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La madre di tutte le estinzioni La più grave decimazione di specie della storia avvenne circa 250 milioni di anni fa; l'estinzione di massa del Permiano superiore diede una svolta fondamentale allo sviluppo della vita sul nostro pianeta. |
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| La storia
della vita sulla Terra è piena di catastrofi di varia entità. Di
esse, quella che si è assicurata gran parte delle attenzioni del
pubblico e degli studiosi è l'estinzione dei dinosauri e di altri
organismi, avvenuta 65 milioni di anni fa - al passaggio tra il
Cretaceo e il Terziario - che fece sparire metà di tutte le specie
allora esistenti. Ma nonostante la sua gravità, quella devastazione
impallidisce al cospetto del più grande disastro mai avvenuto: l'estinzione di massa alla fine del Permiano, circa 250 milioni di
anni fa. Chiamata scherzosamente dai paleontologi <<la madre di
tutte le estinzioni di massa>>, essa reclamò un tributo
impressionante. Circa il 90% di tutte le specie presente negli
oceani sparì durante gli ultimi milioni di anni del Permiano; sulle
terre emerse si ebbe la scomparsa di oltre due terzi delle famiglie
di rettili e anfibi. anche gli insetti non scamparono alla strage:
anzi, fu questa la sola estinzione di massa che essi abbiano mai
subito: il 30% di ordini di insetti cessò di esistere. Ma dalle
catastrofi emergono anche nuove opportunità. Per parecchi milioni di
anni prima dell'evento del Permiano superiore, i mari poco profondi
erano stati dominati soprattutto da forme di vita immobili. Gli
animali marini in gran parte poggiavano sul fondo o erano ancorati
ad esso per mezzo di fusti e si procuravano il cibo filtrandolo
dall'acqua oppure aspettando pazientemente la preda. All'indomani
dell'estinzione, molti gruppi un tempo secondari - predatori
imparentati con gli attuali pesci, cefalopodi, gasteropodi e
crostacei - ebbero la possibilità di espandersi, e apparvero linee
evolutive completamente nuove. Questa riorganizzazione ecologica fu
così drastica da costituire una demarcazione fondamentale nella
storia della vita: non solo essa separa il Permiano dal Triassico,
ma stabilisce anche il termine dell'Era paleozoica e l'inizio di
quella mesozoica. Negli ultimissimi anni, nuovi emozionanti dati le
cause e sulle conseguenze dell'estinzione di massa del Permiano
superiore sono giunti da quasi ogni ramo delle scienze della terra.
Alcune di queste scoperte includono studi di dettaglio dei rapidi
cambiamenti nel chimismo degli oceani, una più completa
documentazione dell'andamento delle estinzioni e nuove analisi che
mostrano come al limite permo-Triassico si siano verificate
imponenti eruzioni vulcaniche. Le mie ricerche nell'ultimo decennio
sono state ispirate dalla curiosità riguardo agli eventi che
determinano l'andamento dell'evoluzione. In quale misura, rispetto
alle tendenze adattative a lungo termine, le estinzioni di massa
contribuiscono all'evoluzione di un gruppo? Per esempio, i ricci di
mare sono ubiquitari negli oceani attuali, ma erano relativamente
poco comuni nel permiano. Conosciamo solo un genere, Miocidaris,
certamente sopravvissuto all'estinzione. Si trattò di un puro caso,
oppure era meglio adattato di altri? E oggi i ricci di mare
avrebbero caratteri diversi se non fosse avvenuta l'estinzione del
permiano superiore? Per risolvere tali questioni, dobbiamo raccogliere qualche elemento in più sulle cause della catastrofe e su ciò che fece la differenza tra le specie sopravvissute e quelle scomparse. Le fonti essenziali per questo tipo di informazioni sono gli strati sedimentari e i fossili in essi contenuti. Purtroppo i campioni del permiano superiore e del Triassico inferiore sono notoriamente molto rari. La documentazione fossile di questa fase è scarsa a causa della cattiva conservazione, della carenza di rocce da campionare e di problemi di altra natura. Un abbassamento generalizzato del livello marino durante il permiano superiore ha limitato l'entità dei depositi sedimentari