<<Ho affondato lo sguardo
per migliaia di chilometri attraverso gli strati interni della Terra>>dice con noncuranza Gary A. Glatzmaier.
Mentre questo geofisico del Los Alamos National Laboratory sta comodamente
seduto nel suo studio sulla superficie terrestre, un supercalcolatore
ultrapotente gli consente di simulare le condizioni interne del globo, fino alle
profondità più remote. Il mondo che egli studia si agita in un sommovimento
senza posa, come un calderone in ebollizione che tenda a disperdere il proprio
calore. Vasti frammenti di fredda crosta superficiale vanno affondando
lentamente nel caldissimo mantello, mentre pennacchi di magma risalgono e si
espandono in forma di immensi funghi via via che si avvicinano alla superficie.
Glatzaimer fa parte dell'avanguardia scientifica il cui lavoro è mirato a
chiarire i complessi processi dinamici interni della Terra. Questi ricercatori
guardano sotto <<l'epidermide>> della Terra, quello strato sottile (non più di
60 km di spessore) che comprende le montagne, le faglie attive, i vulcani e così
via. Andando a studiare il nucleo e mantello, che costituiscono oltre il 99% del
volume del pianeta, i geofisici intendono risalire ai processi che in definitiva
modellano la superficie della Terra. Le simulazioni di Glatzaimer mostrano i
flussi convettivi all'interno del mantello, roccioso ma plastico, che si estende
fino al 2900 km di profondità. Nella realtà, questi flussi si muovono con
estrema lentezza (ci vogliono centinaia di milioni di anni per completare un
circuito di convezione), ma sono abbastanza imponenti da muovere i continenti e
mutare la configurazione degli oceani. L'attività non manca neppure nel nucleo
esterno liquido formato in prevalenza da ferro, anzi, proprio questi moti, un
milione di volte più rapidi di quelli che avvengono nel mantello, generano il
campo magnetico della Terra. Da non molto tempo i geofisici hanno iniziato a
cartografare la circolazione di questo oceano metallico sotterraneo. Tecniche
sismiche altamente sofisticate permettono di spingersi persino al nucleo interno
solido, il cui limite esterno si trova a più di tre quarti del raggio (6370 km)
della Terra. Questo nuovo quadro della struttura interna della Terra e tanto più
notevole se lo si paragona con l'esiguità delle conoscenze disponibili fino a
non molto tempo fa. Il nucleo, che si estende per oltre metà del diametro
terrestre, fu scoperto solo nel 1906. Inoltre, le scoperte andavano procedendo
con una lentezza spaventosa. Ben 65 anni dovettero passare prima che i geofisici
potessero affermare con convinzione che il nucleo si divide in una parte esterna
liquida e in una interna solida. La teoria della deriva dei continenti,
strettamente correlata al concetto di grandi moti convettivi nel mantello, non
prese saldamente campo fino agli anni 60. Furono poi i progressi in tre aree di
ricerca a determinare la rapidissima definizione del nuovo quadro: la crescita
della potenza dei calcolatori; l'incremento della quantità di dati gravimetrici,
magnetici e sismici; la messa a punto di dispositivi in grado di simulare le
temperature e le pressioni esistenti al centro della Terra. Le onde sismiche
vengono <<lette>> e il campo magnetico terrestre analizzato per realizzare le
mappe sia del nucleo sia del mantello. Usando sofisticati dispositivi a incudine
di diamante, si studia il comportamento delle rocce alle eccezionali temperature
e pressioni esistenti al centro del pianeta. Mettendo insieme le varie
informazioni, ci si sta rendendo conto di come sia possibile non solo
ricostruire il comportamento della Terra allo stato attuale, ma anche acquisire
conoscenze sull'evoluzione del pianeta, fino al suo destino ultimo, nel miliardi
di anni a venire.
Sono, questi, tempi di estremo
interesse per la geofisica
dice Adam M. Dziewonski. Le pareti del
suo studio presso l'Hoffman Laboratory del Harvard University sono
apprezzate da carte dell'interno della Terra e della distribuzione dei
terremoti, fatto salvo uno spazio libero per le proiezioni. Attraverso una serie
di diapositive, egli fa il punto della situazione. Le immagini sullo schermo
mostrano campi di colore rosso e blu dalle forme non ben definite, somiglianti
approssimativamente ai modelli messi a punto dal gruppo di Glatzaimer. In questo
caso, però, le immagini non sono simulazioni al calcolatore ma ricostruzioni
dell'interno della Terra reale. Sono il prodotto di una tecnica innovativa, la
cosiddetta tomografia sismica, messa a punto all'inizio degli anni 80 da vari
ricercatori.
