Talora la grande scienza
lascia un'eredità che supera non solo l'immaginazione di chi la pratica, ma
anche le sue intenzioni: un caso emblematico è rappresentato dai primi sviluppi
della teoria dei buchi neri e soprattutto dal ruolo svolto da Albert Einstein.
Questi pubblicò nel 1939, su <<Annals Mathematics>>, un articolo dal formidabile
titolo: Sui sistemi stazionari con simmetria sferica consistenti di molte
masse gravitanti. Con questo contributo Einstein cercava di trovare che i
buchi neri - oggetti celesti così densi che la forza di gravità da essi prodotta
impedisce che la luce ne fuoriesca - non potevano esistere. L'ironia della situazione
consiste nel fatto che, per dimostrare questa ipotesi, egli impiegò la sua
teoria generale della relatività e della gravitazione, pubblicata nel 1916,
ossia proprio quella stessa teoria oggi utilizzata per provare che l'esistenza
dei buchi neri è non solo possibile ma, per molti oggetti astronomici,
inevitabile. In effetti, pochi mesi dopo la pubblicazione di Einstein e senza
nessun riferimento a questa, apparve un articolo di J. Robert
Oppenheimer e del
suo allievo Hartland S. Snyder intitolato
Sulla contrazione gravitazionale continua. Il lavoro si serviva della
teoria generale della relatività di Einstein per dimostrare, per la prima volta
nel contesto della fisica moderna, come potesse aver luogo la formazione di
buchi neri. Un fatto forse ancora più
curioso è che gli studi moderni sui buchi neri, più generalmente sul collasso
stellare, poggiano su un pilastro completamente differente dell'eredità
einsteiniana, ossia sulla sua invenzione della meccanica statistica quantistica.
Senza gli effetti previsti della statistica quantistica, qualsiasi oggetto
astronomico collasserebbe in un buco nero, dando origine a un universo che non
avrebbe alcuna somiglianza con quello in cui viviamo. Bose, Einstein e la
statistica l'invenzione della
statistica quantistica da parte di Einstein e ispirata da una lettera che egli
ricevette nel giugno 1924 da un giovane fisico indiano all'epoca sconosciuto,
Satyendra Nath Bose. Accluso alla lettera era un manoscritto che era già stato
rifiutato da una rivista scientifica britannica. Dopo averlo letto, Einstein lo
tradusse in tedesco per pubblicarlo nella prestigiosa <<Zeitschrift fur
Physik>>. Perché Einstein pensò che quel manoscritto fosse così importante? Per
una ventina d'anni si era lambiccato con il problema della natura della
radiazione elettromagnetica, e in particolare della radiazione intrappolata
all'interno di un contenitore riscaldato che raggiunga l'equilibrio termico con
le pareti del contenitore stesso. Proprio al volgere del secolo nel fisico
tedesco Max Plank aveva introdotto la funzione matematica che descrive
l'intensità di questa <<radiazione di corpo nero>> in funzione delle diverse
lunghezze d'onda o <<colori>>. Conseguenza di questa descrizione era che lo
spettro della radiazione non dipende dal materiale che costituisce le pareti del
contenitore; la sola variabile significativa è la temperatura della radiazione.
Un impressionante esempio di radiazione di corpo nero è costituito da fotoni
residui del big bang (in questo caso il <<contenitore>> è l'intero universo). La
temperatura di questi fotoni, recentemente misurata in 2,726 Kelvin, è quella
del celebre radiazione cosmica di fondo.
Per una fortuita coincidenza, Bose aveva elaborato la meccanica
statistica della radiazione di corpo nero, ovvero aveva ricavato la legge di
Plank da una prospettiva matematica quantomeccanica. Quel risultato catturò
l'attenzione di Einstein, il quale utilizzò gli stessi metodi per esaminare la
meccanica statistica di un gas molecolare che obbediva allo stesso tipo di leggi
usate da Bose nel caso dei fotoni. E gli derivò l'analogo della legge di Plank
per questo caso e osservò un fatto davvero notevole: se si raffredda un gas di
particelle che obbedisce alla cosiddetta statistica di Bose-Einstein, a una
certa
temperatura critica tutte le molecole si raccolgono improvvisamente
in un unico stato energetico che oggi viene denominato <<condensato di
Bose-Einstein>> (sebbene Bose non abbia nulla a che vedere direttamente con
esso). Un esempio interessante è quello di un gas costituito dal comune isotopo
elio 4, il cui nucleo è formato da due protoni e due neutroni. La
temperatura di 2,18 K questo caso si trasforma in un liquido che manifesta tutte
le più arcane proprietà e si possono immaginare, tra le quali l'assenza di
attrito (meglio conosciuta come il superfluidità). Nel 1995 diversi gruppi di
ricerca statunitensi sono riusciti nell'ostico compito di raffreddare altre
specie atomiche a temperatura di qualche miliardesimo di K per ottenere un
condensato di Bose-Einstein.
