"La luminosità e la lunghezza del periodo sono così strettamente
legate che conoscendone una, se ne può dedurre il valore approssimato
dell'altra. Per una diminuzione di una magnitudine nella luminosità al massimo o
al minimo, il logaritmo del periodo aumenta di circa 0,48.."
Con queste parole apparse nel 1911 nel 19° numero della rivista Popular
Astronomy, ad opera dell'astronoma americana Henrietta Swan Leavitt, venne ufficialmente
diffusa una delle più affascinanti scoperte dell'astronomia del nostro secolo:
l'esistenza di una relazione che lega il periodo alla luminosità assoluta delle
variabili Cefeidi. In realtà però, l'indagine aveva avuto inizio parecchi
anni prima. Da anni la situazione peruviana dell'osservatorio di Harvard
effettuava delle fotografie delle Nubi di Magellano, fotografie che
finivano poi sul tavoilo di lavoro di miss Leavitt. Dal confronto tra fotografie
prese in tempi diversi, si notava che alcune stelle cambiavano periodicamente la
loro luminosità e pazientemente Henrietta esaminava una dopo l'altra centinaia
di
lastre, annotando con diligenza le
osservazioni.
Ricostruì così le curve di luce di queste stelle variabili e si rese conto di un
fatto estremamente importante, le stelle che avevano periodi più lunghi
apparivano anche come le più luminose. A cominciare da delta Cephei, la
prima " Cefeide", nota già nel lontano 1784 dall'astronomo inglese John
Goodricke, si conoscevano allora molte stelle di questo tipo nella Via Lattea.
Come mai dunque era stato necessario spingersi fino alle Nubi di Magellano
per osservare questa relazione? La risposta è immediata: la luminosità che noi
osserviamo (detta apparente) dipende dalla distanza a cui si trova la stella, e
poiché nella galassia le Cefeidi si trovano ciascuna a una diversa
distanza da noi, anche le loro luminosità apparenti sono altrettanto disperse.
Per quanto riguarda le Nubi di Magellano, invece, oggi sappiamo che si
tratta di due galassie irregolari, esterne alla nostra, sebbene a quell'epoca
l'esistenza di galassie esterne era "fantascienza" o quasi. Si erano osservate,
oltre alle Nubi, anche molte altre "nebulose", ma si ignorava ancora quale
posizione occupassero nel sistema stellare. Si trattava cioè, di oggetti
interstellari oppure le nebulose si trovavano alla periferia del sistema?
Comunque le piccole dimensioni angolari delle Nubi portavano a concludere
che si trattasse di aggregati molto piccoli oppure molto lontani. In entrambi i
casi era perfettamente lecito assumere che tutte le stelle ivi osservate si
trovassero praticamente alla stessa distanza da noi. Allora, se una stella
appariva meno luminosa di un'altra, questo non poteva imputarsi a un effetto di
lontananza, ma proprio alla sua luminosità intrinseca. La relazione che
Henrietta Leavitt aveva osservato esistere tra il periodo e la magnitudine
apparente, doveva dunque corrispondere in realtà una relazione tra il periodo e
la magnitudine assoluta. L'importanza di questo fatto appare immediatamente: se
si fosse riusciti a conoscere, oltre alla "pendenza" della relazione, anche il
suo "punto zero", cioè non solo di quanto si modifica la luminosità quando cambia il periodo, ma
quale sia effettivamente la magnitudine assoluta corrispondente a ciascun valore
del periodo, si sarebbe potuto usare la relazione per ricavare la luminosità
intrinseca. Di conseguenza, dal confronto con quella apparente, si sarebbe
ottenuta la distanza delle nostre stelle. Ovviamente dalla distanza delle
Cefeidi a quella dell'aggregato in cui si trovano il passo è breve,ed
infatti questo metodo è oggi uno dei più
usati per determinare le distanze delle
galassie esterne nelle quali sia possibile individuare tali variabili. Tale
criterio dunque avrebbe potuto fornire la prova decisiva sulla posizione delle
nebulose nel sistema stellare. Purtroppo però nel 1911 qualsiasi tentativo di
applicazione incappava in una non banale difficoltà: per trasformare le
magnitudini apparenti della Leavitt in assolute, si sarebbe dovuto
conoscere la distanza delle Nubi di Magellano. Come fare quando l'unico
modo a disposizione per misurare la distanza di una galassia era la relazione
stessa? Occorreva trovare il "punto zero" con qualche metodo indipendente.