marini, e d'altronde i geologi hanno potuto raggiungere solo con molta difficoltà le aree in cui si trovano gli affioramenti migliori (soprattutto nella Cina meridionale). Si è rivelato quindi assai difficile accertare quale rapidità si siano verificate le estinzioni possibili siano state variazioni regionali. Alcuni organismi, specialmente quelli più sensibili ai mutamenti ambientali, scomparvero rapidamente come dimostrato da Erik Flugel i colleghi dell'Università di Erlangen, i quali arrivarono a questa conclusione dopo aver esaminato scogliere coralline nella Cina meridionale e in Grecia. Altri riscontri indicano estinzioni più graduali: per esempio, nello studio della incredibilmente diversificata e splendidamente conservata a una degli affioramenti calcarei del Texas occidentale, del nuovo Messico e dell'Arizona, ho potuto osservare che molti gasteropodi cominciarono a estinguersi dopo dopo la metà del permiano, ben prima quindi del principale episodio di estinzione. Lo studio intensivo di alcuni strati limiti di grande importanza scoperti recentemente in Italia, Austria e Cina meridionale si è dimostrato illuminante, in quanto indica che la durata dell'estinzione fu più breve di quanto si sia ritenuto in passato; ciò implica che si siano restaurati improvvisamente condizioni ambientali calamitose. Solo alcuni anni fa, ritenevo che il periodo di estinzione potesse essersi protratto per 5-10 milioni di anni; ora sembra di poter dire che l'episodio finale sia durato meno di un milione di anni. Steven M. Stanley della John Hopkins University teorizza che l'estinzione possa essere consistita in due episodi distinti, l'uno avvenuto alla fine del permiano medio e l'altro alla fine del permiano superiore. Jin Yugan dell'Istituto di geologia e paleontologia di Nanchino, Samuel A. Bowring del Massachusetts Institute of Technology e io stiamo collaborando a un progetto per la datazione di depositi di ceneri vulcaniche nella Cina meridionale che dovrebbe presto fornirci una migliore stima della durata dell'estinzione (1998 ndr). In ogni caso questa sembra essersi verificata all'incirca con la stessa rapidità di molte altre estinzione di massa. In questo intervallo geologicamente breve, gli oceani del permiano videro una complessa serie di eventi di vita e di morte. È difficile riuscire a quantificare l'entità delle estinzioni dal punto di vista tassonomico, ma si ritiene che, in scala globale, siano stati spazzati via il 49% delle famiglie e il 72% dei generi. Dal momento che le specie sono più difficili da identificare, e anche arduo valutare in quale percentuale si siano estinte, cosicché le stime proposte da vari ricercatori sono assai disparate. Yin Hongfu e colleghi della China University of Geosciences hanno esaminato lo stato di roccia che corrisponde al piano stratigrafico di Changxing, nella Cina meridionale. (questo piano, insieme con quello di Djiulfian, corrisponde all'ultima delle due suddivisioni del permiano superiore; ogni piano prende il nome dalla località nella quale si trova la documentazione fossile più chiara.) Yin e colleghi hanno riferito che, delle 476 specie di invertebrati del Permiano superiore, 435, ossia il 91%, scomparvero. Per confronto, l'evento verificatosi alla fine dell'Ordoviciano, 439 milioni di anni fa, eliminò al 57% dei generi marini, estinzione al limite del cretaceo-terziario, che fece sparire i dinosauri, si portò via il 47% dei generi esistenti. La grande estinzione del Permiano superiore colpì alcuni animali più duramente di altri. I gruppi che vivevano fissati al fondo marino e si nutrivano filtrando materiale organico dall'acqua subirono le conseguenze più gravi. Tra questi animali vi erano i coralli, i brachiopodi articolati (invertebrati dotati di guscio), alcuni briozoi (organismi filtranti raggruppati in colonie) una varietà di echinodermi (gigli di mare). Anche i lupi marini decimati includevano le ultime trilobiti, i foraminiferi di basso fondale (un tipo di zooplancton) e gli ammonoidi (lontani parenti del