non tutte le particelle
esistenti in natura, però, manifestano questa proprietà. Nel 1925, subito dopo
la pubblicazione dell'articolo di Einstein sulla condensazione, il fisico
austriaco Wolfgang Pauli identificò una seconda classe di particelle,
comprendente gli elettroni protoni e neutroni e dotata di proprietà differenti.
Egli scoprì che due particelle identiche di questa classe, per esempio due
elettroni, non possono mai trovarsi nello stesso Stato quantico: questa
proprietà prende il nome di principio di esclusione di Pauli. Nel 1926 Enrico
Fermi e P.A.M. Dirac ricavarono la statistica quantistica di queste particelle,
in contrapposizione a quella di Bose-Einstein per i gas atomici. A causa del
principio di Pauli, l'ultima cosa al mondo che queste particelle farebbero alle
basse temperatura è condensare; al contrario, e si manifestano esattamente la
tendenza opposta. Se si comprime, diciamo, un gas elettroni, raffreddandolo a
temperature estremamente basse e riducendone il volume, gli elettroni sono
costretti a <<sovrapporsi>>, ovvero a invadere lo spazio occupato da altri
elettroni. Ma il principio di Pauli lo proibisce, sicché essi si allontanano
l'uno dall'altro a velocità che possono approssimarsi a quella della luce. Per
gli elettroni e le altre particelle che ubbidiscono al principio di esclusione,
la pressione creata da queste particelle in fuga - o <<pressione di
degenerazione>> - persiste anche se il gas viene raffreddato allo zero assoluto,
e non ha nulla a che vedere con la repulsione elettrostatica che gli elettroni
esercitano l'uno sull'altro. I neutroni che sono privi di carica elettrica, si
comportano esattamente allo stesso modo.
La statistica quantistica e le nane bianche.
Ma che c'entra la
statistica quantistica con le stelle? Prima dell'inizio del secolo, gli
astronomi avevano cominciato a identificare una classe di stelle peculiari
caratterizzate dal fatto di essere piccole e deboli: le nane bianche. La
compagna della stella più luminosa del cielo, Sirio, alla stessa massa del Sole,
ma emette solo 1/360 della sua luce. Data la loro massa e le loro dimensioni, le
nane bianche devono essere spaventosamente dense: la compagna di Sirio è 61.000
volte più intensa dell'acqua. Che diavolo sono questi bizzarri corpi celesti?
A questo punto entra in scena sir Arthur Eddington . Quando cominciai a studiare
fisica, sul finire degli anni 40, consideravo Eddington alla stregua di un
idolo, ma per la ragione sbagliata; non sapevo nulla del suo fondamentale lavoro
in astronomia, ma conoscevo bene le sue pubblicazioni divulgative (che, da
quando ho imparato qualcosa di più di fisica, mi sembrano quasi sciocchezze).
Eddington, scomparso nel 1944, era un neo-kantiano, convinto che quanto di
significativo avviene nell'universo possa essere appreso attraverso la ragione.
Ma tra la fine del secondo decennio del secolo - quando condusse una delle due
campagne che confermarono la previsione di Einstein secondo la quale il Sole
devia la luce delle stelle -e la fine degli anni 30 - quando davvero cominciò a
esagerare con le sue speculazioni filosofiche - Eddington fu certamente uno dei
giganti della scienza del nostro secolo. Egli creò quasi da solo il settore di
ricerca che permise per la prima volta di comprendere la composizione interna
delle stelle, e che diede il titolo ha un suo libro pubblicato nel 1926. Per
lui, le nane bianche erano un affronto, perlomeno dal punto di vista estetico:
ciò nondimeno lo studiò, e ne ricavò un'idea liberatoria. Nel 1924 Eddington propose
che la pressione gravitazionale e comprime le nane bianche possa strappare
alcuni elettroni al legame con i protoni. Perduti in questo modo i loro
<<confini>>, gli atomi possono essere perciò intensamente impacchettati in un
piccolo volume. Il collasso della nana bianca si interrompe alla fine, a causa
della pressione di degenerazione di
Fermi-Dirac, non appena gli elettroni
cominciano a respingersi violentemente a vicenda per effetto del principio di
esclusione di Pauli. La conoscenza dei meccanismi che stanno alla base delle
nane bianche e fece un altro grande passo avanti nel luglio 1930, mentre il
diciannovenne Subrahmanyan Chandrasekhar si trovava a bordo di una nave diretta
da Madras a Southampton. Egli si stava trasferendo in Inghilterra per
collaborare con R. W. Fowler presso l'Università di Cambridge ( dove peraltro si
trovava anche Eddington). Dopo aver letto il libro di Eddington e sulle stelle e
quello di Fowler sulla meccanica statistica quantistica, Chandrasekhar
era rimasto affascinato
dalle nane bianche; per passare il tempo durante il viaggio, si chiese perciò se
non ci fosse un limite alla massa delle nane bianche, oltre il quale esse
dovrebbero collassare sotto la spinta della loro stessa attrazione
gravitazionale. La risposta che ne ricavò un letteralmente rivoluzionaria.