La tomografia sismica si
basa sul fatto che le onde sismiche e si muovono con velocità differenti nei
diversi strati della Terra. La densità, la composizione, la struttura
mineralogica e il grado di fusione condizionano la velocità di propagazione
delle onde sismiche. La temperatura è un altro fattore importante: a parità di
altre condizioni, le onde sismiche si propagano più velocemente nelle regioni
relativamente più fredde. Il rilevamento e l'analisi delle onde sismiche
provenienti da tutto il globo rendono possibile l'individuazione di un gran
numero di percorsi sismici all'interno della Terra. L'analisi al calcolatore di
queste formazioni rende possibile convertire le onde sismiche in immagini
tridimensionali dell'interno. Le mappe di Dziewonski seguono un codice di colore
divenuto ormai d'obbligo per i geofisici: il rosso denota onde sismiche
relativamente lente, che corrispondono ad alte temperature; le regioni in blu
indicano onde veloci, o basse temperature a profondità intorno a 200 km, la
Terra appare fredda al di sotto dei continenti e calda in corrispondenza delle
dorsali medio-oceaniche, laddove le zolle litosferiche vanno separandosi.
Ancor più in profondità, la struttura del
mantello sembra essere correlata non a specifiche regioni di attività geologica,
ma piuttosto a movimenti su larga scala delle masse continentali. Materiale
caldo si trova al di sotto dell'Africa e della parte centrale dell'oceano
Pacifico. Un anello di doccia fredda, tutta attorno al Pacifico, si situa sotto
tutti i continenti, a eccezione dell'Africa, come se essi fossero stati spinti
nelle loro attuali posizioni da correnti discendenti del mantello. I risultati
della tomografia sembrano corroborare la nozione intuitiva secondo cui la
convezione nel mantello determina il movimento delle zolle litosferiche.
Nonostante questi progressi concettuali, comunque, la geofisica della Terra
profonda resta animata da un intenso, anche se composto, il dibattito. Non vi è
discussione tanto vivace quanto quella che agita i geofisici sui complessi
problemi relativi al limite tra mantello e nucleo.
Un nucleo stratificato?
Il limite tra mantello e nucleo o CMB
(Core-Mantle Boundary) rappresenta la più brusca transizione fisica e
chimica esistente all'interno e la Terra. Un mantello costituito da rocce
silicatiche si oppone a un nucleo di lega ferrosa. La lettura delle
registrazioni sismiche indica che la roccia alla base del mantello è solida e
fluisce con estrema lentezza, più o meno come il vetro. Per contro la parte
esterna del nucleo ha pressappoco la consistenza dell'acqua. La differenza di
temperatura tra mantello e nucleo potrebbe essere di oltre 1000 °C. Nel
CMB vanno probabilmente ricercate informazioni preziose sul <<funzionamento>> e
sull'evoluzione della Terra. Ma il problema di chiarire che cosa realmente
accada al CMB è tale da sconvolgere i ricercatori. La tomografia rivela sul modo
in cui gli strati interni incidono sul comportamento delle onde sismiche, e la
risoluzione della gran parte delle tecniche sismiche per quanto riguarda il CMB
è molto scarsa. <<Ci sono state al proposito un sacco di idee destinate a
rimanere in sospeso, perché non eravamo in grado di provarle>> rimugina Don L.
Anderson, professore di geofisica al California Institute of Technology,1 dei
pionieri della tomografia sismica, aggiungendo: <<E' così ancora oggi>>. Per
quanto gli scienziati non possano accedere al nucleo, sono ora in grado, per
così dire, di portarsi il nucleo di laboratorio, grazie a strumenti per la
ricerca sulle alte pressioni come le
celle a incudine di diamante. Al Geophysical Laboratory della Canergie
Institution di Washington, come all'Università della California a Berkeley e in
moltissime altre sedi di ricerca, si possono riprodurre per periodi prolungati
le condizioni fisiche esistenti al centro della Terra, seppure su scala molto
ridotta (le dimensioni dei campioni non superano il decimo di millimetro).
Questi studi ad altissime pressioni sono decisivi per chiarire la chimica
complessa che dovrebbe aversi al CMB. Con temperature che oscillano tra 3000 e
4500 °C e una pressione isostatica pari a oltre un milione di volte la pressione
atmosferica, i composti interagiscono in modi del tutto insoliti, che possiamo
comprendere ben poco. Uno dei ricercatori più attivi tra coloro che cercano di
volgere le prove sperimentali alla comprensione del CMB è Raymond Jeanloz, di
Berkeley. Jeanloz esibisce una coda di cavallo lo stile anni 60, e un entusiasmo
tutto personale per un tipo di ricerca <<a tentoni>> ai margini del geofisica
canonica. Ammiratori e avversari considerano talvolta le sue idee poco
ortodosse, ma nessuno gli nega la qualità e di stimolante provocatore. David J.
Stevenson, del Caltech, lo definisce sinteticamente <<sperimentatore in
avanscoperta>>. Stevenson si riferisce specificamente all'attuale lavoro di
Jeanloz che mira a dedurre quali tipi di reazione chimica avvengono al CMB.
Jeanloz ed Elise Knittle, che lavora attualmente all'università della California
a Santa Cruz, hanno ipotizzato che il CMB sia una sorta di barriera a ben scarsa
tenuta, che permette considerevoli reazioni chimiche tra il mantello e nucleo.
