Il modello del big bang descrive l'universo primordiale come entità
straordinariamente semplice. Anche se il comportamento previsto dalla
teoria è regolato solo dalla relatività generale, dal modello standard della
fisica delle particelle e dalle modalità della distribuzione di energia previste
dalla termodinamica di base, essa sembra descrivere in maniera del tutto
adeguata la <<palla di fuoco>> primordiale. I nuclei atomici formatisi durante i
primi istanti di vita dell'universo, forniscono preziosi indizi per chiarire sia
lo svolgersi degli eventi iniziali sia la composizione e la struttura del cosmo
attuale. Il big bang generò un universo composto quasi interamente da
idrogeno e elio. Il deuterio venne sintetizzato solo nei primi istanti
dell'universo; esso rappresenta quindi un marcatore particolarmente importante.
Il rapporto tra atomi di deuterio e atomi di idrogeno dipende fortemente sia
dalla uniformità sia dalla quantità totale della materia formatasi nel big bang.
In anni recenti gli astronomi hanno potuto effettuare per la prima volta
misurazioni affidabili e dirette del deuterio in antiche nubi di gas; i
risultati potrebbero fornire un metodo preciso per verificare la cosmologia del
big bang. L'espansione dell'universo sembra essere cominciata tra i 10 e i 20 mld di anni fa. Quando il
cosmo aveva un età di solo un secondo, la sua temperatura era di 10 mld di
kelvin, 100 volte superiore a quella del nucleo del nostro sole. A questa
temperatura, le distinzioni fra i tipi diversi di materia ed energia non erano
definite come oggi; le particelle subatomiche come neutroni e protoni si
trasmutavano continuamente le une nelle altre, eccitate da interazioni con gli
abbondantissimi elettroni, positroni e neutrini ad alta energia. I
neutroni sono però leggermente più pesanti dei protoni; al procedere del
raffreddamento, gran parte della materia si assestò nella forma più stabile di
protoni. Come conseguenza, quando la temperatura scese al di sotto di 10 mld di
kelvin e la trasmutazione cessò, i protoni erano in numero sette volte maggiore
dei neutroni. Quando l'universo aveva un età di alcuni minuti (e una temperatura
di circa un mld di kelvin), protoni e neutroni iniziarono a unirsi per formare
nuclei. Ciascun neutrone trovò un partner neutronico, dando origine a una
coppia chiamata 'deuterone', e a loro volta quasi tutti i deuteroni si
accoppiarono per formare nuclei di elio, i quali contengono due neutroni e due
protoni. All'epoca in cui si formò l'elio primordiale, la densità
dell'universo era ormai troppo bassa per consentire a ulteriori reazioni di
fusione di sintetizzare elementi più pesanti nel tempo disponibile; di
conseguenza, quasi tutti i neutroni furono incorporati in nuclei di elio.
Senza neutroni che li tengano uniti, i protoni non possono legarsi in nuclei a
causa della repulsione elettrostatica. Dato che la quantità di neutroni
generata nella palla di fuoco primordiale era limitata, sei protoni su sette
avrebbero dovuto rimanere in forma di nuclei di idrogeno isolati. Come
conseguenza, il modello del big bang prevede che circa un quarto della massa
della materia normale dell'universo sia costituita da elio e gli altri tre
quarti di idrogeno. Questa semplice previsione è in ottimo accordo con le
osservazioni. Poiché l'idrogeno è il principale combustibile delle stelle,
la sua prevalenza permette l'esistenza del sole e degli astri. Durante la
formazione dei nuclei di elio, forse solo un deuterone su diecimila rimase
non accoppiato. Una frazione ancora minore si fuse dando origine a nuclei
più pesanti dell'elio, come il litio. (Gli altri elementi del sistema
periodico, vennero sintetizzati più tardi, all'interno delle stelle.) Le
percentuali esatte di elio, deuterio e litio dipendono da un solo
parametro; il rapporto fra barioni - un termine che include sia protoni e sia
neutroni - e fotoni. Il valore di questo rapporto, chiamato h,
essenzialmente non varia con l'espansione dell'universo; dato che si può
misurare il numero di fotoni, la conoscenza di h ci dice quanta materia esiste.