una nana bianca nel suo
insieme è elettricamente neutra, sicché per ogni elettrone deve esserci un
corrispondente protone, che ha una massa quasi 2000 volte maggiore. Di
conseguenza devono essere i protoni la causa della maggior parte della
compressione gravitazionale. Se la stella nana non sta collasssando, la
pressione di degenerazione degli elettroni e il collasso gravitazionale dovuto
ai protoni devono bilanciarsi esattamente. Ne risulta che questo equilibrio
limita il numero dei protoni, e quindi la massa della stella. Questo valore
massimo e conosciuto come il limite di Chandrasekhar ed è pari a circa 1,4 masse
solari. Qualsiasi stella nana di massa superiore a questo valore sarebbe
instabile. Il risultato di Chandrasekhar irritò profondamente Eddington. Che
cosa succede allora se la massa è superiore alle fatidiche 1,4 masse solari?
Egli non gradiva affatto la risposta: a meno che non si trovasse qualche
meccanismo per limitare la massa della stella che si comprime sino a diventare
una nana, o pure a meno che il risultato di Chandrasekhar non fosse sbagliato,
le stelle di grande massa erano destinate al collasso gravitazionale.
Eddington trovava questa
ipotesi del tutto inaccettabile e cominciò ad attaccare Chandrasekhar (in
sede sia pubblica che privata) per il suo uso della statistica quantistica.
Queste critiche demoralizzarono profondamente il fisico indiano, e tuttavia
restò sulle sue posizioni, sostenuto da personalità come Niels Bohor che lo
rassicurò asserendo che Eddington era semplicemente in errore e doveva essere
ignorato.
Una sensazione singolare Mentre alcuni scienziati
esploravano le relazioni tra statistica quantistica e nane bianche, altri
affrontavano il lavoro di Einstein sulla gravitazione, ossia la teoria generale
della relatività. A quanto ne so, Einstein non dedicò mai molto del suo tempo alla ricerca di soluzioni
esatte alle equazioni della gravitazione. La parte della teoria che descriveva
la gravità in prossimità della materia era estremamente complicata, giacché la
gravità distorce la geometria dello spazio e del tempo, imponendo a una
particella di muoversi da un punto all'altro lungo una traiettoria curva. Un
fatto ancora più importante è che la sorgente della gravità - la materia - non
può essere descritta per mezzo delle sole equazioni gravitazionali. La massa,
per dirla tutta, avrebbe dovuto essere introdotta nelle equazioni a bella posta,
il che fece intuire a Einstein che le equazioni erano incomplete. Tuttavia
soluzioni approssimate potevano ancora descrivere con sufficiente accuratezza
fenomeni come la deflessione della luce. Ciò nonostante Einstein rimase
impressionato quando, nel 1916, l'astronomo tedesco
Karl Schwarzschild presentò
la soluzione esatta per una situazione realistica, quella di un pianeta
orbitante intorno a una stella. Nel corso del suo lavoro Schwarzschild notò
qualcosa di sgradevole. Per un certo valore della distanza dal centro della
stella, la matematica va a farsi benedire. In corrispondenza di questo valore,
che oggi prende il nome di raggio di Schwarzschild, il tempo si annulla e lo
spazio diviene infinito: le equazioni presentano quella che i matematici
chiamano una singolarità. Il raggio di Schwarzschild è, solitamente, più piccolo
del raggio dell'oggetto; per il Sole, per esempio, è di 3 km, mentre per una
biglia di 1 g è di 10 alla -28 cm. Schwarzschild naturalmente, si era reso conto
che la sua formula impazziva per questo valore del raggio, ma decise che la cosa
non aveva importanza. Costruire un modello semplificato di stella e dimostrò che
sarebbe stato necessario un gradiente di pressione infinito per comprimere la
stella in un volume piccolo come quello definito dal suo raggio. La scoperta,
concluse, non era di interesse pratico. La sua analisi, però, non mise tutti
d'accordo. In particolare essa infastidì a Einstein, poiché il modello stellare
di Schwarzschild non soddisfaceva i certi requisiti tecnici della teoria della
relatività. Diversi studiosi, comunque, dimostrarono che le soluzioni di
Schwarzschild avrebbero potuto essere riscritte con una formulazione che evitava
la singolarità. Ma il risultato era davvero non singolare? Non sarebbe
corretto dire che il dibattito fosse furibondo, dato che la maggior parte dei
fisici e dimostrava scarso interesse per questi argomenti, almeno fino al 1939.