Jeanloz e la Kittle fondano la loro conclusione su un esperimento nel quale
hanno collocato in una cella a incudine di diamante frammenti di minerali
silicatici (per simulare la composizione del mantello inferiore) e di ferro (per
il nucleo esterno). Gli hanno quindi sottoposte a temperature tipiche del CMB,
accompagnate da pressioni superiori agli 800 megabar. Successivamente essi hanno
esaminato il minuscolo campione, trovando una prova del fatto che il silicio e
il ferro, che in ambiente superficiale e non interagiscono minimamente, in
quelle condizioni diventano miscibili. Il silicio o l'ossigeno provenienti dal
mantello potrebbero farsi strada nel nucleo esterno formando leghe con il ferro.
Queste leghe cambierebbero
gradualmente la loro composizione provocando una diminuzione della densità
complessiva del nucleo. In effetti, dato che la densità del nucleo è
considerevolmente minore di quella che avrebbe un puro miscuglio di ferro e
nichel, i geofisici sono generalmente d'accordo nell'ammettere la presenza di
qualche componente più leggero. La gran parte dei ricercatori ritiene che queste
impurezze si trovino nel nucleo pressappoco dalla formazione della Terra.
Jeanloz sostiene viceversa che la composizione del nucleo possa essere in
continua evoluzione, a mano a mano che frammenti di mantello silicatico vanno
dissolvendosi al suo interno. In certe condizioni, il materiale del mantello
mischiatosi al nucleo potrebbe formare uno strato distinto alla superficie del
nucleo stesso. Thorne Lay, si sociologo a Santa Cruz, ha rilevato una caduta
nelle velocità delle onde sismiche nella parte più esterna del nucleo. Egli
ipotizza che si tratti di appunto dell'effetto di un arricchimento in silicati.
L'idea che il nucleo possa consistere di strati distinti potrebbe risolvere un
altro rompicapo geofisico. Gli studi sul comportamento del campo geomagnetico
indicano un flusso di campo molto <<liscio>> alla superficie del nucleo, mentre
gli studi sismici Dziewonski e altri fanno pensare a una <<topografia>> molto
irregolare del CMB, con dislivelli di molti chilometri. Forse uno strato
accidentato di miscuglio nucleo-mantello sormonta una superficie di per sé
regolare. Ancora una volta, la stratificazione del nucleo potrebbe rivelarsi
un'illusione. Un piano sopra lo studio di Dziewonskin ad Harvard, Jeremy Bloxham
lì nel suo scetticismo su questa spiegazione ad hoc. Dopo anni passato a
correlare dati storici del campo magnetico, secondo Bloxham sta diventando
sempre più difficile conciliare le sue scoperte con l'esistenza di uno strato
superiore differenziato. Dall'altro lato del CMB l'intreccio si complica. Sempre
maggiori sono le indicazioni della presenza di misteriose strutture appena al di
sopra del CMB, in una regione denominata D". Vari studi, tra i quali alcuni
condotti da Lay, rivelano che la velocità delle onde sismiche cambia tra i 200 e
i 300 km al di sopra del CMB, indicando la presenza di uno strato di
transizione. Altre indagini sismiche, comunque, mostrano un CMB quasi
<<pulito>>. La linea ufficiale -dice Lay- è quella che ammette la presenza al
CMB di una struttura fortemente variabile, non sempre presente.>>
Ma quali sono queste strutture?
D'un
tratto la linea ufficiale va in frantumi. <<Non c'è praticamente fine alle
teorie>> nota Lay. Secondo Jeanloz, ciò che va giù deve tornar su: come il
mantello può andare a mescolarsi col nucleo, anche materiale del nucleo può
infiltrarsi nel mantello. Egli butta là l'idea che per capillarità di
ferro possa essere assorbito dal mantello, dove formerebbe aggregazioni o, per
meglio dire, dense rocce silicatiche arricchite in ferro. Variazioni locali di
temperatura o di composizione chimica spiegherebbero l'irregolarità <<a
chiazze>> nel D". Pur senza contestare che il D" possa
ricevere materiale del nucleo, Stevenson indica altri possibili meccanismi di
mescolamento reciproco. Egli ipotizza che la base del mantello <<possa anche
essere una sorta di discarica di materiali eterogenei provenienti dal mantello
stesso>>. Questo strato potrebbe essere per sempre costituito da residui di
vecchie zolle andate in subduzione. Il D" potrebbe anche costituire
l'<<estrema dimora>> di materiali primordiali affondati attraverso il mantello,
ma troppo leggeri per poter raggiungere il nucleo. Molti colleghi fanno eco a
Stevenson. Lay aggiunge che gli effetti della temperatura e della pressione
potrebbero condizionare notevolmente la struttura fisica del D". Dato che il
fortissimo salto di temperatura e CMB, il calore proveniente dal nucleo potrebbe
causare una periodica instabilità del D". Materiale caldo e leggero potrebbe
allora staccarsi dal D" per formare un pennacchio caldo in risalita. Peter Olson
della Johns Hopkins University e molti se mi altri hanno sviluppato modelli che
mostrano come i pennacchi potrebbero assumere la forma di condotti molto stretti
e <<focalizzati>> di materiale caldo. Laddove uno di questi condotti raggiunge
la superficie si può avere la formazione di un punto caldo vulcanico.I punti caldi sono regione
vulcanicamente attive che rimangono relativamente fisse per milioni di anni
rispetto allo spostamento delle zolle litosferiche. Un punto caldo nell'oceano
Pacifico ha creato la linea delle iSole Hawaii; la sua presenza si manifesta
ancora nelle frequenti eruzioni del Kilauea. Evidentemente, di punti caldi hanno
origine da una sorgente stazionaria, e quindi estremamente profonda.