Henrietta Leavitt, purtroppo, ben che si rendesse conto dell'importanza della
sua scoperta, non ebbe modo di proseguire lungo la via da essa aperta. Il suo
direttore, Edward Charles Pickering, infatti riteneva che l'interpretazione dei
risultati e sull'asse dai suoi compiti presso l'Osservatorio, limitati, come per
tutto il resto del personale femminile, ai soli lavori di calcolo o tabulazione
dei dati. Ad occuparsi della ricerca del "punto zero" fu invece il più affermato
astronomo Harlow Shapley, quello stesso che nel 1921, dopo la morte di Pickering,
diverrà il quinto direttore dell'Osservatorio. Shapley pensò bene di calibrare
la relazione utilizzando quelle Cefeidi galattiche di cui fosse possibile
conoscere in qualche modo la distanza. Purtroppo nessuna Cefeide si trova così vicino a noi da poter osservare effetti di
parallasse. Egli aveva invece osservato e studiato parecchie Cefeidi in
ammassi globulari (le cosiddette " variabili di ammasso") tutte di periodi
estremamente brevi, inferiori al giorno. Utilizzando metodi statistici per le
distanze degli ammassi era riuscito a determinare anche la magnitudine assoluta
di queste stelle: essa risultava approssimativamente costante ed uguale a zero
qualunque fosse il periodo. Tra i metodi usati ricordiamo il confronto tra i
diametri angolari degli ammassi osservati ed altri a distanza nota, oppure il
metodo delle " parallassi ipotetiche" consistente nel paragonare la magnitudine
delle Cefeidi considerate a quella di altre Cefeidi di analoghe
caratteristiche ma tanto vicino da poterne misurare i moti propri e di
conseguenza la distanza. Le relazioni periodo-luminosità individuate nelle
variabili di ammasso e dalle Cefeidi nelle Nubi di Magellano,
dunque, risultavano abbastanza differenti. Ciò nonostante, sempre di
Cefeidi si trattava (si ricorda che allora si ignoravano le differenze chimiche
e fisiche tra quelle due classi di stelle e con " Cefeide" si intendeva
semplicemente " stella pulsante"): venne dunque naturale supporre che le due
relazioni fossero una il prolungamento dell'altra. Tra le Cefeidi delle
Nubi, quelle dal periodo più breve (di poco superiore al giorno) dovevano avere
una magnitudine assoluta confrontabile con quella delle variabili di ammasso. Si
era nel 1918: il punto zero era stato trovato! Si poteva finalmente avere
un'idea di dove si trovassero esattamente le galassie. Ed infatti vennero
calcolate distanze su distanze: la Grande Nube si sarebbe trovata circa 23.000
parsec da noi, la Piccola a 27.000, la galassia M31 in Andromeda a 300.000 e
così via. Ma osserviamo bene questi valori: com'è che differiscono tanto da
quelli oggi accettati? Inoltre, se queste distanze fossero esatte, la galassia
di Andromeda risulterebbe avere un diametro pari a circa metà della nostra,
mentre oggi sappiamo che le due dimensioni sono confrontabili, anzi è M31 ad
essere leggermente più grande. È allora? Che cosa c'è che non va?
Il fatto è che la
posizione del punto zero così ben stimata da Shapley viene corretta, circa
trent'anni più tardi, da Walter Baade
che lavorava presso l'Osservatorio di Monte Wilson.
Durante gli anni della guerra e il cielo dell'Osservatorio appariva
particolarmente oscuro, a causa dell'illuminazione molto ridotta della vicina
città di Los Angeles. Sfruttando questo fatto Baade riuscì, usando un telescopio
di 2 m e mezzo, a risolvere in stelle nel centro della galassia in Andromeda ed
appurò l'esistenza di due diverse popolazioni stellari che chiamò
rispettivamente popolazione I e II. Le stelle di popolazione I, relativamente
giovani, collegate a gas e polvere, risultavano trovarsi in corrispondenza dei
bracci spirale. Il nucleo e l'alone invece erano costituiti da stelle di
popolazione II, più vecchie e presenti in regioni ormai prive di materia
interstellare. Questo fatto trovò poi conferma quando, pochi anni più tardi,
venne messo in funzione telescopio di 5 m di Monte Palomar. Baade notò inoltre che le
Cefeidi del tipo di quelle osservate dalla Leavitt si trovavano soprattutto nei
bracci di spirale e dovevano quindi essere stelle di popolazione I. Le
" variabili di ammasso" invece, trovandosi appunto negli ammassi globulari,
facevano parte della più vecchia popolazione d'alone. Non era quindi lecito
collegare una relazione valida per stelle di una popolazione con quella ottenuta
da stelle dell'altra. La posizione del punto zero venne dunque rimesse in
discussione. Fortunatamente era stata in quei tempi osservata anche una terza
classe di Cefeidi, di popolazione II ma dal periodo più lungo ( oggi
chiamiamo queste ultime "W Virgins", riferendoci al nome del loro prototipo,
mentre le Cefeidi di popolazione I vennero dette " classiche").