Nel suo articolo di
quell'anno Einstein attribuì il suo rinnovato interesse per il raggio di Schwarzschild alle discussioni avute con il cosmologo di Princeton
Harold P. Robertson e con il suo assistente Peter G. Bergmann,. L'intenzione di
Einstein, con quell'articolo, era certamente di stroncare la singolarità di
Schwarzschild una volta per tutte. Alla fine del contributo, egli scrisse: <<il
risultato essenziale di questo studio è una chiara spiegazione del perché le "
singolarità di Schwarzschild" non esistono nella realtà fisica>>. In altre
parole, i buchi neri non possono esistere. Per chiarire la sua
posizione, Einstein si concentrò sull'esame di una collezione di minuscole
particelle in moto orbitale circolare sotto reciproco influsso gravitazionale:
di fatto, un sistema somigliante a un ammasso stellare sferico. Si chiese,
quindi, se una simile configurazione potesse collassare per effetto della sua
stessa forza gravitazionale in una stella stabile di raggio pari al raggio di
Schwarzschild. Ne concluse che la cosa era impossibile, perché un valore di
raggio poco più grande di quello di Schwarzschild le stelle dell'ammasso, per
mantenere una configurazione stabile, avrebbero dovuto muoversi a una velocità
superiore a quella della luce. Sebbene il ragionamento di Einstein sia corretto,
la sua osservazione è irrilevante: non importa che una stella che collassa sia
instabile in corrispondenza del raggio di Schwarzschild, poiché la stella
continua collassare fino a valori del raggio più piccoli di quello di
Schwarzschild. Fui molto colpito dal fatto che l'allora sessantenne Einstein
presentasse dell'articolo tabelle di risultati numerici che doveva aver ottenuto
usando un regolo calcolatore. Ma l'articolo, così come il regolo, è ormai un
cimelio storico.
Dai neutroni ai buchi neri
Mentre Einstein conduceva
le sue ricerche, in California si stava svolgendo un'impresa affatto differente:
Oppenheimer i suoi allievi stavano dando forma la moderna teoria dei buchi neri.
Il fatto curioso a proposito della ricerca sui buchi neri e che fu ispirata da
un'idea che si rivelò del tutto sbagliata. Nel 1932 lo sperimentalista
britannico James Chadwick aveva scoperto il neutrone, la particella neutra
dei nuclei atomici. Immediatamente si cominciarono studi sull'eventualità che i
neutroni costituissero un'alternativa alle nane bianche, studi promossi in
particolare da Fritz Zwicky del Caltech e indipendentemente dal grande teorico
sovietico Lev D. Landau. Questi scienziati intuirono che, quando la pressione
gravitazionale diventa sufficientemente elevata, un elettrone in una stella
potrebbe reagire con un protone generando un neutrone. All'epoca di questi studi
il meccanismo responsabile della produzione di energia nelle stelle era ancora
ignoto. Una possibile soluzione voleva una stella di neutroni al centro delle
stelle ordinarie, più o meno secondo lo stesso schema che oggi prevede che i
buchi neri forniscano energia ai quasar. La domanda nacque
spontanea: qual è l'equivalente del limite di massa di Chandrasekhar per queste
stelle? La risposta è più difficile da trovare di quanto non fosse per le nane
bianche perché i neutroni interagiscono reciprocamente con una forza di notevole
intensità di cui non sono ancora pienamente chiarite le caratteristiche. La
gravità finirebbe per superare l'intensità di questa forza, ma l'esatto valore
limite della massa dipende dai dettagli dell'interazione. Oppenheimer pubblicò
due articoli sull'argomento con i suoi allievi Robert Serber de George M.Volkoff
ne concluse che la massa limita in questo caso deve essere paragonabile al
limite di Chandrasekhar per le nane bianche. I2 contributi furono pubblicate dal
1938 e nel 1939. (La vera fonte dell'energia stellare, la fusione nucleare, fu
scoperta da Hans Bethe e Carl Friedrich von Weitzsacker nel 1938, ma occorsero
