociti moderni, questa antica cellula doveva essere molto più grande della sua preda e delimitata da una membrana flessibile e in grado di avviluppare voluminosi corpi extracellulari. Doveva inoltre possedere una rete interna di compartimenti commessi con la membrana esterna e specializzati nel trattamento dei materiali ingeriti. Infine aveva presumibilmente uno scheletro interno che forniva sostegno strutturale e includeva i meccanismi molecolari deputati a flettere la membrana e a spostare il contenuto della cellula.
Lo sviluppo di queste strutture cellulari rappresenta l'essenza della transizione procariote-eucariote. Il problema principale, allora, è quello di formulare una spiegazione plausibile della costruzione progressiva di queste caratteristiche che sia compatibile con i meccanismi della selezione naturale. Ogni piccolo mutamento della cellula deve aver migliorato le sue probabilità di sopravvivere e di riprodursi (cioè deve aver offerto un vantaggio selettivo): il nuovo carattere si sarebbe così sempre più diffuso nella popolazione.



Quali forze potrebbero aver provocato l'evoluzione di un procarioti primitivo verso la cellula eucariote attuale? Per affrontare questa domanda farò alcune premesse. In primo luogo supporrò che la cellula ancestrale si nutrisse di detriti e delle scorie di altri animali: essa era - un eterotrofo. Viveva dunque in un ambiente che lo riforniva di cibo. Una possibilità interessante è che facesse parte di colonie miste di procarioti, il tipo che, fossilizzandosi, ha dato origine a quelle rocce stratificate denominate stromatoliti. Ancora oggi esistono colonie stromatolitiche: sono formate da strati di eterotrofi, a cui si sovrappongono organismi fotosintetizzanti e si moltiplicano con il contributo della luce solare e riforniscono di cibo gli strati sottostanti. La documentazione fossile rivela che simili colonie esistevano già più di 3 miliardi e mezzo di anni fa.
una seconda ipotesi, corollario della prima, è che l'organismo ancestrale digerisse il proprio cibo. Supporrò che lo facesse (come la maggior parte dei procarioti eterotrofi attuali) mediante enzimi che degradavano il cibo al di fuori della cellula: la digestione e cioè aveva luogo prima dell'ingestione. Un'ultima ipotesi è che l'organismo avesse perso la capacità di produrre la parete cellulare, cioè il rivestimento rigido che circonda la maggior parte dei procarioti e fornisce loro sostegno strutturale e protezioni dalle lesioni. Malgrado la loro vulnerabilità, esistono ancora oggi, persino in ambienti sfavorevoli, forme nude a vita libera. Nel caso che stiamo esaminando, la colonia di stromatoliti avrebbe offerto un eccellente protezione all'antico organismo. Se si accettano le tre ipotesi sopra citate, l'organismo ancestrale può essere raffigurato come una massa flessibile e appiattita, proteiforme nella sua capacità di cambiare aspetto, in intimo contatto con il cibo. Una cellula di questo tipo prospererebbe e si accrescerebbe più rapidamente degli organismi a essa affini dotati di parete. Non sarebbe tuttavia costretta a reagire alla crescita dividendosi automaticamente, come fa la maggior parte delle cellule; potrebbe invece espandere e ripiegare la membrana periferica, facendo così aumentare la superficie disponibile per l'assunzione di sostanze nutritive e l'escrizione di scorie (fattori limitanti per la crescita di una cellula). La capacità di generare una superficie ampiamente ripiegata consentirebbe all'organismo di espandersi ben oltre le dimensioni dei comuni procarioti. In effetti, e procarioti giganti attuali hanno una membrana esterna molto convoluta, probabile presupposto per la loro ampia circonferenza. Si può così spiegare una proprietà degli eucarioti (la notevole dimensione) in modo abbastanza semplice.