Un mantello o due?
Se i pennacchi hanno origine al CMB,
che si potrebbero trasportare tracce di materiale dal nucleo fino alla
superficie. I gas espulsi dai vulcani contengono elio 3, gas residuo della
formazione del pianeta. Una parte di questo gas potrebbe essere rimasto
intrappolato per miliardi di anni nel mantello, ma a Stevenson ipotizza che una
certa quantità possa essere passata dal nucleo nel D", da dove sarebbe stata
trascinata verso l'alto. <<Non c'è alcun modo di provarlo - egli ammette - ma
sembra ragionevole che alcuni atomi che ora si trovano alla superficie siano
stati nel nucleo fino a tempi geologici relativamente recenti>>. Anderson,
d'altro canto, vede il destino del materiale del D" da una prospettiva molto
differente. Egli argomenta che il materiale al fondo del mantello sia troppo
denso per farsi strada fino la crosta. Piccole celle convettive potrebbero
formarsi nel D". Se lo strato diviene abbastanza caldo, può risalire e poi
affondare nuovamente attraverso il mantello inferiore, <<ma questa è tutt'altra
cosa dal parlare di pennacchi che risalgono fino alla superficie>>. Il percorso
che i pennacchi seguono all'interno della Terra dipende, naturalmente, da come
avviene la circolazione nel mantello. E anche questa è oggetto di acceso
dibattito. Una scuola di pensiero sostiene che l'intero mantello venga
rimescolato da immani correnti convettive che si estende erebbero dal CMB sino
alla base della crosta. Il campo avversario vede con più favore un mantello
costituito da almeno due strati distinti caratterizzati da convezione
indipendente. Complessivamente, Stevenson stima che circa l'80-90% dei geofisici
si schieri a favore della convezione di mantello profondo. Ma Russell J. Hemley,
fisico delle alte pressioni alla Geophysical Laboratory, pensa che la tendenza
sia destinata a investirsi, dato che aumentano le prove sperimentali del fatto
che la composizione del mantello cambia significativamente con la profondità.
Molti ricercatori citano la distribuzione dei punti caldi come argomento a
favore della convezione profonda. Lavorando con Mark A. Richards di Berkeley e
Bradford H. Hager del Massachusetts dell'Institute of Technology, Dziewonski ha
dimostrato che i punti caldi superficiali sembrano trovarsi preferenzialmente in
corrispondenza delle regioni del CMB che appaiono relativamente calde nelle
mappe ottenute con la tomografia sismica, con l'implicazione stimolante che i
punti caldi fungano da sfiatatoi di questo eccesso di temperatura e che esista
un diretto legame tra il CMB e i vulcani. Le simulazioni al calcolatore
sviluppate da Glatzmeier, David Bercovici dell'Università di Hawaii e Gerald
Schubert dell'Università della California a Los Angeles fanno pensare che le
fonti di calore interno (come il decadimento radioattivo) alimentino la
convezione di grande scala, mentre il semplice riscaldamento dal basso
produrrebbe i pennacchi. Sulla base di queste simulazioni Geoffrey Davies,
esperto di punti caldi dell'Australian National University, ipotizza che la
convezione del mantello tenda a disperdere il calore del mantello stesso e che i
pennacchi disperdono invece il calore del nucleo. Se i pennacchi non provengono
dal CMB, egli sostiene, il calore proveniente dal nucleo dovrebbe dar luogo a
forti correnti ascendenti, il che in effetti non si riscontra. Anche Thomas
JOrdan, a capo del Dipartimento di scienze della Terra del Massachusetts
Istitute of Technology, ritiene che la convezione si estenda per tutto il
mantello. Jordan evita le tecniche topografiche e si concentra piuttosto sullo
studio delle onde sismiche che vengono riflesse dal CMB, al fine di cartografare
nei dettagli la struttura del mantello. Sulla base di questi studi egli immagina
un meccanismo <<a nastro trasportatore>> nel quale celle convettive di enormi
dimensioni muovono i continenti in superficie e, quasi specularmente, spostano
le irregolari masse di materiale sopra in CMB.
Chi dubita del modello di circolazione
profonda vede le cose in modo un poco differente. Gli esperimenti di Jeanloz e
Knittle implicano che il mantello inferiore sia troppo denso per avere la stessa
composizione di quello superiore. L'infiltrazione di ferro dal nucleo nel
mantello inferiore farebbe aumentare la densità sino ai livelli osservati.