Questo valore è importante per comprendere l'evoluzione successiva
dell'universo, perché può essere confrontato con la quantità effettiva della
materia osservabile nell3e stelle e di gas nelle galassie, nonché con l'enorme
quantità di materia oscura invisibile. Perché nel big bang venissero prodotte le
percentuali osservate di elementi leggeri,
h doveva essere molto piccolo. L'universo conterebbe meno di un
barione per ogni miliardo di fotoni. La temperatura della radiazione
cosmica di fondo ci informa direttamente sul numero di fotoni residui del
big bang; attualmente vi sono circa 411 fotoni per centimetro cubo.
Pertanto i barioni dovrebbero avere uina densità di poco inferiore a 0,4 per
metro cubo.
Sebbene i cosmologi sappiano che h
è piccolo, le stime del suo valore esatto attualmente differiscono quasi di un
fattore 10. Gli indicatori più affidabili di h sono le concentrazioni di
degli elementi leggeri primordiali, e in particolare del deuterio. un
aumento di 5 volte di h per esempio, comporterebbe un decremento di ben 13 volte
nella quantità di deuterio sintetizzato. L'esistenza del deuterio pone un
limite superiore a h perché il big bang è stato probabilmente la fonte primaria
di questo isotopo, che in seguito è stato gradualmente distrutto dai processi
che avvengono nelle stelle. La nucleosintesi nel big bang è durata solo
pochi minuti, ma le reazioni di fusione nelle stelle proseguono per milioni o
miliardi di anni; di conseguenza il deuterio presente in esse viene convertito
in elio o in elementi più pesanti. Tutto il deuterio che si osserva oggi
deve quindi essersi formato nel corso del big bang. La determinazione del
rapporto fra deuterio e idrogeno primordiali potrebbe fornirci informazioni
utili, ma è irta di ostacoli, il primo dei quali è la complessità dell'universo
attuale. Gli astronomi possono misurare il deuterio nelle nubi
interstellari di idrogeno atomico della Via Lattea, ma la "fragilità" di questo
isotopo spinge a diffidare dei risultati. La Via Lattea è una galassia di mezza
età il cui gas è stato elaborato più volte nel corso dei 10 mld di anni della
storia galattica. La combustione del deuterio avviene molto facilmente,
anche nell'involucro delle stelle e nel corso delle prime fasi di evoluzione
prestellare. Le stelle espellono gli strati più esterni nello spazio
al termine del loro ciclo di vita, e il gas presente oggi nella Via Lattea è
stato più volte incorporato in stelle e quindi espulso. Di
conseguenza, l'osservazione di nubi di gas vicine può indicare solo un limite
inferiore per l'abbondanza del deuterio primordiale. L'ideale sarebbe
poter disporre di materia primordiale intatta, mai sottoposta a evoluzione
chimica. Anche se, ovviamente, non è possibile studiare questa materia in
laboratorio, possiamo stabilirne la composizione osservando il suo effetto sullo
spettro della luce provenienti da sorgenti lontane. I quasar - gli oggetti
più luminosi dedl cosmo - sono così lontani che la luce che vediamo oggi venne
emessa quando l'universo aveva meno di un quarto della dimensione attuale e
forse un decimo dell'età. Lungo il cammino che percorre fino a noi, la
luce dei quasar attraversa nubi di gas che non si sono ancora condensate in
galassie, e la radiazione che queste assorbono fornisce indicazioni sulla loro
composizione. Alcune delle nubi individuate in questo modo contengono meno
di un millesimo della quantità di carbonio e silicio (entrambi prodotti dalla
fusione stellare) presente nello spazio circostante: una buona indicazione del
fatto che esse mantengono una composizione molto vicina a quella che avevano
immediatamente dopo il big bang. Vi è un altro vantaggio nell'osservazione di
oggetti così lontani. Il componente principale di queste nubi, l'idrogeno
atomico, rivela la prpria presenza in un gruppo di righe di assorbimento ben
definite nella regione ultravioletta dello spettro, la cosidetta serie di Lyman.