nautilio). Gasteropodi, lamellibranchi e nautiloidi ne uscirono abbastanza bene, lamentando la perdita di pochi gruppi. Il solo gruppo marino che fu davvero indifferente al caos e crescente su quello dei conodonti, cordati primitivi che fungono da importanti marcatori cronologici in quanto il loro apparato boccale si conserva facilmente. Le cose non andavano molto meglio sulle terre emerse. Si è vertebrati terrestri sia gli insetti subirono perdite sostanziali; tra i vertebrati scomparve il 78% delle famiglie di rettili e il 67% di quelle di anfibi. La rapidità con cui si verificarono queste estinzioni rimane oggi oggetto di dibattito. Precedenti studi condotti sui magnifici fossili della regione del Karrù, in Sudafrica, avevano fatto pensare che il declino fosse avvenuto in parecchi milioni di anni, forse con un paio di picchi nel tasso di estinzione. Tuttavia, alcuni lavori recenti indicano un declino più rapido, analogo a quello con cui avvennero le estinzioni nell'ambiente marino. L'estinzione di molti insetti segna una trasformazione di prima grandezza della fauna. Dei 27 ordini di insetti noti dal Permiano, 8 si estinsero presso il limite permo-Triassico,4 furono gravemente decimati, ma si ripresero, e tre riuscirono appena sopravvivere per poi estinguersi nel Triassico.
Questo è il solo evento significativo di estinzione
di insetti che sia mai stato identificato, e testimonia della
severità di condizioni ambientali che caratterizzò quell'epoca.
Anche la flora terrestre soffrì, ma non è possibile dire quale
misura, in quanto i dati su cui si potrebbero fare affermazioni in
proposito sono, per ora, tutt'altro che certi. Esaminando fossili di
foglie in Australia, Greg J. Retallack dell'Università dell'Oregon
ha dimostrato nel 1995 che le estinzioni di specie vegetali furono
di gran lunga più drastiche di quanto non si ritenesse. Gli eventi
di estinzione condussero quel rapido mutamento dei tipi vegetali
dominanti che si riscontra nella documentazione fossile australiana.
(La scomparsa delle piante potrebbe anche avere contribuito
all'estinzione di quelli insetti che se ne cibavano.) La
testimonianza fornita dai pollini e dalle spore riflette più
accuratamente gli effetti sulle piante. Negli strati del Permiano
superiore, il polline delle gimnosperme (piante legnose come le
conifere) è quasi assente, e gli strati successivi ospitano solo
cellule fungine e qualche altro tipo di resto organico. Nel 1995 Henk Visscher e colleghi dell'Università di Utrecht, nei Paesi
Bassi, hanno scoperto che questa espansione dei funghi sembra avere
avuto inizio in una fase tardiva del Permiano - specificamente nel
piano di Changxing - prima di raggiungere l'acme al limite
permo-Triassico.
Miocidaris ha solo due colonne di piastre
interambulacrali (per esprimersi in un modo un po' improprio, le
aree comprese tra i petaloidi sul guscio di un riccio di mare); gli
altri echinoidei del Permiano potevano avere da una a otto colonne
di piastre. Dal momento che Miocidaris fu l'unico genere a
sopravvivere, la forma predominante di echinoideo passò da quella
che aveva un numero fortemente variabile di colonne di piastre a
quella che ne aveva solo due. Alcuni paleontologi hanno ipotizzato
che lo scheletro di echinoideo fosse particolarmente robusto se
composto solo da due colonne di piastre, pertanto meglio adattato a
resistere alla predazione nel mondo post-Permiano. Sfortunatamente è
quasi impossibile dire se sia stata proprio l'estinzione
permo-triassica e a permettere a talune caratteristiche di imporsi.
Non si può escludere che gli echinoidei moderni avrebbero finito per
sviluppare due colonne di piastre anche se l'estinzione del Permiano
superiore non fosse mai avvenuta. La fauna sopravvissuta potrebbe
semplicemente consistere di quei gruppi che prima dell'estinzione
erano i più abbondanti e p più ampiamente distribuiti e che quindi
avevano le migliori opportunità di sopravvivenza. Distinguere tra
queste due possibilità si è rivelato assai arduo. |
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