Jeanloz esclude quindi che vi sia convezione profonda, in quanto essa
sconvolgerebbe questa stratificazione chimica. Inoltre il materiale del mantello
inferiore non sarebbe comunque in grado, per la sua alta densità, di risalire
più di tanto. Altri ricercatori non sono persuasi da questa linea di
ragionamento. Gruppi della State University of di New York a Stony Brook e del
Geophysical Laboratory hanno scoperto che la perovskite, il minerale prevalente
nel mantello inferiore, è ad alte pressioni assai più densa di quanto indichino
gli esperimenti di Jeanloz. Sulla base di una ricerca condotta personalmente con
celle a incudini di diamante, Hemley ritiene che il lavoro di Jeanloz sulla
densità del mantello <<necessiti di qualche modifica>>. Il comportamento del
mantello sembra divenire
particolarmente complesso nella cosiddetta zona di transizione, tra 400 e 670 km
di profondità, dove la velocità delle onde sismiche cambia bruscamente. La
profondità di questa zona sembra essere determinata dalle pressioni alle quali i
minerali del mantello superiore (in primo luogo l'olivina) vengono portati a
nuovi stati metastabili (perovskite e wustite). Le zolle e litosferiche
risucchiate nel mantello spesso sembrano piegarsi quando raggiungono la zona di
transizione, come se avessero incontrato una barriera impenetrabile. I fautori
della convezione stratificata ritengono che esista un circuito convettivo che va
dal CMB alla zona di transizione, di un altro tra la zona di transizione e la
sommità del mantello. Il materiale che si trova oltre i 670 km di profondità non
potrebbe mai raggiungere la superficie e ciò che accade al CMB influenzerebbe
solo indirettamente il mantello superiore. Anderson non vede alcuna prova del
fatto che il materiale proveniente da sotto la zona di transizione sia coinvolto
direttamente in fenomeni superficiali. Egli rileva come dovrebbe essere più
facile per i pennacchi formarsi a 670 km, dove si possono attingere al calore
proveniente dalla maggior parte del mantello, piuttosto che al CMB, dove il
nucleo è la sola sorgente di calore. Egli nota inoltre, in base alla
composizione delle lave dei diversi vulcani, come il mantello non sia omogeneo,
cosicché non vi è bisogno di chiamare in causa il materiale dragato dal nucleo.
Un'ipotesi intermedia?
Ma la geofisica della Terra profonda
resta un campo di indagine molto soggetto ai tentativi e quelli che sulle prime
sembrano aspri conflitti spesso si stemperano in sfumati disaccordi di
interpretazione. Lay suggerisce che la regione calda del mantello inferiore
possa comportarsi come una sorta di <<zolla calda>> che produrrebbe
corrispondenti regioni calde nel mantello superiore, pur senza mescolamento fra
i due strati. Jeanloz ammette onestamente che <<il modello di convezione
nell'intero mantello potrebbe essere giusto>>. Più probabilmente, egli pensa,
<<La realtà si situa da qualche parte tra un'ipotesi e l'altra>>. Per esempio,
il mantello potrebbe essere stratificato chimicamente in modo da permettere a
parte del materiale di salire al di sopra di scendere al di sotto dello strato
di transizione a 670 km di profondità. Philippe Machetel e Patrice Weber, del
Groupe de Recherce de Géodesìe Spatiale di Tolosa, hanno sviluppato un
dettagliato modello al calcolatore per studiare questa possibilità. A differenza
del modello tridimensionale messo a punto da Glatzmaier, Schubert e Bercovici,
il gruppo francese opera su sezioni bidimensionali. Riducendosi alle due
dimensioni, però, essi hanno disimpegnato potenza del calcolatore così da
potersi permettere di esplorare più nei dettagli le proprietà fisiche del
mantello, comprese quelle che sono controllate dalle variazioni di temperatura e
di pressione.
Utilizzando le equazioni plausibili
per il comportamento dei minerali del mantello alla zona di transizione,
Machetel e Weber vedono a 670 km di profondità un processo di accumulo di
materiale che poi, una volta raggiunto lo stato critico, sarebbe in grado di
attraversare la barriera nei due sensi.
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Il modo in cui avviene la convezione
nel mantello ha larghe implicazioni per l'evoluzione chimica della Terra. Hager
ipotizza che il mantello profondo sia estremamente viscoso, cosicché qualunque
processo di mescolamento profondo avverrebbe con grande lentezza. Usando dati
come quelli relativi al flusso di calore attraverso il mantello e alla velocità
di spostamento delle zone e litosferiche, Hager e colleghi hanno calcolato che
il mantello inferiore è 30 volte più viscoso di quello superiore.
Se Hager ha ragione, il mantello
profondo può circolare con lentezza sufficiente - forse un circuito convettivo
in un miliardo di anni - da lasciare praticamente indisturbate ampie sacche del
mantello, che in tal modo avrebbero conservato in gran parte la stessa
composizione che avevano alla formazione del pianeta, 4, 5 miliardi di
anni fa. Queste sacche potrebbero essere i <<serbatoi primordiali>> chiamati in
causa dal Stevenson per spiegare la fuoruscita di elio 3 attraverso le eruzioni
vulcaniche.
Anderson suggerisce che sorgenti nel
mantello, ben localizzate, possano facilmente spiegare i quantitativi osservati
di elio 3.