Ciascuna di queste righe corrisponde alla lunghezza d'onda di un fotone che ha
esattamente l'energia necessaria per eccitare l'elettrone di un atomo di
idrogeno portandolo a un livello energetico eccitato. Dato che la serie di
Lyman si trova nell'ultravioletto lontano, le righe non sono osservabili da
terra a causa dell'assorbimento atmosferico; persino la riga più rossa (che è
anche la più evidente), la Lyman alfa, appare alla lunghezza d'onda di 121, 5
nanometri. Fortunatamente l'espansione dell'universo causa uno spostamento
cosmologico verso il rosso (redshift) che incrementa la lunghezza d'onda
apparente dei fotoni che giungono a terra fino al punto in cui le righe di
assorbimento dell'idrogeno presente in nubi sufficientemente lontane vengono a
cadere nella regione visibile dello spettro. La riga di Lyman alfa compare
centinaia di volte nella luce di un tipico quasar; ogni "copia" è prodotta da
una nube diversa posta sulla linea di vista, aq redshift differenti e quindi a
differenti lunghezze d'onda. Lo spettro che ne risulta può essere visto come una
fetta stratificata di storia del cosmo, qualcosa di analogo agli anelli di
accrescimento degli alberi o alle carote di ghiaccio della Groenlandia; negli
spettri di assorbimento dei quasar è scritta la storia della trasformazione che
ha condotto dal gas uniforme prodotto dal big bang fino alle galassie che oggi
vediamo disperse in un volume enorme di spazio.
Questa molteplicità spettrale offre un
altro modo per verificare il carattere primordiale della materia assorbente: il
modello del big bang prevede che tutte le nubi di gas dell'universo
primitivo debbano avere più o meno tutte la stessa composizione.
Misurando l'abbondanza dei vari elementi in nubi lontane, separate l'una
dall'altra da grandi distanze sia nello spazio sia nel tempo, dovremmo riuscire
a mettere direttamente alla prova l'ipotesi dell'uniformità cosmica. Per
alcune di queste nubi possiamo determinare, dallo spettro dei quasar, sia la
quantità di idrogeno sia quella di deuterio. Il segnale del deuterio può
essere differenziato perché la massa più grande del nucleo di questo isotopo
aumenta l'energia richiesta per le transizioni atomiche di circa una parte su
4000 (ossia due volte il rapporto fra la massa del protone e quella
dell'elettrone). Di conseguenza, lo spettro di assorbimento del deuterio è
simile a quello dell'idrogeno, ma tutte le righe presentano tutte uno
spostamento verso il blu equivalente a quello che sarebbe prodotto da un moto di
82 km al secondo in direzione dell'osservatore. Nelle misurazioni
spettrografiche delle nubi di idrogeno il deuterio si manifesta come una lieve
"eco" spostata verso il blu, del segnale dell'idrogeno. Questi spettri
permettono di risalire alla distribuzione di velocità e temperatura degli atomi.
Quando si propagano a velocità differenti, gli atomi assorbono luce di lunghezze
d'onda leggermente diverse per l'effetto Doppler, che altera la lunghezza d'onda
apparente della luce in base al moto relativo dell'oggetto che trasmette e
quello che riceve. I moti termici casuali impartiscono agli atomi di
idrogeno una velocità di circa 10 km/s , provocando uno spostamento della
lunghezza d'onda di circa una parte su 30mila; dato che il loro peso è il
doppio, gli atomi di dwuterio alla stessa temperatura si muovono a soli 7 km/s,
e quindi hanno una distribuzione di velocità leggermente differente. I
moderni spettrografi, sono in grado di risolvere queste differenze di velocità,
come pure i moti collettivi a scala più grande.