Queste Cefeidi più vecchie presentavano anch'esse una relazione tra il
periodo e la magnitudine assoluta ma, a parità di periodo, una W Virgins
risultava meno luminosa dell'equivalente classica in media di due magnitudine.
Allora, se la relazione individuata dalle " variabili di ammasso" (oggi note
meglio come RR Lyrae) doveva venire collegata a qualche cosa, questo
collegamento andava fatto su quella per le W Virgins, di uguale popolazione,
piuttosto che sulle classiche. Di conseguenza bisognava diminuire di circa un
valore 2 la magnitudine di tutte le Cefeidi classiche: come dire che era
stata sottostimata la loro luminosità intrinseca di un fattore 5-6. Ma allora
anche la distanza era stata sottostimata e questa correzione praticamente veniva
a raddoppiare le dimensioni dell'universo. La galassia M31 venne così a trovarsi
a circa 650.000 parsec e non fu più soltanto una copia in formato ridotto della
nostra ma divenne ad essa confrontabile; le Nubi di Magellano si
stabilirono rispettivamente a 54.000 e a 66.000 parsec e le speranze di chi li
avesse utopisticamentre pensato di poterle raggiungere in un futuro, subirono un
duro colpo, essendosi da un giorno all'altro più che raddoppiata la distanza da
percorrere. Il lavoro di Baade però risale al 1952 e si può immaginare come in
questi ultimi quarant'anni gli astronomi si siano ben guardati dal lasciare la
relazione come stava. In realtà rivoluzioni totali come quel operata da Baade
non ce ne sono più state, ma le modifiche e i ritocchi non si contano più. Uno
di questi però va senz'altro menzionato, in quanto senza modificare
sostanzialmente i valori ottenuti per le distanze, permette invece di ridurre di
parecchio l'incertezza con la quale sono noti. La prima idea è opera di Allan
Sandage, successore di Baade presso gli osservatori di Monte Wilson e di Monte
Palomar. Dal momento che le relazioni periodo-luminosità corrisponde
semplicemente ad un andamento medio attorno al quale i dati osservativi si
dispongono con una certa dispersione, in realtà quando assegniamo ad una
Cefeidi classica di dato periodo una certa magnitudine assoluta, possiamo
compiere un errore anche di molti decimi di magnitudine. Per evitare
questo problema, bisogna ovviamente ridurre la dispersione dei dati.
Sandage propose allora di
introdurre nella relazione un terzo termine, legato al colore medio assunto da
ciascuna Cefeide durante il periodo di pulsazione. Vedremo però come non
si tratti solamente di un ipotesi ad hoc, ma vi si trovi una
giustificazione nella teoria della pulsazione. Se consideriamo la posizione
delle Cefeidi del
diagramma di Hertzsprung-Russel , notiamo che esse occupano una
fascia relativamente larga nei pressi del ramo delle supergiganti, noto appunto
come striscia di instabilità. In questa regione si osserva che
Cefeidi di uguale periodo si dispongono sulle cosiddette " rette a periodo
costante", all'incirca perpendicolari al bordo della fascia. Ecco dunque come, a
causa della larghezza della striscia, possa capitare di avere due stelle di
uguale periodo ma di magnitudine assoluta diversa. Fortunatamente però anche il
loro colore deve essere diverso ed è appunto di questo che bisogna tener conto.
La vecchia relazione periodo-luminosità oggi si è trasformata dunque nella più
attendibile " periodo-luminosità-colore", ma ovviamente il discorso non finisce
qui. Per calibrare correttamente questa nuova relazione gli astronomi sono la
ricerca di un numero sempre più grande di Cefeidi delle quali sia
possibile conoscere in maniera indipendente la distanza; è stato inoltre posto
il problema se altri fattori, come ad esempio una diversa composizione chimica,
non vi possano influire. Comunque le previsioni per il futuro sono piuttosto
confortanti. È infatti in progetto un programma di osservazioni di Cefeidi
in galassie lontane mediante l'uso dello Space Telescope e si calcola che questo
telescopio, montato su satellite quindi non soggetto agli assorbimenti
dell'atmosfera terrestre, ci permetterà di osservare Cefeidi sino
nell'ammasso della Vergine, ad una distanza di circa 20 milioni di parsec da noi.
Quale
enorme passo in avanti, rispetto alle prime osservazioni delle Nubi di
Magellano! Comunque sempre grazie a Henrietta Leavitt e alla sua paziente
ricerca si potremmo un giorno avere una migliore conoscenza dell'universo
che ci circonda.
|