È possibile che la selezione naturale favorisca l'espansione anziché la divisione, in quanto pieghe profonde accrescerebbero la capacità della cellula di procurarsi cibo creando aree parzialmente confinate, strette insenature e lungo l'accidentata costa cellulare, all'interno delle quali alte concentrazioni di enzimi digestivi demolirebbero il cibo in modo più efficiente. In questa sede potrebbe aver luogo un evento di importanza decisiva: data la propensione all'autosaldatura delle membrane biologiche (e sono, per questo aspetto, simili a bolle di sapone) non occorre un particolare sforzo di immaginazione per vedere come le insenature si sarebbero potute staccare dalla superficie per formare piccoli sacchi intracellulari. Una volta avviato il processo, come effetto collaterale più o meno casuale dell'espansione della membrana, qualunque cambiamento genetico in grado di promuoverne l'ulteriore sviluppo sarebbe stato molto favorito dalla selezione naturale. Le insenature si sarebbero trasformate in <<pozze>> interne ben delineate, nelle quali sarebbe stato intrappolato il cibo assieme agli enzimi per digerirlo. Da extracellulare, la digestione sarebbe divenuta così intracellulare. Le cellule in grado di catturare e trasformare il cibo in questo modo avrebbero incrementato moltissimo la loro capacità di sfruttare l'ambiente; il loro vantaggio per quanto riguarda sopravvivenza e potenziale riproduttivo sarebbe stato immenso. Queste cellule avrebbero acquisito le caratteristiche salienti della fagocitosi: cattura di corpi extracellulari mediante il ripiegamento verso l'interno della membrana cellulare (endocitosi), seguita dalla demolizione del materiale all'interno dei sacchetti di genti intracellulari (lisosomi). Tutto ciò che avvenne in seguito può essere visto come un orpello evolutivo, importante e utile ma non essenziale. I primitivi sacchetti intracellulari diedero gradualmente origine a molte sottosezioni specializzate, formando quel sistema di membrane cellulari che è caratteristico di tutte le cellule e eucarioti attuali. Un valido sostegno questo modello proviene dall'osservazione dei numerosi sistemi presenti nel membrana cellulare dei procarioti si trovano in varie parti del sistema di membrane cellulari degli eucarioti.

È interessante il fatto che anche la genesi del nucleo -elemento caratteristico degli eucarioti - può essere spiegata, almeno schematicamente, come il risultato del ripiegamento verso l'interno di una parte della membrana cellulare. Nei procarioti il cromosoma circolare, fatto di Dna, è fissato alla membrana; il ripiegamento verso l'interno di questa particolare area potrebbe dare origine a un sacchetto intracellulare che reca il cromosoma in superficie. Questa struttura potrebbe essere stata il germe del nucleo eucariote, il quale è circondato da una doppia membrana formata dalle pareti appiattite del sistema di membrane intracellulari e si fondono in un involucro sferico. Lo scenario proposto spiega come un piccolo procariote possa essersi evoluto in una cellula gigante che esibisce alcune delle principali proprietà degli eucarioti, tra cui un nucleo ben delimitato,1 vasta rete di membrane interne e la capacità di catturare cibo e digerirlo al proprio interno. Un simile progresso potrebbe aver avuto luogo attraverso un numero molto alto di fasi quasi impercettibili, ciascuna delle quali ha potenziato l'autonomia della cellula e ha offerto un vantaggio selettivo. Ma c'era una condizione: avendo perso il sostegno di una rigida parte esterna, la cellula aveva bisogno di scaffalature interne per la sua massa crescente.
Attualmente le cellule eucariot sono rafforzate da strutturei filamentose e tubulari, spesso associate a minuscoli sistemi motori, che consentono loro di muoversi e di azionare il traffico interno. Nei procarioti non si trovano equivalenti delle molte proteine che costituiscono questi sistemi. Lo sviluppo del sistema citoscheletrico deve quindi aver richiesto un numero di sostanziali innovazioni. Nulla si sa di questi eventi evolutivi chiave, tranne che, con tutta probabilità, essi hanno accompagnato l'ingrandimento della cellula e l'espansione della membrana. Alla fine di questo lungo percorso si trova il fagocita primitivo: una cellula organizzata in modo efficiente per nutrirsi dei batteri,un predatore potente non più condannato a risiedere in un ambiente ricco di alimento, ma libero di vagare e di inseguire attivamente la preda: una cellula pronta a ospitare, a suo tempo, alcuni endosimbionti. Si potrebbe pensare che cellule di questo tipo, ancora prive di mitocondri e altri organelli chiave caratteristici degli eucarioti attuali, abbiano invaso molte nicchie ecologiche, occupandone con discendenti variamente adattati. Eppure pochi discendenti di queste linee evolutive sono sopravvissuti fino a oggi. Esistono alcuni eucarioti unicellulari privi di mitocondri, ma non si può escludere la possibilità che i loro predecessori abbiano un tempo posseduto mitocondri e poi li abbiamo persi. Così, tutti gli eucarioti possono benissimo essersi evoluti da fagociti primitivi che incorporavano i precursori dei mitocondri. È ancora oggetto di discussione se ci sia stata più di un'adozione del genere, ma l'opinione della maggioranza è che i mitocondri siano derivati da un unico ceppo. Sembrerebbe che l'acquisizione dei mitocondri abbia salvato una linea evolutiva degli eucarioti dall'eliminazione oppure abbia conferito ai suoi beneficiari un vantaggio selettivo così potente da portare quasi tutti gli altri eucarioti all'estinzione. Perché i mitocondri hanno avuto un'importanza così schiacciante?