Stevenson non esclude, comunque,
che la convezione nel mantello fosse più vigorosa nel passato, quando la Terra
era più calda, il mantello meno viscoso e la dispersione di calore più rapida.
Nel regno del nucleo
La continua tendenza della Terra ad
disperdere il suo calore interno, così come influenza la superficie, si
ripercuote anche sulla parte più interna, il denso nucleo ferroso. Dal lato
superiore, la circolazione del nucleo esterno è condizionata da regioni calde e
fredde presenti nel mantello inferiore, relativamente stazionario. Il nucleo
esterno, liquido, presenta flussi di parecchi chilometri all'anno, circa un
milione di volte più rapidi di quelli nel soprastante mantello. Alla base, il
nucleo esterno assorbe calore dal misterioso nucleo interno. Con il lento
raffreddamento del nucleo esterno, i cristalli di ferro si separano dalla parte
liquida e vanno a situarsi alla sommità del nucleo interno, liberando calore nel
contempo. Il nucleo interno si sarebbe dunque accresciuto nel corso della storia
del pianeta. Nonostante l'altissima temperatura, pari a circa quella della
superficie solare, le enormi pressioni fanno sì che il nucleo interno rimanga
solido. Anche qui, comunque, il calore si disperde gradualmente verso l'esterno.
I recenti studi tomografici confermano
che il nucleo interno, come il mantello, presenta lenti moti convettivi
associati al raffreddamento. Il rapido flusso del nucleo esterno è addirittura
rilevabile e ben al di fuori del pianeta. I geofisici concordano generalmente
che il flusso fluido nel nucleo esterno generi una corrente elettrica,
all'origine del campo magnetico terrestre. Se è così, allora si possono
<<ascoltare>> gli sciabordii del nucleo esterno semplicemente osservando
l'orientazione di un ago magnetico molto sensibile. In linea di principio
dovrebbe essere possibile lavorare al contrario e risalire alle condizioni del
nucleo misurando la configurazione e il comportamento del campo alla superficie.
Questo è ciò che Bloxham ad Harvard cerca di fare. Egli studia un mondo molto
più attivo di quello visto dai sismologi. I cambiamenti nel nucleo esterno
avvengono sulla scala dei decenni, a differenza di quelli del mantello che si
svolgono nell'arco di milioni di anni. Nel corso degli ultimissimi secoli la
principale componente Nord-sud (di dipolo) del campo geomagnetico si è
notevolmente indebolita e l'intero campo ha subito una deriva verso ovest. Su
più lunghi periodi di tempo, il campo decadde periodicamente e quindi si
riprende, invertendo la sua polarità. Bloxham azzarda un'analogia un po' debole
tra il suo lavoro e le previsioni meteorologiche. L'esame del tempo atmosferico
a un dato momento rivela sono le condizioni immediate di temperatura, umidità e
il vento. Ma seguire l'evoluzione del tempo per alcuni giorni dà moltissime
informazioni sul comportamento dell'atmosfera, il flusso delle masse d'aria, lo
spostamento delle tempeste per così via. Allo stesso modo, seguire i
cambiamenti graduali del campo magnetico terrestre rende possibile risalire al
<<clima>> del nucleo esterno.Bloxham, per affrontare questo problema, ha unito i
suoi sforzi a quelli di altri studiosi del campo geomagnetico: David Gubbins
dell'Università di Leeds e Andrew Jackson, già ad Harvard e ora all'università
di Oxford. Come primo passo di essi hanno vagliato i dati del campo magnetico
terrestre risalenti fino al termine del diciassettesimo secolo. Hanno quindi
utilizzato varie tecniche matematiche per proiettare questi valori sulla
superficie del nucleo. In questo modo, essi hanno prodotto mappe del flusso
magnetico al limite mantello-nucleo che coprono quasi tre secoli. Una seconda
tornata di calcoli li ha messi in grado di ricostruire il flusso alla superficie
del nucleo che produce il
campo magnetico osservato.Spesso i vecchi manuali
rappresentavano il campo magnetico terrestre come quello di un enorme magnete a
barra leggermente spostato rispetto al centro della Terra. Le mappe di Bloxham
annullano quell'immagine, sostituendola con colorate configurazioni di isolinee,
tracciate nei soliti rossi e blu dei geofisici. I colori definiscono regioni di
popolarità positiva e negativa. Perfino la distinzione fra polo Nord e sud non è
più così semplice. Bloxham trova che chiazze a polarità
inversa sono presenti in tutti e due gli emisferi. L'asimmetria del campo
complessivo sembra risultare da un irregolare distribuzione di queste chiazze di
polarità anomala, o macchie del nucleo. Queste evolvono notevolmente nel corso
di pochi decenni, riflettendo la rapida circolazione del nucleo esterno. Ma,
come spiega Bloxham, <<La comparsa in superficie delle macchie del nucleo è
quasi certamente influenzata dalla presenza di punti caldi nel mantello>>. I
mantello si muove così lentamente da essere praticamente del tutto privo di moto
rispetto al nucleo, ma la presenza di regioni calde nel mantello potrebbe
incentivare una convezione particolarmente intensa nel sottostante materiale del
nucleo. Le mappe ottenute con la tomografia sismica mostrano regioni di
materiale caldo e freddo del mantello immediatamente al di sopra del nucleo,
forse associate con la risalita o la discesa di materiale. Secondo Bloxham e
Jackson alcune regioni di rapido flusso del nucleo e di polarità anomala -
segnatamente al di sotto dell'Africa - sembrano essere correlate a regioni calde
individuate attraverso la tomografia sismica. Sfortunatamente, le mappe sismiche
diventano abbastanza dubbie a profondità così grandi, cosicché ogni
considerazione sulla temperatura deve essere presa cum grano salis.