alcuni anni perché fosse accettata, sicché gli astrofisici continuarono a
perseguire vie alternative). Oppenheimer affrontò
esplicitamente il problema che aveva preoccupato Eddington riguardo alle nane
bianche: che cosa succederebbe se una stella che sta collassando avesse una
massa che ecceda questi limiti? Il rifiuto dei buchi neri da parte di Einstein
nel 1939 - del quale Oppenheimer e collaboratori erano certamente all'oscuro,
lavorando in concorrenza e a 5000 km di distanza - era irrilevante. Ma
Oppenheimer non voleva costruire una stella stabile di raggio pari al raggio di
Schwarzschild; voleva invece vedere che cosa sarebbe accaduto se si fosse
lasciata collassare una stella al di sotto del suo raggio di Schwarzschild, e
affidò a Snyder il compito di studiare il problema nei dettagli. Per semplificare la
questione, Oppenheimer disse a Snyder di fare alcuni assunti e di trascurare
considerazioni tecniche come la pressione di degenerazione o l'eventuale
rotazione della stella. L'intuito suggeriva a Oppenheimer che questi fattori non
avrebbero modificato sensibilmente i calcoli. Basandosi sulle ipotesi
semplificate, Snyder trovò sorprendentemente che ciò che avviene a una stella
che collassa dipende dalla posizione dell'osservatore.
Due visioni di un collasso
Cominciamo da un
osservatore in quiete, posto a distanza di sicurezza dalla stella. Supponiamo
anche che vi sia un altro osservatore sulla superficie della stella,
<<solidale>> col suo collasso, che possa inviare segnali luminosi al suo collega
stazionario. Questi che tra i segnali provenienti dalla sua controparte in moto
spostarsi gradualmente verso l'estremità rossa dello spettro elettromagnetico.
Se si immagina di misurare la frequenza di segnali con un orologio,
l'osservatore in quiete dirà che l'orologio dell'osservatore sulla stella sta
gradualmente rallentando. Al raggio di Schwarzschild l'orologio si fermerà.
L'osservatore in quiete ne dedurrà che occorre un tempo infinito perché la
stella collassi fino al suo raggio di Schwarzschild. Non possiamo dire che
cosa succeda dopo perché, secondo l'osservatore in quiete, non c'è un <<dopo>>:
la stella è congelata al suo raggio di Schwarzschild. Di fatto, fino al 1967,
quando John A. Wheeler coniò l'espressione <<buco nero>> in una conferenza,
questi oggetti furono spesso citati in letteratura con il nome di <<stelle
congelate>>. Lo stato di congelamento è il reale significato della singolarità
nella geometria di Schwarzschild. Come osservarono Oppenheimer e Snyder nel loro
articolo, la stella in collasso <<tende a chiudersi su se stessa eliminando ogni
comunicazione con osservatori esterni; ciò che persiste e solo il suo campo
gravitazionale>>. In altri termini, si è formato un buco nero. Ma ce n'è dell'osservatore
che stazionava sulla stella? Questi, come notarono Oppenheimer e Snyder, ha una
percezione degli eventi completamente diversa. Per lui, il raggio di
Schwarzschild non ha un particolare significato: lo oltrepassa in termini
normalmente misurabili con il suo orologio. Sarebbe, però, soggetto a una
terribile forza gravitazionale che lo farebbe a pezzi. L'anno era il 1939, e il
mondo stesso stava per essere fatto a pezzi Oppenheimer venne ben presto
assoldato per realizzare la più distruttiva arma mai progettata dall'uomo e non
lavorò più al tema dei buchi neri, né - per quanto ne sappia - lo fece Einstein.
Terminata la guerra, e precisamente nel 1947, Oppenheimer divenne direttore
dell'Institute for Advanced Study a Princeton, dove Einstein insegnava ancora.
Di quando in quando i due facevano qualche chiacchierata, ma non vi è alcuna
testimonianza di loro discussioni sui buchi neri. Perché vi fossero progressi fu
necessario arrivare agli anni 60, quando la scoperta dei quasar, delle pulsar e
delle sorgenti X compatte le portò alla ribalta la questione del misterioso
destino delle stelle.
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