Oggi la funzione primaria dei mitocondri svolgono nelle cellule è la combustione degli alimenti con l'ossigeno allo scopo di formare adenosintrifosfato (ATP),una molecola ad alto contenuto di energia. La vita è assolutamente dipendente da questo processo, che è il principale fornitore di energia nella grande maggioranza degli organismi aerobi (cioè che necessitano di ossigeno). Ma quando le prime cellule comparvero sulla Terra, nell'atmosfera non era presente questo gas. L'ossigeno molecolare libero è un prodotto della vita: cominciò a essere generato quando apparvero certi microrganismi fotosintetizzanti, i cianobatteri. Questi microrganismi sfruttano l'energia della luce solare per estrarre da molecole d'acqua l'idrogeno che serve loro per autocostruirsi, liberando ossigeno molecolare come prodotto secondario. L'ossigeno felice per la prima volta il suo ingresso nell'atmosfera in quantità apprezzabili circa 2 miliardi di anni fa, aumentando progressivamente fino a raggiungere un livello stabile circa un miliardo e mezzo di anni fa. Prima della comparsa dell'ossigeno atmosferico, tutte le forme di vita dovevano essere adattate a un ambiente privo di questo elemento (un ambiente anaerobico). Presumibilmente, come gli anaerobi obbligati di oggi, esse erano estremamente sensibili al ossigeno. All'interno delle cellule l'ossigeno genera facilmente parecchi gruppi chimici tossici; questi veleni cellulari includono lo ione superossido, il radicale ossidrile e il perossido di idrogeno. Quando, 2 miliardi di anni fa, la concentrazione dell'ossigeno aumentò, molti organismi probabilmente caddero vittime di un <<olocausto da ossigeno>>. Tra i superstiti vi furono le cellule che avevano trovato rifugio in qualche luogo privo di ossigeno o che avevano sviluppato altre forme di protezione contro la tossicità di quell'elemento.