Bloxham si era reso conto che, invertendo il problema, egli poteva ottenere sue
indipendenti valutazioni della temperatura alla sommità del nucleo esaminando la
configurazione del campo. Per esempio, una regione di mantello relativamente
calda appena sopra il nucleo dovrebbe incentivare la risalita di materiale e
un'attività magnetica particolarmente intensa, mentre una regione di mantello
fredda indurrebbe flussi discendenti e attività magnetica ridotta. Sulla base di
questa idea, Bloxham e Jackson hanno dedotto le temperature al CMB. Le mappe che
ne sono risultate concordano approssimativamente con le mappe della temperatura
prodotte con la tomografia sismica, per quanto le molte discrepanze mostrino
come entrambe le metodologie abbiano ancora molta strada da fare.
Non per questo si deve pensare che qui
sia tutto fumo e giochi di specchi. Lo scorso inverno, al convegno di San
Francisco alla American Geophysical Union, Jackson ha presentato una
dimostrazione grafica sulle potenzialità della cartografia del campo magnetico.
Se il campo magnetico è prodotto da flussi nel nucleo, questi flussi dovrebbero
fare attrito al limite con il mantello, influenzando lievemente la rotazione
della Terra. Dopo un rapidissimo
excursus di calcoli, egli ha prodotto nello spazio di un giorno un
grafico dei cambiamenti previsti nello spazio. Dopodiché ha mostrato una
rappresentazione dei cambiamenti reali, determinati a astronomicamente e
corretti per gli effetti atmosferici. La corrispondenza era persuasiva.Per
esaminare il nucleo interno occorre tornare alle tecniche di indagine usate per
il mantello. I primi scorci sul nucleo interno si
sono aperti grazie agli studi tomografici sulle oscillazioni libere della Terra.
L'energia di terremoti o di grandi esplosioni fa risuonare la Terra come una
campana. Se la Terra fosse omogenea in tutte le direzioni, oscillerebbe
all'unisono in ogni sua parte. Di fatto, la Terra ha forma leggermente ellittica
e il mantello è variabile in composizione e temperatura da punto a punto, così
che la configurazione delle oscillazioni si complica notevolmente. Dopo avere
tenuto conto di questi fattori, rimanevano da spiegare alcune distorsioni nelle
oscillazioni libere. Dai modelli di oscillazione studiati, il sessuologo John H.
Woodhouse di Oxford ha concluso che le distorsioni hanno origine nel nucleo
interno (un gruppo di sismologi del Caltech contesta comunque a questa
conclusione). Egli difende a spada tratta quella che ritiene <<una spiegazione
del tutto ovvia>>. Essendo i cristalli di ferro essi stessi asimmetrici, le onde
sismiche si propagheranno più velocemente nella direzione di allineamento con i
cristalli. Un allineamento preferenziale dei cristalli di ferro nel nucleo
interno potrebbe spiegare il segnale osservato. Ma che cosa potrebbe fare in
modo che i cristalli si allineino? Ancora una volta entra in scena Jeanloz. Pur
ammettendo che <<realizzare un modello dettagliato del nucleo è al di là delle
possibilità di chiunque>>, Jeanloz non può resistere alla tentazione di
immaginare che un tale allineamento sia effetto di convezione nel nucleo
interno. Egli si aspetta che il movimento sia estremamente lento, forse di pochi
centimetri all'anno. Ma queste correnti potrebbero bastare a determinare
un'orientazione preferenziale per i cristalli di ferro nel nucleo interno. Woodhose è d'accordo che un simile
processo di convezione sembri ragionevole. La convezione modificherebbe
leggermente la forma del nucleo interno (e quindi le correnti e i cristalli)
causandone l'allineamento con l'asse di rotazione. È certo che l'orientazione
del nucleo interno, dedotta dallo studio delle oscillazioni libere, rimane entro
20° dall'asse di rotazione della Terra.
