Nel Pentagono dell'Auriga, circa a metà strada del lato definito dalle stelle beta Tauri e Lota Aurigae ma un po' spostato verso l'interno, c'è un
gruppetto di stelle pressoché allineate formate essenzialmente da 14,16,17, 18 e
19 Aurigae. A questo gruppo, poco brillante, appartiene anche una stellina più
debole delle altre, al limite della visibilità a occhio nudo. L'occhio non ci
trova niente di speciale, ma in realtà si tratta di una stella
interessantissima, e non solo di una stella. Il suo nome è AE Aurigae, perché è
una variabile, anche se varia di poco: tra le magnitudini visuali di 5,78 e
6,08, quindi con un'ampiezza di appena 3/10. Il tipo spettrale è O9.5 V. Dunque
si tratta di una stella di sequenza principale dei primissimi tipi spettrali.
Con quel tipo spettrale la magnitudine assoluta visuale deve essere intorno a
-4, valore dal quale si ricava una distanza di circa 3200 a.l. Per questo,
benché sia 3300 volte più luminosa del Sole, si riduce a essere, per noi, appena
visibile a occhio nudo. Il Catalogo Generale delle Stelle Variabili nella quarta
edizione (1985) la classifica con la sigla INA corrispondente alle variabili di
Orione dei primi tipi spettrali e alle stelle cosiddette Be e Ae immerse in
piccole nebulose, caratterizzata da bruschi abbassamenti di splendore
occasionali simili a quelli della variabile ad eclisse Algol. Naturalmente, data
l'occasionalità, la causa della valutazione non è l'eclisse. Il prototipo di
queste stelle, sempre secondo il Catalogo Generale è T Orionis. Anche se le
caratteristiche di AE Aurigae sono simili a quelle delle più brillanti stelle di
Orione, è molto lontana da quella zona e quindi non può far parte di
quell'associazione. Tuttavia come le stelle O di Orione e di altre associazioni,
anche questa è associata a una nebulosa, indicata con la sigla IC 405. Nel 1965
vi trovai 5 variabili ma il materiale fotografico che avevo usato, pur essendo
molto esteso nel tempo, era molto sporadico e non potei determinare il tipo di
variabilità. Soprattutto non fu possibile scoprire se si trattava di variabili
nebulari, cioè di quel tipo di variabili irregolari associate alle nebulose e
numerosissime in Orione. Così non fu possibile nemmeno trovare e appartenevano
alla nebulosa o vi si proiettavano per ragioni prospettiche e, in conseguenza,
se le era lecito supporre che in quella nebulosa ci fosse una associazione.
D'altra parte in questo senso la nebulosa sarebbe stata piuttosto strana,
diversa da quella di Orione. A parte le dimensioni che, ammesso che si trovi alla
stessa distanza della stella, dovevano essere circa la metà di quelle della
nebulosa di Orione, era anche insolito che contenesse una sola stella O (AE
Aurigae, appunto). E non c'era solo questo di strano. Come trovò per prima V.F.
Gaze nel 1953, fotografando la nebulosa nel blu e nel rosso si rivelano due
aspetti completamente diversi. Nel rosso si vede una struttura filamentosa,
intricata e brillante anche nelle zone più esterne, mentre nel blu si vedono
solo alcune parti più brillanti della precedente struttura, a est di AE Aurigae,
una estesa nebulosa invisibile nel rosso. La presenza di questa seconda nebulosa
non si spiega facilmente con l'eccitazione da parte della stella, come invece si
può ammettere per quella rossa che irradia certamente per fluorescenza nella
riga H-Alfa. Secondo la Gaze poteva trattarsi di una pura nebulosa a
riflessione, mentre Ambartsumian discusse la possibilità di un'emissione non
termica. Inoltre è certo, come mostrano nella fotografia blu certe zone meno
luminose stagliate contro la nebulosa, che la stella si trova immersa non solo
nel gas ma anche in grosse nubi di polvere. Ma una nube di polvere non può
resistere a lungo in vicinanza di una stella O che, appena formata, la spazza
via subito col suo potente vento stellare. Si direbbe dunque che la stella AE
Aurigae non sia nata in quella nebulosa ma ci sia capitata per caso. E infatti
proprio così. prima di tutto, come si è trovato spettroscopicamente, la velocità
radiale della stella è diversa da quella della nebulosa. Si allontanano entrambe
da noi ma la prima alla velocità di 59 km al secondo e la seconda di 22 km
secondo. Dunque i due oggetti non sono legati fisicamente e in futuro la stella,
viaggiando più velocemente, uscirà dalla nebulosa. In secondo luogo, e questa
prova rivela un nuovo aspetto della stella, la nebulosa in emissione è pressoché
inesistente nella zona a sud della stella. Anzi, esaminando una fotografia della
zona e seguita con uno strumento al largo campo, si vede una nebulosa molto
estesa che manca da un lato, proprio nella parte a sud della stella, come se
fosse stata spazzata via. Ebbene la stella si è mossa, e si muove tuttora, nella
direzione parallela a quel lato. La freccia aggiunta nella figura (vedi
fondo pagina), oltre a indicare la direzione del moto, mostra, con la
sua lunghezza, il tratto percorso dalla stella in 50.000 anni. Componendo questo
valore ricavato per il moto proprio con quello della velocità radiale, si è
trovato che la stella si sposta nello spazio alla velocità di 106 km secondo.