Questi fatti attirano l'attenzione su un'ipotesi interessante. Forse il precursore fagocitico degli eucarioti era anaerobio e venne tratto in salvo da antenati aerobi dei mitocondri: cellule che non soltanto distruggevano l'ossigeno (convertendolo in acqua), ma lo trasformavano perfino in un alleato estremamente utile. Questa teoria spiega il chiaro effetto benefico dell'adozione dei mitocondri e ha goduto di un considerevole favore, ma non è esente da problemi. L'adattamento al ossigeno si svolse con tutta probabilità per gradi, partendo da sistemi primitivi di detossificazione dell'elemento. Deve essere stato necessario parecchio tempo per raggiungere il livello di estremo perfezionamento dei mitocondri attuali. In che modo i fagociti sono riusciti a sopravvivere per il tempo occorrente all'evoluzione degli antenati dei mitocondri? Una soluzione a questo enigma viene suggerita dal fatto che le cellule eucarioti contengono altri organelli che utilizzano l'ossigeno, altrettanto ampiamente distribuiti nel mondo vegetale e animale di quanto lo siano i mitocondri, ma molto più primitivi per struttura e composizione. Si tratta dei perissosomi organelli che compiono numerose reazioni metaboliche ossidanti. Diversamente da mitocondri, però, essi non utilizzano l'energia liberata da queste reazioni per sintetizzare ATP, ma la dissipano come calore. Nel processo, trasformano l'ossigeno in perossido di idrogeno, distruggendo poi questo composto pericoloso con un enzima, la catalasi. I perissosomi contengono anche un enzima che rimuove lo ione superossido. Pertanto appaiono ottimi candidati al ruolo di <<salvatori>> delle cellule della tossicità dell'ossigeno. Ho proposto per la prima volta questa ipotesi nel 1969, quando si riteneva che i perissosomi fossero parti specializzate del sistema di citomembrane. Pertanto ho incluso i perissosomi nel modello generale di espansione della membrana che avevo delineato per lo sviluppo del fagocita primitivo. In seguito, esperimenti effettuati dal compianto Brian H. Poole e da Paul B. Lazarow, miei colleghi alla Rockefeller University, hanno dimostrato in modo definitivo che i perissosomi sono completamente indipendenti dal sistema di citomembrane. Al contrario, essi acquisiscono le loro proteine proprio come fanno i mitocondri e il plastidi (mediante un processo che spiegava fra poco). Sembrava dunque ragionevole che tutti e tre gli organelli fossero stati inizialmente endosimbionti. Così, nel 1982, ho rivisto la mia proposta originaria suggerendo che i perissosomi siano derivati da batteri aerobi primitivi, adottati prima dei mitocondri. Questi primi agenti detossficanti dell'ossigeno potrebbero aver protetto le cellule che li ospitavano per tutto il tempo necessario agli antenati dei mitocondri per raggiungere l'efficienza elevata posseduta al momento in cui vennero adottati. Finora non si è trovata alcuna prova consistente per sostenere queste ipotesi o per confutarla. Diversamente dai mitocondri e dai plastidi, i perissosomi non contengono vestigia di un sistema genetico indipendente. Tuttavia questa osservazione resta compatibile con la teoria che essi si siano sviluppati da un endosimbionte. Anche mitocondri e plastidi hanno ceduto la maggior parte dei loro geni originari al nucleo, sicché i perissosomi, che sono più antichi, potrebbero aver ormai perduto tutto il DNA.

Questo albero evolutivo illustra i principali avvenimenti della storia della vita. La cronologia qui presentata, e ha ottenuto vasti consensi, è stata recentemente messa in discussione da Russel F. Doolittle dell'Università della California a San Diego e dei suoi collaboratori, i quali sostengono che l'ultimo antenato comune di tutti gli organismi viventi sia esistito poco più di 2 miliardi di anni fa.
 