Terre passate e future
Da nucleo interno fino alla
superficie, l'attività dinamica della Terra è controllata dal calore. Pertanto,
come ogni macchina termica, la Terra deve essere destinata a esaurirsi. A ogni
modo, la previsione del futuro è notoriamente un campo minato. In particolare,
la distinzione tra convezione di mantello profondo e convezione stratificata ha
profonde implicazioni sul destino ultimo della Terra. Un mantello superiore che
non si mescoli con lo strato sottostante potrebbe fungere da coperta isolante e
trattenere il calore interno. La convezione profonda potrebbe materiale caldo
direttamente a contatto con la base della crosta terrestre, permettendo un
mantello di raffreddarsi molto più velocemente. Se così è accaduto, la Terra
potrebbe essere cambiata notevolmente nella sua storia di 4, 5 mld di anni. I segni del comportamento passato del
nostro pianeta a condizione di essere compresi correttamente, possono
indubbiamente permettere di azzardare uno sguardo al futuro. Norman Sleep,
geofisico della Standford University, tra i fautori della convezione profonda,
immagino una Terra antica dal mantello notevolmente più caldo, meno viscoso e
agitato da circolazione più intensa. Se così è, i salto di temperatura al CMB
sarebbe stato molto meno netto e i pennacchi sarebbero stati meno pronunciati o
addirittura inesistenti. Sleep osserva come, di fatto, non vi siano prove che il
vulcanismo di punto caldo sia più antico di 1, 3 mld di anni Anderson parte dalle stesse
considerazioni, ma approda a una conclusione assai diversa. Egli sostiene che è
molto difficile identificare punti caldi o effusioni basaltiche più vecchi di un
miliardo di anni. Entro questi limiti di tempo, egli non vede segni di declino
nell'attività dei punti caldi, coerentemente al modello di convezione
stratificata. Per il futuro, Jeanloz, con la sua
naturale predisposizione al drammatico, ritiene che <<la Terra sarà ancora
attiva quando verrà consumata dal Sole>>, a circa 5 miliardi di anni. Anderson
concorda, osservando che la Terra si è raffreddata di soli 200 °C nell'ultimo
miliardo di anni, cosa che egli attribuisce in parte alla convezione
stratificata. Sleep ha un punto di vista più
pessimistico. Raffreddandosi il mantello diverrà sempre più rigido e sempre meno
mobile. <<Nel prossimo miliardo di anni, il movimento delle zolle rallenterà o
cesserà del tutto>> e gli profetizza con aria di rassegnazione. I continenti si
fisseranno in posizioni permanenti e l'erosione spianerà gradualmente le grandi
catene montuose i pennacchi continueranno ad arrivare in superficie e
costituiranno la via principale di dissipazione del calore interno. Gli scienziati forse non dovranno
attendere un miliardo di anni per verificare queste previsioni. Già ora possono
osservare quella che forse sarà la Terra del futuro: il pianeta Venere. Le
immagini di Venere ottenute dalla sonda Magellan rivelano un pianeta
butterato da vulcani, ma privo di segni di una tettonica delle zolle di tipo
terrestre. Venere, come la futura Terra, <<sembra essere dominato dalla presenza
di grandi e lenti pennacchi>>, come afferma Sleep. Paradossalmente, data l'alta
temperatura della sua superficie, il pianeta potrebbe essersi raffreddato più
rapidamente della Terra.
Nonostante una notevole serie di
progressi tecnologici di concettuali per rendere possibili tutte queste
speculazioni, la geofisica della Terra profonda è una giovane disciplina,
inevitabilmente soggetta alle incertezze. La tomografia sismica, che ha permesso
un notevole allargamento di vedute sulla struttura della Terra, ha molti
critici. Jordan, per esempio, dà voce all'opinione secondo cui questa tecnica
<<sì è completamente sgonfiata>>. I fisici delle alte pressioni di Berkeley,
Stony Brook e del Geophysical Laboratory mettono in discussione gli uni i lavori
degli altri i ricercatori disputano sui pregi dei modelli tridimensionali
rispetto a quelli in tre dimensioni. Quasi tutti concordano sulla necessità di
ottenere maggiori informazioni sul comportamento dei minerali ad alte
temperature e pressioni. Thomas Ahrens, studia la fisica della
Terra profonda al Caltech, si assume il ruolo di scettico tout court.
Egli rileva che nel mantello inferiore le diverse mappe tomografiche
<<semplicemente non corrispondono fra loro>>. Inoltre disdegna le
<<estrapolazioni>> con cui si vogliono far valere per il mondo reale gli
esperimenti di Jeanloz con le incudini di diamante. Ahrens nota come la ricerca
debba assolutamente risolvere <<il netto divario tra la Terra e il
laboratorio>>. Nondimeno il tono generale e
fortemente improntato all'entusiasmo. <<E' notevolissimo il fatto di poter
guardare nel nucleo interno>> dice Bloxham. Jordan considera i recenti progressi
nell'analisi delle onde sismiche <<assolutamente rivoluzionari>>. Jeanloz si
esprime in termini analoghi per descrivere le nuove tecnologie per lo studio
delle alte pressioni, ma le sue parole suonano ugualmente entusiastiche per
<<quanto emerge sul versante della fisiologia e del geomagnetismo>>. Una serie di legami teorici connette
ormai la deriva dei continenti, i terremoti, il campo geomagnetico e i vulcani.
E lo studio dei diversi tipi di fenomeni potrà quindi sempre più profondamente
contribuire alla comprensione della dinamica interna del nostro pianeta.
quelli della via lattea
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