Dunque AE Aurigae, provenendo da un'altra regione del
cosmo, ha incontrato casualmente una nebulosa che ha spazzato, accumulando il
materiale raccolto avanti a intorno a sé come fa uno spartineve. Se non è nata
dove si trova ora, cioè da quella nebulosa e da quelle polveri, è spontaneo
chiedersi da dove provenga. Risalendo il suo moto, si scopre che 2 milioni e
700.000 anni fa si trovava di Orione. Essendo una stella molto giovane e dunque
quasi certo che fu la che si formò. A questo punto va notato che vi sono altre
due stelle con caratteristiche simili ad AE Aurigae, entrambe provenienti dalla
zona di Orione. Si tratta di u Columbae e 53 Arietis. La prima di tipo spettrale
BO, solca lo spazio alla velocità di 123 km secondo e doveva trovarsi in Orione
2.200.000 anni fa; la seconda di tipo B2, viaggia 53 km secondo e doveva esserci
4 milioni e 900.000 anni or sono. O tra queste tre stelle, che provengono da
Orione, se ne conoscono molte altre, sparse per il cielo, provenienti dalle
associazioni dello Scorpione, di Cefeo, della Lucertola e altre. Queste stelle
hanno tutte in comune tre caratteristiche fondamentali. Sono di tipo spettrale
anteriore a B5, cioè molto giovani; si muovono nello spazio a velocità alte,
cioè comprese tra 50 e 150 km secondo, contrariamente alle stelle O-B normali
che hanno velocità intorno ai 10 km secondo; percorrono traiettorie orientate in
tutti i sensi e non giacenti nel piano equatoriale galattico, nel quale si
trovano le altre stelle O-B i riunite in associazioni. Dunque, queste stelle non
si muovono secondo il moto che dovrebbero avere in seno alla galassia, ma come
se fossero state cacciate via dai loro luoghi naturali, quelli nei quali si
trovano le stelle dello stesso tipo spettrale nelle associazioni O-B. Questo
fece pensare che nacquero effettivamente in quei luoghi ma che però, per una
qualche ragione, li lasciarono poi precipitosamente. L'astronomo olandese A.
Blaauw le chiamò "runaway stars" e ne studiò a lungo giungendo infine a una
teoria esplicativa. Trovò due cose che la percentuale di stelle O-B di grande
massa tra le stelle fuggitive è 10 volte maggiore di quella delle altre O-B, che
mentre tra le O-B normali almeno la metà fa parte di sistemi binari o multipli,
nessuna delle O-B fuggitive risulta doppia. Per quest'ultima affermazione, però,
si sono trovate, in seguito, alcune eccezioni.
Tenendo conto di tutti i risultati che abbiamo visto,
Blaauw sviluppò una teoria suggestiva e convincente, già proposta nel 1957 da F.
Zwicky. Secondo questa, un tempo le stelle fuggitive facevano parte delle
associazioni O dalle quali appaiono provenire, e là erano nate insieme alle loro
compagne. A quell'epoca, come la maggior parte delle stelle O, facevano parte di
un sistema binario o multiplo, in cui la compagna (considerando solo il primo
caso) aveva una massa elevatissima. Questa stella, evolvendosi rapidamente,
aveva raggiunto la fase di supernova ed era esplosa. La stella O superstite,
allora, per l'improvvisa mancanza della massa della compagna, non aveva potuto
continuare a orbitare intorno a un baricentro che ormai non c'era più o che
(volendo considerare l'esigua massa del residuo della supernova) veniva
praticamente a cadere nelle sue vicinanze, ed era fuggita in linea retta,
secondo la tangente, con una velocità leggermente inferiore a quella che aveva
sull'orbita. Si può prendere come esempio il caso di due stelle con masse
rispettivamente 250 e 25 volte superiori a quella del Sole, orbitanti a una
distanza di 20 unità astronomiche, con un periodo di 5,4 anni. Se la stella più
massiccia avesse disperso nel corso dell'esplosione e 90% della propria massa,
la compagna sarebbe stata fiondata dall'orbita alla velocità di 90 km secondo,
più o meno corrispondente a quella delle stelle fuggitive. La massa attribuita
in questo esempio alla stella che diventa una supernova è tanto alta che non si
conosce nessuna binaria con una componente simile. Tuttavia è quasi impossibile
scoprire un sistema del genere perché una stella così massiccia e si evolve e si
autodistrugge in un tempo brevissimo, necessariamente inferiore ai pochi milioni
di anni in cui continua a esistere l'associazione O dalla quale proviene. A
queste conclusioni siamo giunti partendo da AE Aurigae. Quella stellina,
apparentemente insignificante, offre invece un ampio spazio alla meditazione. E'
ciò che resta di una catastrofe cosmica inconcepibile nelle scale energetiche
che conosciamo. Una catastrofe nella quale si autodistrusse una stella dalla
brevissima vita e l'altra, che vivrà pochissimo anche se più a lungo della
compagna, la vediamo fuggire nello spazio allontanandosi sempre di più dal luogo
fatale, finché la corsa non sarà improvvisamente troncata dall'esplosione che
distruggerà anch'essa.
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