In qualunque modo siano stati acquisiti, i perissosomi possono aver consentito ai primi eucarioti di superare la crisi da ossigeno. Si spiegherebbe così la loro distribuzione ubiquitaria. Il formidabile progresso nel recupero di energia all'accoppiamento di due reazioni -la sintesi di ATP e lo sfruttamento dell'ossigeno- darebbe ragione della successiva adozione dei mitocondri, organelli che danno l'ulteriore vantaggio di mantenere l'ossigeno nell'ambiente circostante a un livello molto più basso di quanto possono fare i perissosomi. Perché, allora, i perissosomi non sono scomparsi dopo l'insediamento dei mitocondri? Nel momento in cui gli eucarioti acquisirono i mitocondri, alcune attività dei perissosomi (per esempio il metabolismo di certi acidi grassi) devono aver conseguito una importanza così vitale che questi organelli, pur primitivi, non poterono più essere eliminati per selezione naturale. Pertanto perissosomi e mitocondri compaiano insieme nella maggior parte delle cellule eucarioti attuali. Gli altri importanti organelli di origine endosimbionte sono i plastidi, i cui rappresentanti principali sono i cloroplasti, gli organelli verdi fotosintetizzanti delle alghe unicellulari e delle piante pluricellulari. I plastidi sono derivati dai cianobatteri, i procarioti responsabili della crisi da ossigeno. La loro adozione come endosimbionti fece probabilmente seguito a quella dei mitocondri. I vantaggi selettivi che favoriscono l'adozione di endosimbionti fotosintetizzanti sono ovvi: le cellule che avevano avuto bisogno in passato di un rifornimento costante di cibo, da quel momento in poi prosperarono con niente altro che aria, acqua, alcuni sali minerali e luce. In realtà vi sono prove che gli eucarioti abbiano acquisito plastidi in tre momenti separati, portando alla comparsa rispettivamente delle alghe verdi, rosse e brune. Membri del primo di questi gruppi avrebbero formato in seguito le piante pluricellulari.

Ciò che aveva avuto inizio come tregua precaria ben presto si trasformò nel progressivo asservimento deglil endosimbionti catturati dagli ospiti fagocitanti. Questa sottomissione venne realizzata mediante trasferimento pezzo per pezzo della maggior parte dei geni degli endosimbionti al nucleo della cellula ospite. Di per sé, l'assunzione di geni da parte del nucleo non è un fatto veramente straordinario. Quando geni estranei vengono introdotti nel citoplasma di una cellula (come si fa in alcuni esperimenti di bioingegneria), possono facilmente dirigersi verso il nucleo e svolgere la propria attività al suo interno. Essi si duplicano durante la divisione cellulare e possono fungere da stampo per la sintesi di proteine. Ma la migrazione di geni degli endosimbionti al nucleo è rimarchevole perché sembra aver sollevato più difficoltà di quante ne abbia risolte. Una volta avvenuto il trasferimento, le proteine codificate da questi geni hanno cominciato a essere sintetizzate nel citoplasma della cellula ospite (dove si formano i prodotti di tutti i geni nucleari). Per essere utilizzate, esse dovevano quindi migrare nelle endosimbionte. In un modo o nell'altro, questo meccanismo che sembrava così poco promettente non solo ha resistito e rischi dell'evoluzione, ma ha avuto anche tanto successo che, alla fine, gli endosimbionti che conservavano copie di geni trasferiti scomparvero. Oggi mitocondri, plastidi e perissosomi acquisiscono proteine nel citoplasma circostante con l'aiuto di complesse strutture di trasporto presenti nelle loro membrane. Queste strutture sono in grado di riconoscere certe parti delle molecole proteiche appena sintetizzate come <<indirizzi>> specifici di ciascun organello. Il meccanismo di trasporto consente allora alle molecole appropriate di spostarsi attraverso la membrana con il contributo di una fonte di energia di proteine specializzate (opportunamente soprannominate chaperonine, da chaperon). Questi sistemi per portare all'interno degli organelli proteine prodotte all'esterno potrebbero concepibilmente essersi evoluti da sistemi analoghi per la secrezione di proteine presenti nelle membrane originali degli endosimbionti. Nella loro nuova funzione, tuttavia, questi sistemi avrebbero dovuto operare dall'esterno verso l'interno. L'adozione di endosimbionti svolse indubbiamente un ruolo decisivo nell'origine degli eucarioti. Ma questo non fu l'evento chiave. Più significativo (e il richiedente un numero molto più alto di innovazioni evolutive) fu il lungo, misterioso processo che rese possibile una simile acquisizione: la lenta conversione, in un miliardo di anni o più, di un antenato procariote in un grosso microrganismo fagocitante, caratterizzato dalla maggior parte degli attributi degli eucarioti attuali. La scienza sta cominciando a sollevare il velo che nasconde questa fondamentale trasformazione, la quale la maggior parte del mondo vivente, compresi gli esseri umani, non esisterebbe.
 

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