Sebbene gli strumenti di misurazione cosmologica oggi
siano all'avanguardia, ci sono ancora difficoltà oggettive nel recepire dati di
genere discreto. Dopo molti tentativi infruttuosi condotti su telescopi
più piccoli, Antoinette Songaila e Lennox Cowie dell'università delle Hawaii,
ottennero finalmente, nel novembre 1993, di dedicare a questo progetto una notte
di osservazioni con il Keck. Essi puntarono lo strumento su 0014+813, un quasar
celebre fra gli astronomi per la sua luminosità; per alcuni anni esso aveva
detenuto il primato di oggetto più brillante dell'universo. Da studi precedenti
si sapeva che di fronte a questo quasar si trova una nube di gas assai poco
evoluta. Il primo spettro ottenuto solo dopo poche ore era di qualità tale
da mostrare indizi credibili per la presenza di deuterio. Lo spettro
evidenziava righe di assorbimento dell'idrogeno in moto a velocità diverse e
mostrava una eco quasi perfetta della riga di Lyman alfa, con il caratteristico
spostamento verso il blu del deuterio. L'entità dell'assorbimento
riscontrabile in questo secondo segnale è pari a quella che sarebbe prodotta da
circa due atomi di deuterio su 10.000 di idrogeno. Il risutato è stato in
seguito confermato indipendentemente da Robert F. Carswell dell'Università di
Cambridge e colleghi, che hanno utilizzato dati ottenuti con il telescopio
Mayall da 4 metri del Kitt Peak National Observatory in Arizona. Una successiva
analisi ha rilevato che le righe di assorbimento del deuterio effettivamente
mostrano una dispersione di velocità dovuta a moti termici insolitamente
ristretta, come previsto. Una parte dello spettro di assorbimento potrebbe
essere dovuta all'interposizione casuale di una piccola nube di idrogeno che si
allontana da noi a una velocità di 82 km/s inferiore rispetto a quella della
nube principale; in questo caso, l'abbondanza reale del deuterio sarebbe
inferiore a quanto si pensi. Sebbene, a priori, la probabilità di una simile
coincidenza appaia davvero piccola, dobbiamo considerare preliminare la stima
ottenuta. Tuttavia l'efficacia della nostra tecnica è chiara. Grazie a essa si
può studiare l'assorbimento di nubi poste di fronte a molti altri quasar e
realizzare in poco tempo una campionatura statistica del deuterio nella materia
primordiale. Uno dei risultati più interessanti è stato fornito da una
misurazione compiuta da David Tytler e Scott Burles dell'Università della
California a San Diego e da Xiao-Ming Fan della Columbia University, che hanno
ottenuto un rapporto fra deuterio e idrogeno più basso quasi di un fattore 10
rispetto alla nostra stima. Resta da vedere se il loro risultato rappresenta il
vero valore primordiale: una abbondanza così bassa potrebbe essere il risultato
della combustione di deuterio in stelle primordiali o un indicazione del fatto
che la sintesi di questo isotopo potrebbe non essere stata uniforme come prevede
il modello del big bang. Se invece il nostro valore più elevato fosse quello
corretto, la quantità di deuterio primordiale si accorderebbe molto bene con le
previsioni standard del modello del big bang per un valore di m
di circa due barioni ogni 10mld di fotoni. Per questo valore di m, le previsioni
del modello sono anche in accordo con la quantità di litio osservata nelle
stelle più vecchie e con le stime dell'elio primordiale ricavate
dall'osservazione di galassie vicine povere di elementi metallici. La conferma di questo risultato sarebbe
un evento straordinario, in quanto dimostrerebbe che i cosmologi hanno
interpretato esattamente quanto accade solo un secondo dopo l'inizio
dell'espansione dell'universo. Inoltre indicherebbe che la storia della materia
lontana è simile a quella della materia nella nostra regione di spazio, come è
postulato dal più semplice fra i modelli dell'universo. Questa stima dim
concorda ragionevolmente bene con il numero di barioni che oggi
si osservano effettivamente nell'universo. La densità osservata di fotoni
implica che vi sia all'incirca un atomo ogni 10 metri cubi di spazio. E' circa
lo stesso valore che si ottiene considerando tutta la materia contenuta nel gas,
nelle stelle, nei pianeti e nella polvere cosmica , compresi i quasar stessi;
pertanto, non esiste un grande <<deposito>> di barioni invisibili. Nello stesso
tempo, le osservazioni fanno pensare che sia necessaria un enorme quantità di
materia oscura per spiegare il comportamento gravitazionale delle galassie e dei
loro aloni; sembra che la densità di questa materia debba essere almeno 10 volte
superiore alla densità media dei barioni visibili. Così, l'alta abbondanza di
deuterio che abbiamo rilevato indica che questa massa non è costituita da
materia atomica ordinaria. Sono stati proposti molti candidati per queste forme
non barioniche di materia oscura. Per esempio, il modello del big bang prevede
che nell'universo debba esistere una quantità di neutrini circa uguale a quella
dei fotoni. Se ognuno di essi avesse una massa anche solo di qualche
elettronvolt ( ossia ad alcuni miliardesimi di quella del protone), i neutrini
costituirebbero una quantità di materia paragonabile a quella di tutti i
barioni. E' anche possibile che nell'universo primordiale sia stato generato
qualche tipo di particella che non siamo mai riusciti a prdurre in laboratorio.
In ogni caso, il modello del big bang, solidamente basato sulle
osservazioni, fornisce un quadro di riferimento adeguato per prevedere le
conseguenze astrofisiche di queste nuove teorie.
quelli della via lattea
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